Dubita pur che brillino
Degli astri le carole,
Dubita pur che il sole
Fulga, e che sulla rorida
Zolla germogli il fior;
Dubita delle lagrime,
Dubita del sorriso,
E dubita degli angioli
Che sono in paradiso,
Ma credi nell'amor.
BOITO.
Godeva di moltissima fama in quel tempo il Collegio Femminile di
Monza.
Grazie ad una completa istruzione che da valenti istitutrici vi
s'impartiva, era divenuto il ricovero delle fanciulli appartenenti
alle più illustri famiglie lombarde per nobiltà e ricchezze.
Nell'alta società si credeva che una giovinetta non potesse mai
possedere quelle cognizioni, quella compitezza di maniere, quella
squisita educazione insomma necessaria a chi veniva chiamata a vivere
fra le sublimi sfere sociali, se non usciva dal Collegio di Monza.
Esso occupava un ricchissimo palazzo, i di cui ampi locali capivano a
meraviglia le innumerevoli educande; eravi annesso un delizioso
giardino, in cui nelle ore destinate al sollievo si lasciavano libere
ricrearsi quelle giovinette avide sempre di moto e d'aria.
Suona appunto l'ora della ricreazione; soffermiamoci un'istante e
godremo d'un quadro che la gioventù, la vita e l'innocenza rendono
aggradevole più che mai.
Da molte sale sortono in buon ordine schiere di educande, che
percorrendo forse con una certa impazienza gli ampi corritoi, si
raccolgono tutte nel cortile di fronte al cancello del giardino.
I loro occhi sono fissi in volto alla Direttrice, donna di molto
sapere, di rigidi costumi e che ama le sue allieve d'amore materno; ed
allorquando questa di propria mano, spalancando il cancello con dolce
gesto le invita a ricrearsi, in allora la gioia prorompe, a sbalzi,
quale gentili gazzelle, si disperdono pei verdeggianti prati.
E tutte corrono, ridono, folleggiano.
Chi con azzurra reticella insegue anelante la vispa farfalletta,
finchè questa posando sul fiore, si lascia dolcemente cogliere al
laccio di seta.
Chi scende, sale, ridiscende l'erbosa china colla leggerezza d'una
Silfide mozza donna e mezza nube.
Chi con agile piede corre pei lunghi viali in traccia dell'amica, che
raggiunta le concede nascondersi ancora per ancora raggiungerla
correndo.
Chi disposte in cerchia fanno a gara a raccorre la palla per
lanciarsela poi con colpi gentili.
Chi con una benda agli occhi, le mani prostese in avanti s'ingegna
afferrare la compagna, che colle compagne le fanno corona intorno
martoriando con infantili sorprese la povera cieca.
E sempre correndo non s'arrestano neppure allorchè il piede
incespicando, mal sa sostenere il gracile corpo, che cade sull'erba e
sui fiori.
--Oh, come sono stanca! diceva affannata una vezzosa fanciullina di
circa dieci anni. Sapete, care mie, cosa dobbiamo fare adesso?
Coglieremo insieme margheritine e viole, e comporremo un bel serto.
Che ve ne pare?
--Brava, brava, esclamarono in coro le amiche; quattro angioletti che
parevano staccati da un quadro di Raffaello.
E girando pel prato empirono ben presto di vaghi fiorelli il loro
grembiule, e liete le bambine s'assisero sotto l'ombra di annosa
quercia.
--Ecco, deponiamo qui la nostra raccolta, tornò ancora la piccina, voi
mi farete tanti piccoli mazzolini, ed io intrecciandoli insieme
comporrò la corona. Vi piace?
--Sì, sì!
E tutte si misero all'opera.
--Oh quanti bei fiori!
--E come sono olezzanti!
--Più di tutti le viole.
--Come piacciono a me le viole!
--Io ne vado pazza.
--Continuerei tutto il giorno a coglierne.
--Io pure.
--Non capisco perchè la violetta, che è un fiore così gentile se ne
sta tutta timida nascosa in mezzo all'erba e non si mostra altera al
nostro sguardo come la rosa ed il garofano.
--Sarei curiosa anch'io di saperlo. E sì che il suo profumo non la
cede per fragranza a quello di nessun fiore. Non è vero?
--Sicuro, ripeterono tutte in coro.
--Imparate da lei, le mie bambine, disse con voce amorevole la
Direttrice che nascosta dalla quercia aveva udito il dialogo di quelle
innocenti; imparate dalla viola ad essere umili e modeste. Non vi
lasciate mai sedurre dall'ambizione e dall'orgoglio; non vi lasciate
mai vincere dalla funesta tentazione di distinguervi, di far sfoggio
in faccia a tutti di quelle doti, di quei privilegi che il Signore vi
ha donati; ma vivete sempre semplici e virtuose. Quel soave olezzo che
tradisce la viola in mezzo all'erba additerà pur voi agli occhi del
mondo; e tutti vi ameranno, tutti faranno plauso alla vostra virtù.
E dato un bacio a quelle carine che religiosamente avevano ascoltato
le sue parole tentando di comprenderle, la Direttrice s'allontanò.
--Come ci vuoi bene la signora Direttrice!
--È tanto buona!
--Tieni; il mazzetto l'ho terminato. Va bene così!
--Va benissimo, brava.
--Ma ditemi un poco, a chi daremo poi questa bella corona?
--Ah è vero, bisogna pensarci!
--Se potessi mandargliela alla mamma che ci piacciono tanto i fiori!
--Vorremmo tutte fare lo stesso, ma... siamo in quattro e la corona è
una sola.
--Sicuro!
--Bene, gliel'offriremo alla signora Direttrice che qui in collegio ci
tien luogo a tutte della mamma. Che ve ne pare?
--Ma brava, faremo così.
E quelle ingenue creaturine intrecciando viole continuavano liete i
loro infantili ragionamenti.
Oh la bell'età dell'innocenza!
Or avviciniamoci a quelle tre giovinette che strette famigliarmente al
braccio passeggiano insieme i viali del giardino.
Hanno circa sedici anni, vale a dire quell'età in cui la donna
comincia a sentire il bisogno di nuove aspirazioni, in cui l'affetto
dei parenti e delle amiche pare che più non basti alle esigenze del
cuore sensitivo, in cui insomma l'amore germogliandole in seno vi
suscita molte volle l'ambizione e la civetteria.
Eccone una prova.
--Oh se mi sono divertita in queste vacanze in casa de' miei parenti!
diceva una bella brunotta dagli occhi vivi e maliziosetti.
--Già è pur bella la nostra Milano, ci offre pur molti divertimenti!
aggiungeva un'altra.
--Gli è per questo che sospiro il momento di lasciare il collegio che
mi diventa odioso tutti i giorni; saltava su la terza. Dover vivere
qui rinchiusa fra quattro mura, vestire così male, non sortire mai che
per andare in chiesa, è una cosa insopportabile.
E la dispettosa batteva i piedi dalla collera.
--Grazie al cielo per me è l'ultimo anno codesto, tornava ancora la
brunetta; l'ho pregata tanto la mamma che finalmente ha acconsentito a
levarmi di qui. D'altronde voi sapete ch'io sono fidanzata e bisogna
bene che abbia un po' di pratica del mondo prima d'entrarvi col bel
nome di _signora_.
--Sei fortunata, tu.
--E chi è il tuo sposo?
--Un mio cugino.
--È bello?
--Bellissimo, ricco e nobile.
--Ah sì?
--Mi venne presentato la prima volta nel mio palchetto del Teatro alla
Scala. Assistevo co' miei parenti alla rappresentazione del Mitridate.
Che bell'opera il Mitridate! Che musica! Ti tocca il cuore.
--Io la so quasi tutta a memoria. Furono le prime melodie che ho
apprese sul piano.
--Ah! ti dico che sentendola cantare alla Scala Mitridate è qualche
cosa di meraviglioso.
--Gran bel teatro la Scala!
--E come è _chic_. Vi si trovano tutte le nobiltà di Milano.
--Anch'io ci ho il mio palco e la mamma m'ha promesso, una volta
sortita di collegio, di condurmi tutte le sere.
--Quando ci sono andata io, continuò la brunetta promessa sposa,
vestivo un bell'abito di seta celeste, i capelli mi scendevano liberi
sulle spalle e bisognava che stessi bene perchè tutti mi guardavano.
--E chi ti guardava?
--Per lo più bei giovinetti, rispose con una certa ingenuità.
--Ah sì?
--E come era contenta vedermi l'oggetto della loro ammirazione.
--Oh l'ambiziosa!
--Infine poi non c'è nulla di male. Ebbene fu appunto in quelli sera
ch'io vidi per la prima volta mio cugino. Cosa volete, mi piace e
tutto, mio cugino, ma però gli ho trovato un difetto.
--Quale?
--Quello d'essere troppo serio; parla assai poco, ride di rado, ha
insomma la gravità d'un nonno.
--E tu sei così folle!
--Sarebbe adunque più adatto alla nostra Erminia che anche lei è
sempre melanconica, sospira sovente ed ama il silenzio e la
solitudine.
--Lasciamola in pace quella povera Erminia, è tanto buona!
--Mi piacerebbe però conoscere la causa della sua mestizia.
--Eh, io credo d'averla indovinata, disse la brunotta con piglio
misterioso.
--Ah sì? di su.
--E scommetterei uno contro cento di cogliere nel segno.
--Parla adunque!
--L'Erminia vedete...
--Ebbene?
--È innamorata.
--Oh bello!
--Ma di chi?
--Oh mio Dio, non avete mai notate le infinite cure che le usa il
signor Flavio nostro maestro di disegno; non li avete mai sorpresi in
dolci colloqui, non mai osservato com'essa si confonde allorquando le
parlate di lui e come la sua mano trema sul disegno quando Flavio si
ferma a contemplarla? Ma bisogna ben essere ingenue!
--Possibile?
--Altro che possibile, è certo. Erminia lo ama in segreto e n'è da lui
riamata.
--Fa adagio per carità, se ci udissero?
--Oh è un pezzo che me ne sono accorta.
--Ed è l'amore che la rende così mesta?
--Già, l'amore.
--Dev'essere una mestizia ben dolce allora.
--Il signor Flavio è un bel giovane...
--Bellissimo, ma non è nobile.
--È vero.
--Io già non lo degnerei d'uno sguardo; amare un semplice maestro di
disegno che vende le sue lezioni a un tanto per ora!
--Zitto; ecco appunto l'Erminia che viene verso di noi. Come è
pallida, pare che soffra.
--Voltiamo da questa parte e lasciamola sola. V'accerto che la nostra
compagnia l'annojerebbe.
Infatti s'avanzava per uno dei viali del giardino una bella fanciulla
di circa diciott'anni.
Sebbene i suoi lineamenti non avessero quella regolarità inappuntabile
che si osserva in certe compassate bellezze, pure erano così
aggraziali e gentili da conciliarsi l'interesse e la simpatia di tutti
quelli che la vedevano.
Un grosso volume di capelli castani le avvolgevano in nodi semplici ed
eleganti la graziosa testolina; aveva due occhi nerissimi circondati
da folte sopracciglia di seta; lo sguardo languido, la bocca
piccolissima, ed allorquando si componeva al sorriso lasciava vedere
denti di meravigliosa bianchezza; il colore del volto era quello della
rosa bianca, che ti lascia sempre incerto se sia pallido o tinto di
debole vermiglio; le scorgevi nel mento una leggiera pozzetta;
l'avreste creduta l'impronta del dito del Creatore, allorquando,
presala pel mento, si compiacque dell'opera sua.
Il suo passo era incerto, e su tutta la persona stavale diffusa una
tinta d'ineffabile malinconia.
S'internò in un boschetto di platani che trovavasi in un angolo
solitario del giardino, e macchinalmente lasciossi sedere sur un banco
d'erba.
Stette immobile, sembrava guardasse, ma non vedeva; sembrava
ascoltasse, ma non udiva.
In questo punto una capinera venne a posarsi sul ramo d'un albero ed
empì l'aria de' suoi gorgheggi.
Erminia parve ridestarsi a quegli accenti che armonizzavano tanto
colla mestizia del suo cuore e cercava dello sguardo il vago
augelletto.
--Oh! tu felice, esclamò, tu non conosci che l'azzurro dei cieli ed il
raggio benefico del sole; la natura sorridente ti accoglie dovunque, e
tu dovunque sorridi col tuo canto celeste. Anch'io una volta i miei
giorni passava nel gaudio; ora quella gioia innocente esiliò per
sempre dal mio cuore; esso ha perduto la sua pace, la sua
tranquillità. Oh mio Flavio, io non doveva incontrarti mai! Tu mi
fosti fatale!... Ti vidi; il tuo bell'ingegno mi destò ammirazione;
l'alma nobile, stima; il volto soave, amore. Oh sì, io t'amo, Flavio,
e tu, hai tu pure un palpito per la povera Erminia? Il tuo labbro non
s'aprì mai a parole d'affetto, ma tu pensi a me, non è vero? Sì, sì,
mel dice il cuore, mel dicono questi versi istessi.
E cavando dal seno un foglio, lo copriva di caldi baci.
--Lo trovai nascosto nei miei disegni; egli non può essere che tuo.
Oh, la cara speranza! E lesse: