Allor che in melaconici
Accenti di dolore
Sembra la squilla piangere
Il dì che lento muore,
Quando la notte stendesi
Sulla natura ancor.
Sui vanni della fervida
Ardente fantasia,
Scuotendo il duro tramite
Dall'esistenza mia
Pei vaghi campi aerei
Sorsi ad aleggiar.
Mesta m'accolse e pallida
La luna in sen ad ella,
Brilli di luce vivida
Le stelle, e in lor favella
Del Cielo m'apprendevano
G'innumeri mister.
Oh Ciel, dell'Infallibile
Vaga città superna
Come rapir in estasi
Tu sai, che l'alma eterna
La vita ancor non fecela
Spoglia di santo ardor;
Tu mesto, meste pagini
Inspiri al pio poeta,
Il genio sollevandosi
Allor dell'umil creta
Scioglie sovente cantici
Che secoli vedran;
Tu bello, immenso, splendido
È a te che si rivolge
Il disperato misero,
E allor fidente sorge,
Soffre combatte e mormora
Dio è lassù nel Ciel.
Qui dolce un suon armonico
D'angelici instrumenti
Mi riportar sui tremoli
Vanni spiegati i venti,
Sensi di mesto giubilo
L'anima m'innondar.
Stetti spiar immobile
L'orme dell'armonia,
Oh con quell'ansia d'Eolo
In braccio, l'alta via
Corsi veloce a scernere
Il mistico gioir,
Qual veltro cui il placido
Fido covil smarrito
Vaga fiutando l'aere
Dall'uno all'altro sito
Sin che all'affetto riedere
Suole del suo signor.
Un Eden, quale il fervido
Immaginar d'un Dio
sol sa ideare e compiere
S'offerse al guardo mio;
Degli astri il fido e solito
Ritrovo genial,
Stretti fra lor in teneri
Ed amorosi amplessi
Confusi in un sol fulgido
Raggio i rai istessi,
Nuova una luce piovano
Splendente di pallor.
Pura scherzando l'aura
Infra odorosi fiori,
Lieve cullando i calici
Dai varii colori,
E gli aromati cespiti,
Ed i frondosi albor,
Soave olezzo a spandere
Intorno ognor veniva;
Quando la vaga immagine
D'una celeste Diva
Assisa in trono splendido
Il guardo m'arrestò.
Mille vezzosi Cherubi
Con armoniosa cetra
Intorno ad Ella danzano
Di suoni empiendo l'etra,
E lieti in coro alternano
I cantici del Ciel.
Giù per i nitid'omeri
Pel sen le bionde chiome
Le discorrean in morbide
Anella d'oro come
Cirri di vite; vivido
Di luce un nimbo ancor,
Quale corona tremola
Le posa in capo e splende...
Ampia stellata clamide
Dai fianchi le discende...
Splendeva d'ineffabile
Beltade e di virtù.
Era quell'alma vergine
Il bel somiglio d'Eva
Pria che all'empie insidie
Del colubro cedeva,
Era la primigenia
Figliuola del Signor.
La vidi: arcano fremito
Le fibre mi commosse,
Il cor in dolci palpiti
Ignoti ancor si scosse,
Qual chi dubbioso e timido
Vuole ad un tempo e svuol,
La fiso; Ell'era l'anima
De' sogni miei d'amore,
Oh quante volte indomito
La desiava il core
E fra beltadi assiduo
Sempre cercarla invan.
Ma or ti raggiunsi, è l'esule
Che incontra un patrio volto,
La vita è un tristo esiglio
Per me, il gioir m'è tolto,
Tu sola l'aspro, indocile
Destin mi puoi cangiar.
Deh vieni! m'arde indomita
Sete di santo affetto,
Oh, come è dolce il piangere
In un amico petto,
Trovare chi le lagrime
Accolga del doler.
Ma se codesto gaudio
Mi fosse anch'ei conteso
Qual colpa allor se gravido
D'un non portabil peso
Lanciassi al Ciel quell'anima
Ch'esosa mi sorti?
Sotto la croce pallido
Pur Lui il Generoso
Ricadde, allor spontaneo
Un cireneo pietoso
Braccio robusto e valido
Gli stese e l'ajutò.
Deh! sii tu pur del misero
Conforto, speme e vita,
Rispondi con un palpito
A chi ad amar t'invita,
Amor è Dio, oh credilo,
Dio non è che amor.
Ama e ti sgombra il trepido
Pensiero che ti fa incerta,
Sovvienti che sol genera
Virtudi e sempre merta
Stima un affetto nobile
Cresciuto in nobil cor.
In questo mentre un uomo uscendo dal più folto degli alberi si ferma a
pochi passi da Erminia e la sorprende nell'atto che animata
dall'entusiasmo d'un nobile sentimento ribaciava affettuosamente quei
versi.
Allora Flavio--ch'era lui--non sa più contenersi, risospinto da una
forza incognita ma potente si precipita ai piedi della fanciulla.
--Oh signora, esclamò, quei baci, rinnovate quei baci! Se sapeste qual
balsamo salutare essi stendono sull'anima mia! Voi non disprezzate
adunque cui ha osato innalzare lo sguardo infino a voi, chi ha osato
parlarvi d'amore, anzi il mio affetto ha forse trovato un eco nel
vostro cuore! Oh ditemelo signora, toglietemi, ve ne supplico da un
dubbio che mi strazia, che mi avvelena la vita.
--Signore che mai dite, mormorava la giovinetta commossa, io non posso
ascoltarvi, partite, le vostre parole...
--Ebbene le mie parole sgorgano da un cuore che per lungo tempo ho
represso ma che ora mi si versa per la bocca. Dal primo dì ch'io
v'incontrai non vidi più che voi sulla terra. Attaccato fin d'allora
alla vostra esistenza non era più al mondo che là ove eravate, non
pensava più a Dio che ove pregavate, vi cercava dappertutto, come la
pianta il sole, come l'occhio la luce. Avrei voluto vincere questo
amore ma quando mi avvinsero le sue catene, quand'io volli misurarlo
avevo già sulla fronte la sua corona di fuoco, gli apparteneva per
sempre. Oh sì, io vi amo signora, vi amo colla passione, coll'ardore
che s'ama per la prima volta, vi amo come una cosa sacra, come si ama
Iddio. Il mio affetto è puro, gli angeli stessi l'accoglierebbero con
un sorriso. Deh, non siate crudele, dite una parola eppoi a voi dovrò
più ancora che a Dio, poichè se Lui mi ha data la vita voi mi darete
la felicità.
E compreso da potente emozione cogli occhi gonfi di lagrime guardava
la fanciulla con uno sguardo lungo, tenero, appassionato.
Le calde parole dell'amante avvolsero in un nembo di dolci emozioni,
di soave languidezza l'anima ardente di Erminia.
Fu sul punto di confessare tutta ingenuamente la sua passione, ma un
segreto senso di pudore le arrestava la parola sulle labbra.
--Per pietà, non siamo soli, supplicò la giovinetta.
--Ma non sapete che negarmi il vostro amore vuol dire lasciarmi solo,
derelitto in questo mondo, piombato nella più orribile disperazione?
Non sapete che voi siete necessaria alla mia vita, che senza di voi
spogliandomi d'un'esistenza penosa la lancerei di mia mano
all'eternità?
--Flavio!
--Sì, bisognerebbe morire, perchè mi sentirei privo d'aria, di luce,
di stelle, di cielo...
--Lasciatemi...
--Ma prima dite che mi amate... oh Erminia! non è vero che tu
comprendi il fremito di quest'anima mia, che tu non sei senza pietà?
V'era tanta dolcezza in queste parole che la fanciulla ne fu conquisa;
fermò lo sguardo in volto al giovane; l'entusiamo l'aveva fatto
ineffabilmente bello.
Da' suoi occhi essa vi lesse nel cuore e lo trovò sincero, leale,
generoso.
--Sì vi amo Flavio! gli rispose piangendo. Ma quelle lagrime le
brillavano sul ciglio come la rugiada del mattino ai raggi del sole;
più eloquenti d'un sorriso parlavano della gioja soave, santa,
riconoscente ond'era compresa quell'angelica creatura.
--Sì vi amo, continuò, ma forse il mio amore è colpa.
--Amore è Dio, tel dissi Erminia, perchè Dio non è che amore.
--Amore è Dio, ma allorquando è da lui benedetto.
--Ebbene, divina fanciulla, in nome di quel sentimento che gemello
nacque nei nostri cuori, davanti al cielo che sarà sempre testimone
delle nostre azioni, giuro di farti mia e sposo fedele consacrare alla
tua felicità l'intera mia esistenza.
--Oh, se questo è un sogno ch'io non possa destarmi più mai!
Ed i due amanti si strinsero in un casto amplesso.
Pochi momenti prima, allorquando Flavio trovò Erminia nel boschetto
dei platani, veniva suonato alla porta d'ingresso del collegio.
Entrava un uomo vestito con quella ricercatezza che si veste il popolo
nei giorni festivi.
Il suo volto era pallido e coperto d'una barba fatta grigia forse, più
da una vita di fatiche e di privazioni che dagli anni; la fronte
rugosa, lo sguardo severo.
Camminava con fatica ed appoggiato ad un bastone; pareva che avesse
sofferto o che soffrisse tuttavia qualche malanno ad una gamba.
Chiese di parlare alla Direttrice del collegio e la trovò in un
gabinetto attiguo al giardino.
--Ah, siete voi papà Gervaso, le disse la Direttrice in tuono cortese
ed invitandolo a sedere; vi mandano certamente i genitori di Erminia
per avere notizie della loro figliuola. È sempre la stessa quella cara
creatura, è sempre la più buona, la più intelligente delle mie
educande, è sempre la mia protetta.
--Signora, favellò papà Gervaso con qualche ruvidezza, mi dispiace il
dirvi ch'io non sono per niente affatto del vostro parere; Erminia da
un mese a questa parte si è di molto cambiata, ha perduto quella pace,
quella giocondità d'animo che costituivano il suo bel carattere. Ci
scrive certe lettere che fanno venire le lagrime agli occhi. Erminia
non è più felice, soffre e gli è per domandarvene una spiegazione che
son venuto da voi.
--V'assicuro ch'io so nulla di tutto questo, rispose la Direttrice
sorpresa.
--Ah, voi sapete nulla, continuò Gervaso; ve lo dirò io il motivo:
perchè quella povera fanciulla non ha la fortuna di essere nobile e
ricca come tutte le sue compagne e voi la trascurate e per lei non
avete cure. Ma non vi paghiamo forse puntualmente la sua pensione? Ed
i nostri danari non valgono essi quanto quelli dei ricchi?
--Siate calmo, buon uomo ed ascoltatemi, disse la Direttrice
coll'abituale sua dolcezza, ma il vecchio non lasciolla parlare e
continuò:
--Voi non sapete che cosa sia quella fanciulla per sua madre, voi non
avete figliuoli e non potete comprendere fin dove può arrivare
l'affetto materno. La povera donna, vedete, non ha che un pensiero,
sua figlia; che un desiderio, vederla felice. Si è fissata in capo di
darle una splendida educazione, ed ecco perchè l'ha posta nel vostro
collegio e per mantenervela Dio solo sa i sacrifici, le privazioni cui
volentieri si sottomette. Ingannando quell'ottima madre sarebbe il più
infame dei tradimenti.
--Ascoltatemi adunque, disse la Direttrice e questa volta con un moto
d'impazienza. Allorquando cinque anni or sono la signora Paglini mi
condusse qui Erminia perchè l'ammettessi nel novero delle mie
educande, io le mostrai tutta l'inconvenienza d'un tal passo. Le dissi
come in mezzo a nobili e ricche donzelle sua figlia non avrebbe potuto
tenersi al coperto da certe umiliazioni; o che avvezzandola ad una
vita comoda in eletta società un giorno forse avrebbe arrossito de'
suoi poveri natali. La signora Paglini si mostrò ferma sempre nel suo
proposito. Ma però, mi soggiunse, io non voglio che mia figlia venga
umiliata dalle sue compagne, essa non deve soffrire nessun insulto,
voi me ne sarete garante. Allora non v'ha che un mezzo, le risposi,
quello di presentarla in Collegio sotto un falso titolo di nobiltà, ma
guardate che in tal caso voi non potete più farvi vedere in questo
luogo. Quella buona donna era pronta a qualunque sacrificio purchè
potesse realizzare il suo desiderio. In quel giorno Erminia entrò nel
mio collegio. Co' suoi talenti, col suo mite carattere si cattivò ben
presto la mia affezione e la stima di tutte le sue compagne. Son
cinque anni ch'ella è felice con me, ecco perchè mi meravigliano
cotanto le vostre parole.
--Avete ragione signora, esclamò papà Gervaso dopo un istante di
silenzio, voi foste per lei una seconda madre, perdonatemi, vi prego.
--Non ho nulla da perdonarvi buon uomo, piuttosto ditemi, siete ben
sicuro d'un cambiamento nella fanciulla?
--Oh di questo non ci siamo ingannati, rispose il vecchio, io vi posso
assicurare che qualche grave cura turba in questi giorni la pace di
Erminia.
--Ebbene aspettate, io la farò venir qui e noi la interrogheremo
insieme; è tanto sincero quell'angioletto che ci confiderà ogni cosa.
--In allora, soggiunse Gervaso, permettete ch'io la veda da solo, avrà
forse più confidenza in me. Sono l'unico amico ch'ella possegga e che
le parli di sua madre.
--Come volete; Erminia è in giardino, voi siete libero d'entrarvi e
rimanere con lei sin che vi piace.
--Vi ringrazio.
E papà Gervaso sorretto dal suo bastone strascinando con fatica la
gamba inferma percorreva i viali del giardino cercando collo sguardo.
Il caso volle che entrasse proprio nel boschetto dei platani, e che
sorprendesse Flavio nell'atto di stringersi al seno l'amante.
Gervaso s'arrestò; un rossore d'indignazione colorì le sue pallide
gote e non potè soffocare un grido di minaccia.