Apro a caso il libro segreto della mia memoria, e mi chino sopra questa
inquieta cenere d'una mia giornata arsa.
[Il mio generale — dalla cui rude bontà m'ebbi ieri in dono una sorta
di alloro spinoso sradicato alle falde del sanguinante Podgora e
trapiantato in un vaso di terra rossa — il mio generale mi avverte che
stamani l'oratore castrense parla alla Brigata Caltanissetta accampata
in Versa.
Vado a Versa. È una mattina d'ottobre limpidissima, quasi temprata e
forbita come un'arme nuova. Le strade sono già asciutte, stanno per
ridiventar polverose. File di soldati, file di muli, file di carriaggi.
La mia macchina grigia, snella, vibrante come una piccola torpediniera,
fende i battaglioni che si aprono. Movimento insolito da per tutto. Si
sente che qualcosa è nell'aria, che qualcosa di grande si prepara. Si
fiuta già l'odore del sangue, come il fumo del mosto alla vigilia della
vendemmia.
Arrivo sul campo. Cerco sùbito l'altare. È alzato in mezzo ai pioppi
ingialliti, fasciato con le coperte di lana bruna in cui s'avvolge
il sonno dei combattenti nella trincea. Talune sono così vecchie che
mostrano i buchi. Ci si vede il sole a traverso.
I soldati si schierano dall'una e dall'altra banda, col fucile e con
la baionetta inastata. Hanno un aspetto di vigore che cova l'impeto.
Appartengono alla Brigata siciliana, alla Brigata di bronzo. Taluni
sono foschi come i Saracini dell'imperator Federico. Il loro capo grida
i comandi con una voce dura. Sembra un veterano eritreo o libico, che
abbia lasciato appeso all'arcione lo staffile di cuoio d'ippopotamo.
Il Duca arriva, con quel suo aspetto grave e un po' distante, ma
semplice, tranquillo.
Comincia la messa officiata da un prete robusto come uno zappatore, che
pronunzia le formule sacre con una bocca accesa sporgente da una barba
fulva.
Il capo grida: «In ginocchio!» I soldati s'inginocchiano, poggiandosi
al fucile. Come nei duomi la preghiera è sostenuta dalle guglie e
dai pinnacoli, qui oggi è infissa nelle punte delle baionette. Una
preghiera irta e aguzza. Volti inclinati di giovani imberbi, di uomini
maturi, taluni belli come i più belli esemplari dell'Ellade e del
Lazio. Bocche sensuali, bocche tristi. Lanugine bruna o rossastra su
mascelle risentite, su bazze tutt'osso. In taluni l'intero teschio
traspare; e si pensa allo scheletro che attende entro la carne e che ne
imita i gesti, ne segue le attitudini, prigioniero. Teste già toccate
dalla morte, già segnate dall'Operaia indefessa. Una massa di carne da
macello, un carnaio ben preparato.
Il cannone tuona, verso il monte di San Michele. Un velivolo nemico si
mostra alla sommità dell'azzurro, tra le nuvolette degli scoppii. Quasi
tutti gli occhi si sollevano al cielo lacero. Si vede il bianco ma non
è il bianco della paura. Vi balena un sorriso selvaggio.
Il sacrificio della messa s'interrompe affinché il Cappellano parli.
Egli sale sopra una bigoncia che domina l'altare fasciato di lana
rozza. Con una facondia senza intoppi, egli parla del coraggio. Il
coraggio l'ascolta, armato e taciturno.
Il cielo è d'una purità sublime, incurvato su l'Alpe che le prime
nevi imbiancano. Un tepore lento si forma dalla preghiera, sopra le
baionette nude e verticali. Il fogliame moribondo dei pioppi tremola
di continuo, oro nell'oro. Il Carso è laggiù, laberinto di trincee e
forteto di reticolati, quale lo conosco dall'alto. È certo che domani
s'ingrosserà quel fiume caldo che vi si forma sotto il sasso.
Non odo più le parole dell'oratore che ha già la bocca piena di saliva.
Odo il canto della terra, odo la pulsazione assidua dei cuori che
pompano il sangue del sacrifizio; odo il silenzio di sotterra e il
silenzio che sta di là dall'azzurro.
È una grande ora, la più grande da che abbiamo passato il confine e
piantato la bandiera nel suolo redento. So che domani, a mezzogiorno,
incomincerà lo sforzo, incomincerà la tremenda sinfonia, assai più
vasta che quella dei giorni di luglio.
Volti di soldati in una specie di trasognamento, che sembrano già
posati su l'erba funerea. L'anima si curva su di essi. Il cielo
s'affoca d'amore. Veggo il mio volto presso quei volti, agguagliato a
quella bellezza. Qualcuno si curva, mi riconosce, mi chiude gli occhi.
La marea si ritira di sotto alla volta del mio capo. Due sollevano il
mio corpo per coricarlo nella barella.
Perché penso a quella pietra che un giorno sollevai nella foresta opaca
e lasciai ricadere sbigottito, avendovi di sotto scoperta una vita
brulicante e fuggiasca?
Il Barnabita cessa di parlare. Il sacrificio della messa vien ripreso
dall'officiante, con un susurro lieve, con un moto di labbra, perché
ciascuno oda nel cuore la parola profonda.
«Siate facitori della Parola, e non uditori» è scritto sul pulpito di
Grado, nella Basilica dei Patriarchi.
Vedo luccicare i chiodi nelle grosse scarpe del cherico inginocchiato
davanti all'altare: i chiodi tra il fango, fra la terra molle, fra
qualche fil d'erba e foglia morta.
I soldati sono di nuovo in ginocchio. Le teste sono chine sotto la
selva lustra delle baionette. S'ode negli alberi gialli un crocidare
di cornacchie sommesso. Il Duca è immobile, pensoso, con quel suo
maschio pallore solcato dalla forza d'una malinconia che sembra in
lui risalire dalle profondità secolari della sua stirpe di guerrieri
e di santi. Egli si volta a guardare un poco in su. Il vino vermiglio
brilla nell'ampolla, sopra la tavola dell'altare; e il riflesso batte
nella spalla destra di Emanuele Filiberto segnando d'un segno luminoso
il rozzo panno soldatesco del cappotto ampio come una tonaca senza
cordiglio.
«=Tenuisti manum dexteram meam, et in voluntate tua deduxisti me....=»
Un giovine capitano, alto, snello, adusto, si china verso di me e mi
dice a bassa voce: «Perdoni, tenente». Poi mi mette le dita nel collo
e afferra una vespa che stava per pungermi. Ha la vespa viva tra il
pollice e l'indice. Me la mostra sorridendo. Sorrido al ricordo della
vespa che ronzava sul balcone di mia madre e che mi punse il polso, al
momento del commiato. Ferita di poeta! _Vulnus hyblæum._
Il crocidare fioco delle cornacchie su gli alberi d'oro accompagna
la fine della messa di sangue. «_Ite, missa est._» Il sacrificio
è compiuto. I soldati si levano in piedi, e hanno un poco di terra
molliccia ai ginocchi. Presentano le armi, mentre il Duca si muove,
seguito dai suoi ufficiali, per raggiungere il luogo dove aspetterà
che tutte le compagnie passino in ordinanza davanti a lui vicario della
Gloria.
Il sole monta al meriggio. Le ombre sono brevi. Nella gran luce i
corpi umani hanno un che di sparente, un che di labile. Quella massa di
carne mortale scorre, su la prateria, non men lieve che la fuga d'una
nuvola. Il passo misurato risona, come una pesta sorda; ma sembra che,
dal ginocchio in su, gli uomini sieno avviluppati di silenzio, d'un
silenzio remoto come quello che s'incurva laggiù su l'Alpe bianca della
prima neve.
La rapidità mi placa. Odo di tratto in tratto, sopra al rombo del
motore, il mortaio tonare sul monte. Vado al colle di Medea per
visitare l'osservatorio di dove lo Stato Maggiore della Terza Armata
assisterà alla prossima azione. Possiamo salire con l'automobile per
la strada nuova, rischiando le gomme contro la ghiaia asprissima.
Arriviamo al posto telefonico. I soldati si ricoverano sotto le tettoie
per non essere colpiti dai bossoli, che i cannoni della nostra difesa
aerea continuano a tirare contro un ostinato uccellaccio austriaco. Do
all'ufficiale di guardia alcune istruzioni per la copritura dei vetri
che luccicano e rivelano il posto all'osservatore nemico. Entriamo in
una specie di ridotto, tutto corridoi bui come quelli delle Catacombe.
Passiamo per una stanza fasciata di legno che un pittore ambizioso orna
di festoni, di ghirlande, di cartigli, come per un convito augurale.
Tutti questi operai sono pieni di devozione, di ardore, di fremito.
Costruiscono e ornano il Belvedere della Vittoria?
Che spettacolo, dalla vetta del colle! La pianura dolce come un
invito, i borghi d'un grigio di tortora, le città biancicanti,
Gorizia condannata, i monti e i poggi già irrigui di sangue italiano
e ricchi di ossame quanto di sasso. Tutto è oro d'autunno, azzurro
di lontananza. Intorno al velivolo è una corona di nuvolette bianche,
quasi serafiche. Il sole s'è fatto caldo come in maggio. I fianchi di
Medea sono vestiti di acacie, di pioppetti, di cespugli. Ho voglia di
stendermi su la proda e di dormire.
Se mi stendessi, non dormirei. L'irrequietudine mi caccia. Rientro nel
mio rifugio su l'Ausa, nelle mie due stanze basse che la manìa di un
cacciatore o di un ornitologo paesano riempì di uccelli impagliati.
L'occhio sfugge i palmipedi per confortarsi nelle imagini della Nike
di Samotracia, della Vittoria di Brescia. Che farò per attendere il
domani? Ecco un messaggio. I marinai delle batterie navali collocate
nell'Isola Morosina confidano che domani a mezzogiorno sarà con loro il
Lanciere di mare. Rivedo il sabbione biondiccio, le passerelle su la
mota, le torri di legno nascoste nella fronda delle querci, la Sdobba
azzurra, un lembo del Bosco Cappuccio, Ronchi, Doberdò, la selva di
Monfalcone, la Rocca, e Duino sul precipizio di rocce, e lo smottamento
rosso di Sistiana, e laggiù Barcola, e laggiù Trieste, tutta l'Istria
cilestrina. Le voci dei marinai e delle cornacchie tra gli alberi. A
volte un gabbiano brilla nell'aria come un velivolo. Due cavalleggeri
guardano i fili del telefono, coi loro piccoli cavalli villosi tra la
frasca. Nell'osservatorio nascosto dentro la quercia, il comandante
calcola sopra un quaderno, tra il goniometro e il canocchiale. Il sole
brilla su i treppiedi di legno levigato. Il megafono, la grande bùccina
di metallo, sporcata di verde, sta appeso al ramo. S'aspetta il primo
colpo. «Pezzo uno, attenti! Castagnola, fuoco!»
Le visioni, le apparizioni e i sogni mi rapiscono lo spirito a ogni
attimo se mi soffermo, se mi seggo, se mi riposo.
Già i cavalli sellati sbuffano davanti alla porta. Monto Doberdò, che
sembra allegro. Vado su la strada di Palmanova, in cerca d'un prato per
galoppare. Ne trovo uno troppo piccolo, dove s'affonda. Scopro, verso
Muscoli, un fiumicello colmo che corre tra file di salici annegati
fino a mezzo il fusto, dorati come la chioma di Ofelia. A un certo
punto, non incontro più né carriaggi né ambulanze né truppe. Una pace
improvvisa, in una ripa solitaria.
L'acqua verde, la viottola umida, i salci d'oro, i pioppi d'un oro
anche più splendido; le erbe lunghe, le vermene oscillanti, un uccello
misterioso che fugge per l'ombra, senza grido; il sentiero che si
restringe sopra l'argine, finché diventa impraticabile; una fila
di alti pioppi dorati, laggiù, dove non posso andare; e l'acqua che
fluisce come un sorriso sinuoso.
Soavità di questo paese riacquistato! L'autunno vi biondeggia come
un ritratto del Palma vecchio. Qualcosa di femineo e di docile, da
mettervi la mano per entro. Dov'è la guerra? Dov'è tutta quella carne
da lacerare e da pestare, che stamani era accomandata dal prete al Dio
degli Eserciti?
Mi arresto là dove è impossibile passare col cavallo, tanto è folto
l'intrico delle acacie. Torno indietro per le viottole erbose e
fangose. La pesta sorda di Vaivai, che mi segue, sembra attirare
indietro la mia malinconia, in un modo musicale che non so esprimere.
Doberdò sbuffa, e a quando a quando tuba, roco come una tortora.
Vado a cercare un prato che conosco, di là dall'Ausa. Galoppo
finalmente sul terreno soffice, sopra le ombre lunghissime dei fusti,
come sopra uno smisurato rastrello.
Il prato è segreto, tutto chiuso fra cortine di pioppi, silenzioso,
dolce come chi ama arrendersi. Gli alberi ardono per le cime, come
i ceri, pioppi e salici dai lunghi rami verticali: leggeri, aerei.
Le ombre s'allungano finché toccano l'altra estremità. Il cielo
impallidisce. La mia malinconia si fa più musicale ancóra, misurata dal
galoppo ritmico del cavallo. Ripenso, o meglio risento certi vespri
fiorentini sul Campo di Marte, in vista di Fiesole gloriosa, tra una
chiarità di muri graffiti....
Il passato non val più nulla. né vale il presente. Il presente non è se
non un lievito.
Ho non so che volontà di morire. Ascolto la melodia del mondo, che
significa: «È tempo di morire, _tempus moriendi_».
Esco dal prato come da me stesso, col cavallo in sudore. Ritorno su la
strada brutale, fra lo strepito atroce dei carri. Fumo, polvere, puzzo,
ingombro, grida. E il cielo così arduo e tanto immacolato
Nella scuderia, l'odore della canfora, l'odore della miscela inglese.
Uno strano intorpidimento m'invade, nella posta, tra muro e tramezzo,
su la paglia fresca, mentre il palafreniere fa la fregagione alla
spalla di Vaivai. Nessuna volontà di tornare a casa, di seguitare a
vivere. Imagine d'una trincea profonda, sul Monte San Michele, nel
Bosco Cappuccio, dove si muore, dove la morte percote e schiaccia di
sùbito, dove il corpo diventa inerte come la mota, come il sasso,
all'improvviso. Torno a casa. Tutte le noie della vita comune, di
quell'altra vita, sono là, su la mia tavola. Se devo finire domani, val
la pena di occuparsene? Donatella è là, nella cornice di smalto, con
i due levrieri favoriti, con Agitator e con Great Man, col fulvo e col
nero. Mi riappare la prateria di Dama Rosa, il muro pallido, il granaio
basso, il gioco dei cani nell'erba non falciata. Ore lontane, ore di
solitudine, di ebrezza, di afflizione. E la tomba della mia povera
Dorset Red, laggiù, nell'angolo, rilevata di zolle, simile ai tumuli
dei soldati, che vidi ieri sotto i cipressi di Aquileia, all'ombra del
campanile venerando. E l'immensa guerra che riempie i continenti e le
isole, la gigantesca forza nemica, la pulsazione tremenda della razza
barbarica.
Dio, Dio, solleva domani di mille cubiti la statura nostra! Dacci il
sentimento della potenza, del diritto divino, dell'imperio ereditato.
«Gettiamo il fegato di là dal Carso e andiamo a riprenderlo. Questo
bisogna.» Così diceva iersera un soldataccio che odorava di trincea
muffita.
Perché nessun canto mi esce dal cuore? Perché, quando per forza mi
dispongo a comporre il canto aspettato, sono preso da una specie di
ripugnanza che par vergogna?
Lo so, lo so, mia gente. Voglio sparire prima che la fede m'abbandoni.
Ero intento alle solite cure atletiche dei muscoli, quando il migliore
dei miei compagni di terra ha picchiato ai vetri della finestra
bassa: il capitano dal bel capo di negro impallidito, il mio pilota di
tempesta, quello del più arduo volo.
Forse viene a offrirmi la fine eroica. «Al quale io dissi: Benvenuto è
il tuo nome. Rispose: Benvenuto sarò io questa volta per te.»
Mistero della sera, dell'arrivo inatteso, della voce che suona su la
soglia, tra l'aria di fuori e l'ottusità di dentro. Ogni uomo è un
messaggero. Bisogna aprirgli il pugno.
Il benvenuto ritorna, quando sono pronto. Al primo vederlo, gli trovo
la qualità dei sogni. Mi porta il vento alpino che passa pel valico,
là nell'Altipiano dei Sette Comuni; mi reca l'odore della prateria
soleggiata dove pascolano le vacche presso la loro ombra lunga, dove
i fiori violetti del colchico si piegano verso la loro ombra lieve.
Tutti i nastri delle vie legano la terra verde. Delle abetine non
vedo se non le cime fitte come schiere e schiere e schiere di lance.
Dell'alpe non vedo se non i denti che stracciano le nuvole, le groppe
che s'accavallano, le ombre disposte come le nervature nelle foglie
palmate...
Il benvenuto mi parla, e non lo comprendo. Mi occupa l'orecchio il tono
del motore. Sto sul mio seggiolino di prua. Porto il barografo legato
a zaino su la schiena. Mi serro la mia cintura di sicurezza. Non ho
davanti a me se non il bordo di zinco verniciato di bianco, simile
a quello d'un leggerissimo palischermo. Non ho davanti a me se non
l'agile mitragliatrice collocata sul treppiede d'acciaio. La fisso con
la canna in alto. Sento sotto i miei piedi la fragilità dell'assicella
di noce. L'aria mi penetra. Sono d'aria e d'anima. Vivo una vita
perfetta.
Il benvenuto mi parla, e io non l'odo. Passiamo su Gorizia, sotto una
cupola di scoppii bicolori. Ora andiamo incontro alla sera, alla nostra
sera. Il pilota abbandona le leve e allarga le braccia, come verso
una donna bella, con una subitanea fantasia giovenile. Nel verdognolo
e nel bruniccio i nastri delle vie legano la terra. I denti dell'alpe
masticano l'oro del tramonto, lo ruminano, lo sfilaccicano. Siamo sopra
la pianura. Udine biancica nel violaceo. Il sole scompare nelle liste
delle nuvole, quasi spade che lo decapitino. Ora siamo a duemila e
ottocento metri di quota. Si scende con un volo librato arditissimo. La
prua dà di becco nell'ombra. Tutto il mondo gira intorno al mio sogno.
La pianura si solleva e diventa cielo; il sole mi passa sul capo come
se tornasse al meriggio; l'alpe danza una giga frenetica; le città e i
borghi sono lanciati nello spazio come sassi da una frombola titanica.
Il sole, fasciato dalle liste d'oro, turbina. Un discobolo divino lo
scaglia verso il fato di domani...
Il benvenuto m'indovina assente e mi riconduce a lui toccandomi il
gomito, come quando dal suo posto nella carlinga, tra le nuvolette
bianche e rosse dei tiri austriaci, mi chiedeva il taccuino per
scrivervi tranquillo: «Cattiva carburazione. I radiatori sono freddi.
Spero di raggiungere le nostre linee». Lo guardo, lo guardo bene.
Ha i capelli rasi fino alla cotenna, come gli atleti greci, come i
lottatori del ginnasio. Vorrei nominarlo col nome d'uno dei tre Magi,
del più giovine, di quello dalla pelle buia, dalle labbra grosse, dagli
occhi sporgenti, di quello che portava la mirra.
Piemontese d'oggi, pacato, volontario, tenace, ma non senza
pieghevolezza e amore del gioco, preciso e ardito, deliberato a vincere
e a godere. Ha ventisette anni: è nel culmine della giovinezza, quando
la prima fame è sazia e cominciano gli indugi sul sapore.
È stato a Verona, per tre ore, divorato dal desiderio e dall'ansia,
per vedere una sua amica che passava da quella stazione con un treno
della Croce Rossa. Servito da un'astuzia e da un'audacia fredde,
dissimulando la sua avidità quasi ferina — dopo la lunga astinenza del
campo d'aviazione — ha potuto riescire a ritrovarsi con lei: per alcuni
attimi? per un'eternità? La visione di tutta quella carne dolorosa,
composta negli scompartimenti squallidi, ha traversato il suo delirio.
E, per perdonare a sé l'empietà, egli ha promesso al suo rimorso
l'espiazione: ha giurato di offerirsi al più gran pericolo, ora e
sempre, per tutta la guerra...
Mi racconta questo su la soglia, mentre si vede luccicare l'Ausa sotto
la luna nuova, e s'ode sul ponte lo scalpitío dei cavalli.
Per avere ventisette anni darei il libro di _Alcione_.
Ho la mia fotografia di ieri, implacabile, che mi mostra quel che
sono, quel che è il mio viso. Eppure, oggi, a cavallo, avevo non so che
senso giovenile del mio corpo. Dianzi, sotto le spazzole dure e sotto i
guanti di crino avevo non so che senso giovenile dei miei muscoli, dei
miei tendini, delle mie arterie.
Ma là, nella fotografia di ieri, nella «istantanea» spietata, sono
già vecchio. Lo vedo: c'è là qualcosa di senile, che pure mi sembra
estraneo, che pure non sento in me. Quando cammino, quando galoppo,
quando volo, quando l'aria mi percote, quando il vento mi fischia negli
orecchi, ho del mio viso un sentimento che non è reale. Credo di avere
il viso fermo e liscio della mia volontà. E questo è un viso grinzoso
di vecchietto «richiamato»!
Pure, dianzi, davanti alla porta della scuderia, sono saltato giù
dalla sella con una leggerezza di volteggiatore; e mi sono ritrovato in
piedi, con un equilibrio netto, su le gambe elastiche.
V'è una giovinezza di movimento, che può essere conservata a lungo
dalla disciplina. Ma l'età e la passione, accoppiate sotto un giogo,
continuano ad arare la faccia.
Il filo di scarlatto che misi intorno al collo d'un mio eroe per
segno della minacciata mannaia, non era se non una figura della mia
inquietudine. Talvolta penso che mi piacerebbe di reggere il mio
proprio teschio in mano, come certi militi della Leggenda aurea, e di
concedere al resto del corpo le sue illusioni muscolari.
Il benvenuto mi offre il buon rischio, con una certa galanteria,
come si offre un trifoglio di quattro foglie. Domani, a mezzogiorno,
incomincerà la sinfonia sanguinosa. Martedì mattina andremo, col nostro
leggero «Farman», a riconoscere le linee nemiche e a proteggere con
la nostra mitragliatrice i «Caudron» che faranno il servizio per le
artiglierie.
Il tono vitale sembra aumentato anche nelle cose intorno. Il capo
raso del benvenuto ha per fondo le imagini equestri del Gattamelata
e del Colleoni. La Leda del Museo marciano è ghermita dal gran cigno
dell'Eurota, non con piede palmato ma con artiglio d'aquila che
travaglia la lunga coscia voluttuosa.
«Perché Leda tra i Condottieri e le Vittorie?» mi domanda il ghermitore
di Verona, ne' cui occhi forti ondeggia un'altra imagine.
«Perché è la madre dei Dioscuri, che stanotte verranno di nuovo a
lavare i loro cavalli bianchi nel Timavo.»
Egli sorride. Ha i denti di smalto intatto. Sveglio in lui l'istinto
della poesia. Certe volte, a grande altezza, quando tutto era
divino intorno a noi, sopra di noi, e le nostre ali parevano ferme,
rigate dalle ombre esili dei tiranti, egli mi chiedeva il taccuino e
abbandonava le leve per scrivermi un suo pensiero lirico.
Siamo ora seduti tutt'e due sul banco. Si parla di apparecchi, di
camerati, di capi, di fortuna, di sfortuna. Si guarda su la carta la
distanza tra Campofòrmido e Vienna: il nostro sogno. Ier l'altro,
il colonnello Barbieri, a Pordenone, dimostrava l'impossibilità di
compiere l'impresa con un «Caproni» da trecento cavalli. Si discute,
si persiste, si vuole, si spera. Si sogna e si disegna un velivolo
di forza triplice, robusto e rapido, armato a prua e a poppa: una
squadriglia formidabile, capace di gettare su Schœnbrunn diecimila
chilogrammi di tritolo.
Siamo tutt'e due sul banco, l'uno accanto all'altro. Ci sembra che i
nostri destini si leghino, si annodino. Egli è giovane, io non sono
più giovane. E tutt'e due martedì, prima di mezzogiorno, potremmo
esser morti, essere un pugno di carniccio carbonizzato, qualche osso
annerito, qualche cartilagine rattratta, un teschio spiaccicato con
qualche dente d'oro luccicante nella poltiglia. O forse abbatteremo un
velivolo nemico, il primo, e discenderemo nella gloria!
Quando glie lo dico, i suoi occhi luccicano tra le palpebre rilevate
come quelle dei bronzi arcaici.
Si alza per andarsene. Ha i guanti troppo stretti. È ancor lontano
dalla vera eleganza. Ma i denti bianchissimi gli brillano, come lassù,
nel nembo montano, su la tempesta impietrita dell'alpe, quando mi
voltavo verso di lui dal mio seggiolino di prua per fargli un cenno
risoluto.
Su la soglia, nella sera limpida, mentre la luna nuova brilla tra la
fronda della ripa, mentre un ragazzo fischia sul tiemo d'un burchio
ormeggiato, mentre là su la strada di Palma un cavallo nitrisce, mentre
laggiù il Trecentocinque dell'Isola Morosina romba e rimbomba, egli
riprende a parlare della sua amica bella e della furente ora veronese.
Un Maggiore medico, dal treno della Croce Rossa, vedendolo passare,
mentre l'infermiera fingeva di non conoscerlo e dissimulava l'ansietà,
il Maggiore medico aveva detto: «Guardi che capitano giovine! Sembra un
ragazzo».
Il capitano soggiunge, con modestia incantevole: «M'ero fatta la barba».
Se ne va. Va a desinare, poi riparte per Campofòrmido. Lo accompagno
fuori. Lo seguo con lo sguardo fino di là dal ponte. Non ho voglia di
andare alla mensa, non ho voglia di ritrovarmi in quella sala fumosa,
piena di chiacchiere; non ho voglia di riudire tra quel baccano
l'ufficiale dell'Intendenza parlarmi del «cavallo di carica» e del
«prelevamento» di una uniforme pel mio caporale.
Lo spiazzo è deserto di carriaggi, perché domattina lo debbono spianare
e inghiaiare. L'Ausa è liscia come uno specchio, senza il più lieve
increspamento, senza la più tenue ruga. È giovine.
Varco il ponte, alla ventura. Le vie sono ancora piene di soldati,
gonfie di sangue cupo. I carri passano ronfiando, con un solo occhio
azzurro. Passa una fila di cavalleggeri, portando i cavalli a mano.
Passa un'automobile del Comando, a tutta velocità, con il solo fanale
di sinistra acceso. L'Ausa non si muove; sembra stagnante come il
Lete: chi lo varca è un morto. La luna è insensibile, come al tempo
dell'insonnio di Saffo.
Torno indietro. Cammino per la strada di Palmanova. Giungo davanti
alla catena tesa dalle guardie, alla barra notturna. Passo oltre,
scavalcandola. L'occhio blu di un carro mi viene incontro. Come si
avvicina, il chiarore mi abbaglia, perché il soldato che lo conduce ha
grattato la vernice azzurra e ha scoperto nel centro un disco di luce
bianca, per veder meglio la via. Mi scanso, e urto contro qualcuno che
borbotta e puzza.
È un prigioniero straccione, che un lanciere a cavallo caccia innanzi,
su per il margine.
Vedo, laggiù, lungo la fronte, splendere le bombe illuminanti. Arrivo
all'Ospedaletto e torno indietro. Un medico fuma un sigaro davanti alla
porta, tranquillo.
Rientro. Non ho pace. Soffoco. C'è nelle stanze requisite un odore
di stoffa nuova: l'odore dei paraventi portati dal tappezziere di
Udine, che mi servono a nascondere gli orrori dello stile goriziano.
Paraventi? Come vorrei stanotte appoggiare la mia vita contro un
parapetto di trincea!
Il letto requisito mi sembra ridicolo, col suo doppio guanciale, con la
sua rimboccatura ben fatta, col suo piumino trapunto, con la sua carafa
d'acqua sul marmo del comodino.
Non ho sonno, ma credo che ho un po' di fame, perché sento che la testa
mi si vuota. A quest'ora il digiuno è inevitabile. Non è la vigilia? la
grande vigilia?
Odo uno scalpiccío di truppe sul ponte. Il cuore mi balza. Esco,
accorro.
È una brigata di rinforzo, fanteria scelta. Le file marciano nel
chiarore della luna declinante, valicano L'Ausa, traversano la città
addormentata e spenta. Passo vivace. Allegria schietta. Scoppio di
lazzi, di risa, di canti. E vanno a morire.
Stamani, sul campo di Versa, nella luce meridiana, sotto il cielo
candido, il torrente di carne mortale mi pareva perdere la sua
consistenza e divenir quasi moltitudine di larve in punto di dileguare
per la prateria come ombra di nuvola. Ma quest'altra gente nella notte,
non so perché, mi pesa come se io la portassi, come se io medesimo la
trasportassi alla morte. Non sono larve, non sono labili imagini. La
luce non li divora, non li consuma. Sono uomini, ossature, muscoli,
fiati. _Homines, durum genus._ Hanno quel terribile odore che sale dal
numero quando esso è numerato dal destino per la sua bisogna. Mi sono
prossimi. Un gomito mi urta; il calcio d'un fucile mi batte contro
l'anca; un alito forte mi soffia alla gota. Mi confondo con loro.
Rientro nella mia sostanza. Mi sembra che la mia anima sfavilli, e
che le faville si apprendano alle loro ossa. Essi parlano, gridano,
cantano; e io sono silenzioso. Ho cantato per loro, essi cantano per
me. Nessuno mi riconosce nella notte. Mi riconosceranno all'alba.
Gridano: «Viva la guerra!» gridano: «Viva l'Italia!» Io grido in loro.
Passa un capitano sopra un cavallo enorme come gli stalloni dei
condottieri, sopra il cavallo di Bartolomeo Colleoni, tanto alto che
par rialzato da un piedestallo, con una potentissima groppa, con un
vasto petto di toro, con un massiccio collo crinito. Di dov'è mai
disceso questo destriero monumentale? dov'è mai andato a cercarlo la
Requisizione dei quadrupedi? Sembra una bestia di leggenda, riapparita
per portare a una nuova meta un nuovo destino. Odo sonare su la strada
i suoi quattro zoccoli ferrati, distintamente tra lo scalpiccío e il
clamore. Scorgo i lunghi fiocchi selvaggi ai suoi pasturali, la sua
coda cresputa e ondosa come se in cammino le si fossero disfatte le
trecce e le ligature di pompa. Non è questo il cavallo che domani a
notte sarà abbeverato nel Timavo dalle sette fonti? Non è candido come
quel di Càstore, è nero come l'inferno del Carso.
Anche l'ufficiale che lo monta è membruto, avvolto nell'ampio
mantello, col cappuccio su gli occhi, taciturno. È un destino commesso
a un'ossatura più che umana. Appare intagliato nel chiarore freddo,
grandiosamente.
Lo seguo trasognando. La poesia mi travaglia il petto, come una branca
nascosta; e il mio istinto di cavaliere mi tormenta i muscoli delle
gambe. In altri tempi avrei sognato di abbattere quel destino coperto,
e di porre il mio in sella usurpando il potere. Cammino a fianco dei
soldati, con non so che meravigliosa umiliazione di cui si colma il mio
cuore come d'una felicità inattesa.
Siamo all'ombra delle case, nella via arborata. In un crocicchio, la
luna bassa apparisce in fondo alla strada di destra e rischiara la
fila. Un sottotenente imberbe mi riconosce al mio collaretto bianco del
reggimento di Novara e alle due alette d'oro che luccicano su la mia
manica. Arresto le sue dimostrazioni. Scambiamo qualche parola a bassa
voce.
«Viene con noi?»
«Vengo con voi.»
«Fino alla trincea?»
«Fino alla trincea.»
Egli trema e ha due belli occhi puri, raggianti d'amore e di fervore.
Tace, al mio segno. Rientriamo nell'ombra. Camminiamo in silenzio,
col passo dei soldati. Ora siamo fuori del sobborgo, su la grande
via bianca. Il cavallo gigantesco si disegna sul cielo stellato.
Se si impennasse, parrebbe in punto di sollevarsi per tornare alla
costellazione nomata del suo nome, tanto la sua forma è favolosa. I
soldati intonano un canto che dall'avanguardia si propaga laggiù sino
agli spedati. Misuriamo il passo su la cadenza, e ci sembra d'essere
per sempre immuni dalla stanchezza.
Vicino a me un soldato non canta ma di tratto in tratto, rapito
nell'impeto delle riprese, manda qualche nota monca, come se
masticasse. Lo guardo. Ha il boccone in bocca. Mangia il suo viatico.
Sembra pan fresco, all'odore. Sùbito la mia fame si sveglia.
Senza peritarmi, gli domando un pezzo del suo pane. Egli si volge
confuso.
«L'aije muccicate, 'gnore tenende» dice con un rammarico gentile,
mostrandomi il segno dei denti nella crosta bruna.
Con una commozione profonda, come se udissi la voce medesima di mio
fratello partitosi giovine dalla casa paterna e non più ritornato,
riconosco l'accento del mio paese, l'idioma della terra d'Abruzzi.
Lo guardo. Non può avere più di vent'anni. Anch'egli ha i denti
bianchissimi, nel suo sorriso d'innocenza, e gli occhi stralucenti
come quelli degli spiritati che vidi roteare intorno al santuario di
Casalbordino, dietro gli altissimi stendardi rapiti dal turbine del
miracolo. «Evviva Maria!»
Gli levo il pane di mano, lo spezzo in due, e gli rendo la metà.
Rimane attonito, con gli occhi bassi. Alla luce delle stelle scorgo
le sue lunghe ciglia ricurve. Rattengo le parole del suo linguaggio,
del nostro caro linguaggio, che mi salgono alle labbra. Mordo crosta e
mollica, franco.
Ed è il miglior pane che io abbia mai mangiato, in verità, da che ho
denti d'uomo.]
Tale la cenere inquieta d'uno dei miei giorni vissuti con quel
«pensiero dominante» che è il tema melodico del racconto musicale
composto da me fuoruscito all'ombra dei pini landesi intorno al tempo
del solstizio, or è tre anni. Il quale io vi mando costassù nella
contrada di Silvia l'Italiana, o Chiaroviso, come il dono dell'alleato
e il ricordo dell'ospite, accompagnandolo con questa Licenza che poteva
esser breve come il congedo d'una ballatetta e m'è ora divenuta sotto
la mano un libro folto, per il gran piacere del divagare proprio al
convalescente.
Sorrido pensando a quegli invogli di fronde compresse e risecche,
venuti di Calabria, che un giorno vi stupirono e incantarono, quando
ve li offersi sopra una tovaglia distesa su l'erba di Dama Rosa, non
ancor falciata, ove da per tutto tremolavano i fiori scempii e le
avene fatue fuorché nei solchi segnati dal giuoco dei levrieri. Gli
invogli erano di forma quadrilunga come volumetti suggellati d'un
solitario che avesse confuso felicemente la biblioteca e l'orto. Ci
voleva l'unghia per rompere la prima buccia. La membrana andava in
frantumi ma le nervature resistevano come quelle del dosso d'un libro
legato in cartapecora. La seconda foglia era più tenace e la terza
ancor più, e la quarta più ancora. Il viluppo si faceva più stretto
assottigliandosi. Le dita non arrivavano mai in fondo; e l'attesa
irritava la curiosità; e l'indugio faceva credere al gusto che là
dentro si celasse la più saporita cosa del mondo. E m'ho tuttavia
nella memoria quella grazia del viso chino, ove la bocca si socchiude e
chiude per l'acqua che le viene.
Ecco l'ultima foglia in cui è avvolto il segreto, profumata come il
bergamotto. L'unghia la rompe; le dita s'aprono e si tingono di sugo
giallo, si ungono di non so che unguento solare. Pochi acini di uva
appassita e incotta, color tané oscuro, di quel colore che «pare
ottenga nell'occhio il primo grado», pochi acini umidi e quasi direi
oliati di quell'olio indicibile ove nuota alcun occhio castagno ch'io
mi so, pochi acini del grappolo della vite del sole appariscono premuti
l'un contro l'altro, con un che di luminoso nel bruno, con un che di
ardente senza fiamma, con un sapore che ci delizia prima di essere
assaporato.
Così, o Chiaroviso, il racconto della Leda senza cigno è ravvolto in
questi molti fogli che conviene svolgere o frangere. Non dico che in
fondo il sapore sia tanto squisito, ma certo è insolito.
Quando la dura sentenza del medico m'inchiodò nel buio, m'assegnò nel
buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro; quando
il vento dell'azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e
i fantasmi della battaglia furono d'un tratto esclusi dalla soglia
nera; quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me; quando ebbi
abbandonato la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia
confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito
mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e
d'ingannare il medico severo senza trasgredire ai suoi comandamenti.
M'era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né
m'era possibile vincere l'antica ripugnanza alla dettatura e il pudore
segreto dell'arte che non vuole intermediarii né testimoni fra la
materia e colui che la tratta.
L'esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La
difficoltà non è nella prima riga ma nella seconda e nelle seguenti.
Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano
la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato. Sorrisi d'un
sorriso che nessuno vide nell'ombra, quando udii il suono della carta
che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto, al lume
d'una lampada bassa.
Quando ella si accostò al mio capezzale col suo passo cauto e mi
portò il primo fascio di liste eguali, tolsi pianamente le mie mani
che da tempo riposavano lungo le mie anche. Sentii ch'eran divenute
più sensibili, con nelle ultime falangi qualcosa d'indistinto che
somigliava a un chiarore affluito. Stavo per imparare un'arte nuova.
Prima, la mano soppesava la materia e l'occhio la considerava. La
materia aveva colore, rilievo, timbro. La penna era come il pennello,
come lo scalpello, come l'arco del sonatore. Temperarla era un piacere
glorioso. Lo spirito umile e superbo tremava nel misurar la risma
compatta e intatta da trasmutare in libro vivente. La qualità dell'olio
per la lampada era eletta come per un'offerta a un dio inconciliabile.
Nelle ore di creazione felice la sedia dura diveniva un inginocchiatoio
scricchiolante sotto le ginocchia che sopportavano la violenza del
corpo inarcato.
Nel buio, un sentimento vergine rinnovava in me il mistero della
scrittura, del segno scritto. Il mio corpo era come in una cassa,
disteso e serrato. Mi pareva di essere uno scriba egizio, in fondo a
un ipogeo. Occupavo la mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta
al mio corpo come una guaina. Pensavo sorridendo: «Agli altri morti
i familiari hanno portato frutti e focacce. A me scriba la pietosa
reca gli strumenti dell'officio mio. Se mi levassi, il mio capo non
urterebbe il coperchio dov'è dipinta all'esterno la mia imagine di
prima coi grandi e limpidi occhi aperti verso la bellezza e l'orrore
della vita?»
Il mio capo restava immobile, chiuso nelle sue bende. Dalle anche
alla nuca una volontà d'inerzia mi rendeva fisso come se veramente
l'imbalsamatore avesse compiuta su me la sua opera.
Sùbito le mie mani trovarono i gesti, con quell'istinto infallibile
che è nelle membrane delle nottole quando sfiorano le asperità delle
caverne tenebrose. Prendevo una lista, la palpavo, la misuravo. Era
simile a un cartiglio non arrotolato, simile a uno di quei cartigli
sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole. V'era un che di
religioso nelle mie mani che lo tenevano. L'udivo crepitare tra le
mie dita che tremavano. Sembrava che la mia ansia soffiasse sul tizzo
ardente che m'avevo in fondo all'occhio. Vampe e faville s'involavano
nel turbine dell'anima. Sentivo su le mie ginocchia la mano della
pietosa.
Le sollevavo leggermente per ricevere la tavoletta. Era, per me
oscurato, come una tavoletta votiva. Fra il pollice l'indice e il medio
prendevo il cannello. Il medio aveva tuttavia il solco del lavoro
ostinato. _Nulla dies sine linea._ E tremavo davanti a quella prima
linea che stavo per tracciare nelle tenebre senza scorgere le parole.
Cerco nelle rubriche del _Notturno_, e trovo questo:
[Non scrivo su la sabbia, scrivo su l'acqua. Ogni parola tracciata si
dilegua, come nella rapidità d'una corrente scura. A traverso la punta
dell'indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che
incido. È un attimo accompagnato da un luccicore come di fosforescenza.
La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.
Il pensiero sembra correre sopra un ponte che dietro di lui precipiti.
L'arco poggiato alla riva è distrutto, sùbito crolla l'arco mediano.
L'ansia raggiunge la riva opposta con uno sgomento di scampo, mentre il
terzo arco cede e sparisce.
Scrivo come chi caluma l'àncora, e la gomena scorre sempre più rapida,
e il mare sembra senza fondo, e la marra non giunge mai a mordere né la
gomena a tesarsi.]
Un giorno mi venne il desiderio improvviso di riconoscere l'accento
di quell'altra mia arte; e mi ricordai di un'opera da me scritta nel
mio rifugio della Landa, tra la fine della primavera e il principio
dell'estate, scritta con una penna e un'attenzione più aguzze che mai.
La voce di Desiderio Moriar mi risonò nel buio. «La notte non è
onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno sotto il pieno meriggio,
ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano.»
Il volto di Desiderio Moriar mi riapparì nel buio. «Egli fece la notte
in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò silenzioso.»
Allora pregai qualcuno, che stava al mio capezzale, di rileggermi
quelle pagine obliate.
V'era, qua e là, alcun tratto d'arte notturna. V'erano parole d'uno
strano potere, che sembravano tracciate a occhi chiusi. Tra riga e
riga, gli aspetti della vita assumevano il carattere delle apparizioni.
«La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione
e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e
spesso contro l'ordine delle leggi apparenti.» La vocazione della morte
v'era espressa con modi musicali d'una novità che mi rapiva. Avevo dato
al «pensiero dominante» uno stupendo viso di donna, «quell'antica e
novella faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa
di Re pastore intagliata nel basalte».
Certe cadenze mi facevano d'improvviso balzare il cuore veloce e
suscitavano dal fondo del mio occhio ferito grandi bagliori, come d'un
incendio che ricominciasse.
Ed ero immobile sempre. Gli orizzonti si avanzavano come quattro barre,
si chiudevano come uno steccato. La città vi rimaneva dentro, senza
vista, senza respiro, esanime. La casa, piena di sollecitudini, di
voci sommesse, di cure, di rumori segreti, di piccoli iddii nascosti,
s'acquetava, si dileguava quasi, diveniva inesistente. Sole le quattro
pareti della mia stanza esistevano; e intorno era il vuoto senza fine.
Poi sole esistevano le quattro colonne del mio letto, che credevo di
sentire nel buio come quattro aste d'una tenda quadrata nel deserto.
Poi sole esistevano le mie ossa, solo esisteva il mio scheletro
fasciato di carne.
E nello scheletro era come una coagulazione subitanea della vita. La
vita s'aggrumava, s'accagliava come il sangue che non scorre più. Era
un orribile peso.
E ascoltavo la voce del lettore: «Tutto il mio essere aderì
all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo,
pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle
viscere e dei precordii. Sentivo stillare verso me il dolore e la morte
come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa. Una
disperata poesia divenne la mia propria sostanza....»
È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso?
È l'ultima opera d'arte pura ch'io abbia composta nella solitudine
dell'estremo Occidente. A considerarne la materia e il lavoro, par
chiusa come una di quelle belle pigne penzolanti dal più alto ramo del
pino piagato; la quale io m'imagino non possa esser colta se non per
infiggerla alla punta del tirso «che rende furibondo chi lo porta».
Dimentico dunque di averla già assomigliata a qualcosa di più dolce che
i semi durissimi custoditi dalla scaglia verdebruna? Ma forse entrambe
le similitudini le convengono; ché nulla è inconciliabile dinanzi alla
sovranità del ritmo.
Mi misi a comporla attentissimamente, per farmi il polso allo stile
di un'opera più vasta intitolata _La primavera_. Anche una volta,
mi aiutava a scoprire gli aspetti dell'ignoto la mia più profonda
sensualità. Questo racconto misterioso, anzi quasi direi mistico, è
ricco d'elementi naturali come nessun altro. Il mistero v'è adombrato
per una successione d'imagini dense, corporee, d'un rilievo palpabile,
immuni da ogni indeterminatezza, espresse in una lingua che la
lontananza sembra aver fatta più potente come il vino navigato.
Per solito io sono sagacissimo nel distinguere quel poco che di me può
piacermi. Questo mi piace. V'è il meglio dei miei difetti e delle mie
virtù, con qualcosa d'indefinibile che annunzia una terza giovinezza
del mio spirito.
I miei prossimi sanno come l'unica lode che mi valga sia quella di
me a me, infrequente. Sorrido prendendo in mano questa cosa d'arte,
soppesandola e stimandola da ottimo conoscitore, quasi non fosse mia,
con un occhio che si esercita per due, mentre la necessità dell'azione
m'incalza e il desiderio della bellezza sembra irrevocabilmente
sottomettersi a quel «ritmo di perfezione sublime non consentito agli
uomini se non nella sola ora che segue il transito.»
È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso, là dove
i cigni solcano tuttavia in pace lo stagno di Silvia la Romana?
In fondo, non è se non una storia di canile, poco dissimile a quelle
che ci raccontavamo certe sere seduti su i banchi dei favoriti
frantumando il biscotto quadrato, mentre i garzoni continuavano a
spandere la paglia fresca nelle cucce attigue donde saliva a quando a
quando un lagno di gelosia.
Temo che Marcello dalla sua tenace avversione contro i barzoi
sia impedito di gustarla, specie dopo la cattiva prova fatta sul
nostro campo di corse da quei discendenti della razza tartara che
nell'originaria steppa asiatica difendeva la tenda contro le belve
notturne e non temeva di battersi col leopardo, addolcita poi nella
migrazione verso l'istmo caucaseo, verso la Tauride e il Volga, forse
accresciuta di grazia e di snellezza da qualche mescolanza col biondo
veltro di Persia che si vede figurato in quelle miniature di cacce
ove i re sassànidi tendono l'arco mentre le favorite a cavallo suonano
l'arpa o il tamburino.
So che non lo commoverà una sì nobile genealogia, tanto studiosamente
raccolta in un periodo disposto in tondo come il dosso di un levriere
che dorma sopra un bel tappeto. Ma non mi accorderà egli forse qualche
indulgenza se gli dirò che usavo allenare i miei barzoi di diciotto
mesi con un terribile _greyhound_ per toglier loro ogni traccia di
mollezza acquistata in Occidente, e se gli dirò che non amo la mia muta
piumosa e spumosa se non lungo la riva del mare?
È una vera storia di canile, in fondo. Mettiamo che non si tratti
veramente di levrieri ma di cigni. Bisogna per lo meno convenire
che son cigni della specie di quelli, oriundi non dell'Eurota ma
della Moskova, i quali riescirono a sbigottire Donatella sedicenne.
Vi ricordate della bella storia che la grande amica ci raccontò
frescamente, sul banco del suo divino Plotinus — _the fastest dog of
his day_ — una sera di luglio memorabile negli annali del _Greyhound
Club_ di Francia perché fu la sera in cui dovevano nascere gli otto
illustri cuccioli dalla nera White Orris sposata al biancazzurro figlio
di Platonic e di Streemoch?
Un collegio di fanciulle nobili instituito da una vecchia dama in
memoria della sua figlia morta: una grande casa di campagna in un
parco immenso e solitario come una steppa, biancheggiante di betule,
occhieggiante di stagni.
Tutte le sere le educande vanno a uno stagno che sanno, pieno di
cigni. Attraversano il parco tenendosi allacciate e cantando in coro.
Portano il pane ai cigni che accorrono verso il margine fendendo
l'acqua liscia; e tutta l'acqua rimane raggiata di scie su l'imbrunire.
Risa, grida, sobbalzi; e non so che vago terrore, perché i grandi
uccelli taciturni guardano con un cipiglio selvaggio e si appressano a
prendere il cibo con un aspetto quasi imperioso alzando le ali a calice
sul dosso e tenendo il collo all'altezza delle cinture. Le vergini
hanno i loro prediletti; e li imitano nelle attitudini talvolta,
inconsapevolmente, come l'amante imita l'amato e di lui si forma.
Or ecco che una sera le damigelle inebriate di canto trascurano di
portare il pane. I cigni accorrono, e non ricevono se non voci di
rammarico e promesse che non riempiono le mani vuote. Qualcuno soffia
di collera come il serpe drizzato contro l'incantatore.
Quando le fanciulle si accomiatano per riprendere la via del ritorno,
afflitte d'aver deluso i favoriti, ecco che odono su le loro tracce
uno stropiccìo di piedi palmati e di penne dibattute. Si volgono, e
scorgono la frotta malcontenta che, lasciato lo stagno, le insegue
senza grazia pel cammino. Gettano un grido che più le sbigottisce,
e si danno alla fuga, credendo di avere alle calcagna il soffio
dei lunghi colli, credendo di vedere a ogni svolto biancheggiare la
frotta minacciosa. Non si arrestano. Le più timide e le più folli
comunicano alle altre la paura e la delizia d'aver paura. Giungono
a casa scapigliate, pallide, anelanti, con nel bianco degli occhi la
voluttà del rischio ignoto. Raccontano l'avventura interrompendosi a
vicenda con la voce rotta dall'ansia. Qualcuna a un tratto scoppia in
singhiozzi. Entrando per le finestre aperte la sera ha lo sguardo torvo
dei cigni; le tende mosse dalla brezza hanno il fremito delle piume.
La notte cala come le notti delle favole. Si favoleggia fino a tardi.
L'inquietudine scaccia il sonno dai letti virginei. Si ascolta, si
palpita, si sobbalza. Quando gli occhi stanchi si chiudono, quando si
placano i seni illesi, di tra le pieghe delle cortine bianche un collo
bianco s'allunga verso il capezzale.
V'era una copia dorata della Leda marciana, sopra una base di marmo
veronese, nel gabinetto che per una favorevole disposizione della luce
fu scelto dal dottore chiamato a esaminare il mio occhio spento, la
sera del mio ritorno dal campo.
Ero seduto sopra uno sgabelletto; e il piccolo specchio forato
splendeva contro la mia fronte come il fuoco di un astro infausto. Ero
tranquillo ma attentissimo come quando mi ritrovo solo con la mia sorte
e tendo l'orecchio a percepire una mutazione di ritmo da introdurre
nella mia musica.
Il dottore abbassò lo specchietto forato. La sua faccia mi piacque
per una certa crudità che contrastava con tutte quelle forme della
raffinatezza settecentesca in quello stanzino adorno di medaglioni
mitologici.
«Chiuda l'occhio sinistro» mi disse, con un modo brusco che mi parve
rendesse ancor più salda e diritta la mia spina dorsale. «E mi dica
quel che vede di quella statua lucente.»
La doratura brillava giù per la lunga schiena, giù per le gambe lunghe
della Leda callipige; e tre riflessi vividi rilevavano i tre unghielli
del Cigno confitti nella coscia con una violenza di rapina.
Premetti con un dito la palpebra sinistra. Non vidi più nulla, se
non il doppio apice della capellatura, di là da un'onda nerazzurra
sottilmente orlata d'ambra.
Allora, non so perché, mi riapparve in mezzo dell'anima il viso di
Donatella quale era là, sul banco del suo campione, quando raccontava
l'avventura dei cigni ridivenuta sedicenne, fresca e misteriosa come la
sua voce: una tra le più potenti grazie della terra.
E sentii, come Nontivolio su la riva degli Schiavoni, quanto la vita
fosse bella.
Tuttavia, nel levarmi e nel ricondurre fino all'uscio col mio più
affabile sorriso l'aspro condannatore, io ero accompagnato da una
bellezza d'altra natura, per cui credo che piacqui al mio demonico.
La vita è bella, anche pel monocolo; il quale può dirsi beato in paese
di ciechi. Imagino che oggi siete nella casa di Silvia, o Chiaroviso,
con quella veste bianca e succinta che avevate visitando la villa
Torlonia. V'intrattenete, imagino, nella «sala fresca» della fontana
che alimenta lo stagno, all'ombra dei faggi. Vi si fa un concerto
di oboe, di flauti e di pive, misurato da Luigi Lulli con battute di
tirso? O forse la compagnia italiana condotta da Domenico Biancolelli
vi recita _Arlecchino e Lelio servi del medesimo padrone_?
In codesto chiaro stagno le dame solevano prendere con nodi scorsoi i
cervi che il suono dei corni e il clamore delle mute cacciavano verso
lo scampo dell'acqua. Legavano esse il laccio a prua del palischermo e,
levati i remi, si lasciavano trarre alla ventura dalla bestia perduta
che tentava di riguadagnar la riva.
Non v'è in tal diporto quasi una similitudine di questi miei
divagamenti? _Segnis ludibria languoris._
La vita è bella; e l'arte è sempre da trovare; e nessuna materia varrà
mai ciò che lo spirito inventa.
L'altra notte ritornai alla Madonna dell'Orto, rientrai solo nel
giardino del Procuratore, per l'approdo che guarda la laguna, per quel
cancello rugginoso dove un giorno avevo veduto esitare le due farfalle
bianche. Qualcuno m'aveva annunziato la fioritura precoce del grande
loto. Portavo una lanterna cieca, e l'occhio avido.
Inciampicai a destra su quei tre gradini di mattoni messi per coltello.
Camminai lungo le inferriate intravedendo il chiarore della luna
logora che sorgeva dietro i cipressi di San Michele. Voltai sotto il
muro che corre dalla parte della Madonna. L'ombra mi avviluppò. Non
potei evitare la stretta pergola cupa che quel giorno avevo temuta.
Là ero atteso. L'aria s'agghiacciava dietro i miei passi. La vedetta
dall'altana degli Spiriti gettò il suo grido, che mosse le onde della
notte liquida.
Pensavo che il primo fiore del loto mi facesse un segno chiaro. Ma
l'oscurità era più fonda in quel luogo che credevo di riconoscere.
Nondimeno tenni coperta la lanterna, per non disperdere il mistero
che d'attimo in attimo mi rendeva più sensibile. Respiravo lodare
dell'acqua tacita, come se mi chinassi su la bocca d'un pozzo. V'era
qualcosa come un respiro senza suono, nella tenebra. V'era qualcosa
come una perfezione presente. V'era qualcosa come un evento magnifico,
sospeso nel tempo. Tutto il mio essere si affannava a sentire di là
dalla sua potenza. I limiti del mio corpo si confusero coi margini
delle vaste foglie.
Feci la luce. Una creatura da non abbracciare, da non possedere. Ogni
foglia come una faccia voltata verso una felicità non visibile se non
a lei sola. Steli così puri, d'un così spontaneo getto, d'una così
necessaria ascensione, che non potevano aver nascita da una radice
obliqua. Una divinità in piedi, che lasciava intravedere i lembi
rotondi del suo divino ammanto. Non so che ombra voluttuosa sopra non
so che pensiero eterno. Una voluttà vinta dalla bellezza. Una melodia
modulata dall'alto verso il profondo, verso ciò che deve risorgere. Un
silenzio diviso e unanime.
Non avevo ancora scoperto il fiore. Ero come qualcuno che in ginocchio
levi lo sguardo su per la veste ineffabile al cui sommo sta il viso
nudo, il candore ch'egli teme di profanare, la verginità intatta.
Finalmente! Era più alto che tutte le foglie, più alto d'ogni altro
stelo. Veduto, non lasciava più altro vedere. Senza radice, solo, nella
notte.
Una mano mi toccò la spalla. E soltanto allora mi volsi.
La vita è bella. Sotto le pergole di quella vigna Nontivolio avrebbe
dovuto curvarsi come la grande Circe quando versa il filtro nelle
coppe delle mense collocate Presso il suolo. Era una vigna di Murano,
una solitaria vigna in pergole, appena appena inclinata verso l'acqua,
all'estremità dell'isola.
Fu ieri, o quasi, e me ne ricordo come d'un sogno interrotto. Passammo
Per un monastero senza monache, vecchissimo, senza usci senza imposte,
pieno di donne cenciose e di bambini macilenti, brulicante di malattie
e di miserie sonante di ciarle e di strilli e di singhiozzi, popoloso
e vuoto, dove ardeva e splendeva l'ara di un vetraio, laggiù, in fondo
a un corridoio ingombro di legna: un cuore di fuoco domato. Il dolore
della Foscarina ripalpitava all'orlo della fiamma.
Poi, non so per che via, non so per che andito, entrammo nella vigna
come in un'opera di vetro freddo e verde.
Era un labirinto di pergole basse. Non ci si camminava in piedi. Le
viti qua e là si staccavano dai graticolati malfermi di pali e di
canne, per coricarsi in terra, per abbracciarsi su l'erba. I tralci
a ogni passo c'impastoiavano; i pampani ci passavano una mano fresca
su la faccia; i viticci tentavano di pigliarci l'orecchio e il
collo. Tenevo il braccio alzato su la fronte per proteggere la vista
che mi rimane, temendo il palo aguzzo e la canna fessa, nell'ombra
ingannevole. Intravedevo le stelle per gli spiragli della volta
pampinosa, e parevano vicine da poterle tastare come i grappoli acerbi
che penzolavano da per tutto fitti e duri.
V'era un lume quasi di crepuscolo, un lume di perla, un albore di
via lattea, che rendeva sensibile la trasparenza dei pampani. V'era
talvolta un che di vitreo, un che di fragile, qualcosa come un
ghiaccio verdiccio che s'incrinasse, che si screpolasse. Il canto
delle raganelle continuava in suono quella fragilità, quella verdezza.
Credevamo di udir saltare una botta molliccia a traverso il cammino,
e mettevamo il piede cauto per non schiacciarla, rabbrividendo. Senza
sapere perché, avevamo uno sgomento improvviso, un senso languido di
freddo, come se la febbre ci salisse dall'erba su per le ginocchia.
L'umidità pareva che c'impallidisse, che c'illividisse. Il cammino si
faceva cedevole. L'orma si sprofondava. Ci sorreggevamo a vicenda per
non sdrucciolare nella belletta.
Tornavamo indietro, smarriti, esitando ai crocicchi. Eravamo
prigionieri del laberinto d'uva. Le pergole si facevano più basse.
Andavamo quasi carponi, vincolati dai sarmenti, serrati nella frescura
delle foglie, soffermandoci a mordicchiare i viticci asprigni.
D'improvviso vedevamo luccicare l'acqua, giù per un'apertura praticata
tra la ripa e la fratta come una callaia da passarvi. V'era legato a
un piuolo, con una corda stramba, un sandalo marcito; e un mozzicone
di remo, una forcola consunta, una gottazza senza manico davano al
silenzio raccolto in quel legno cavo una tristezza umana che faceva
pensare agli annegati solitarii.
Da quella parte la vigna era più selvaggia: finiva in prunaia, finiva
in canneto. Sentivamo, di là dagli sterpi, di là dalle cannucce,
l'ambascia della dozàna, l'afa dell'acqua morta, sciacquìi e fruscìi
misteriosi nel limaccio. Erano i serpi che calavano ad accoppiarsi con
le anguille in amore?
Non so che apprensione ci respingeva verso i dubbii intrichi
della vigna. Erravamo ancora di pergola in pergola, abbassandoci,
risollevandoci. Vedevamo sopra ogni pampano una stella, posata come un
acino di luce. Tastavamo i grappoli immaturi per trovare un granello
meno acerbo. Ci pareva che l'umidità c'inverdisse fino alla cintola. Il
bianco degli occhi, in chi mi camminava allato, era stranamente bianco.
A un crocicchio ci abbattemmo in una tavola rustica, senza tovaglia,
intorno a cui erano disposte le scodelle e le panche. Non v'era seduto
alcuno, se non una figura di spavento. Noi ci sedemmo, trasognati,
obbedendo a una sùbita stanchezza.
Allora ci fu uno che ruppe il silenzio per dire: «Questa tavola è
fatta col fasciame della barca che pescava l'alga nella Valle dei sette
morti».
Vi sono parole che sembrano crearsi nell'aria indistinta e non portare
la forma delle labbra note. Vi sono le parole delle cose e non soltanto
le lacrime delle cose, reali le une e le altre. Udendo quelle, non le
attribuimmo a una gola amica ma a uno spirito che dimorasse in quel
luogo o vi passasse. Erano modulate secondo quella luce e quell'ombra,
secondo quegli aspetti e quei lineamenti, secondo quel freddo verdore
di sott'acqua ove il respirare era simile al boccheggiare. Risolvevano
con un accordo atteso i rapporti musicali della malinconia.
«Quale barca raccoglieva l'alga nella Valle dei sette morti?» domandò
un'altra voce intonata su quella cadenza.
La tavola era dinanzi a noi. fatta d'un legno più vecchio che quello
del coro di Santa Chiara, dove sono iscritti i nomi lucenti delle prime
Clarisse ed è appeso un fascetto di spighe. Era di pino. Mostrava le
vene e i nocchi. Scheggiato, screpolato, abbrumato, serbava l'odore
del catrame e della salsuggine. Io v'ero appoggiato con i due gomiti e
mi reggevo con le due mani il capo; e mi pareva di sentirla barcollare
come se fosse ridivenuta cava e avesse rimutato in chiglia i suoi
quattro piedi.
Tenevo le palpebre socchiuse; e rivedevo — con l'occhio che non
riconosce più i viventi ma riconosce i fantasmi — rivedevo Roberto
Prunas, il mio compagno sardo, caduto nella laguna con le ali rotte,
rivoltolato e trascinato dalla corrente, non ritrovato se non dopo
molti giorni dai palombari, laggiù, agli Alberoni, tutto disfatto nel
sacco del suo gabbano, con mezza carne del viso distaccata dal teschio.
V'era, in quel verdore di sott'acqua, non so che spavento bianchiccio.
L'antica leggenda lagunare trasformava la vigna in barena. Ascoltai? o
guardai?
«Sette uomini dei lidi, raccoglitori d'alga, passando con la barca
lungo una barena, scoprirono il corpo d'un annegato che giaceva sul
fianco tra i fiori di tapo, deposto dalla magra. Non gli s'appressarono
per tirarlo a bordo o almeno per legarlo con una cima e prenderlo a
rimorchio. Passarono oltre. Attesero a raccogliere l'alga. Poi accadde
che, venuta l'ora del pasto, si riaccostassero a quella barena per
cuocere la polenta e scodellarla.
Era con loro un fanciullo, il figlio d'uno d'essi. E il fanciullo,
mentre il paiuolo bolliva, si dilungò dalla barca. Vide sul margine
della barena, tra i fiori di tapo, un uomo coricato che non si mosse.
Tornò egli al padre, e disse: Padre v'è laggiù uno che dorme. A Nora il
padre gli fece: Va, e sveglialo, che venga a mangiare con noi.
Il figliuolo andò, e toccò alla spalla il giacente, un poco lo scosse.
L'uomo si svegliò, e si rizzò in piedi, e si mise a camminare dietro il
bambino.
I sette avevano giù scodellato la polenta: e s'erano posti innanzi alle
scodelle fumanti, e attendevano.
Come scorsero l'ombra di colui che veniva a mangiare con loro, di
sùbito piegarono il capo, né più lo rialzarono; né fecero motto, né
diedero fiato. Così stettero, rimasero.»
Allora levai la testa, e guardai. E vidi venire per la notte verde,
sotto la pergola bassa, il corpo alzato di Roberto Prunas nel sacco
fradicio del suo gabbano impellicciato. E la carne macera gli tremolava
su l'osso del viso; e la mascella era scoperta, perché mancava il pezzo
del labbro; e la fossa del naso e un'occhiaia erano vuote.
La vita è bella, o Chiaroviso. L'altra notte tornavamo dall'aver fatto
musica in quella sala verde ove, se vi sovviene, i sonatori capelluti
di Giorgione partendo avevano dimenticato l'archetto di una viola da
braccio.
I nostri sonatori erano alcuni giovani cannonieri dal capo raso, che
la guerra ha tolti da un'orchestra di legni e posti in un'orchestra di
acciai. La viola era venuta da una batteria di San Nicolò; il violino
era disceso da un'altana munita; il violoncello aveva smesso allora
allora la guardia della strada ferrata. Ed era un famoso strumento d'un
famoso liutaio, di Andrea Guarnieri: una creatura sensibile come uno
dei miei levrieretti d'un anno, vestita duna vernice così ricca, d'una
pelle così trasparente, che l'avevo veduta rilucere perfino all'ombra
degli alberi, tra le fresche pareti verdi, come se veramente la sua
lucentezza cristallina fosse data dalla polvere di diamante.
L'artigliere aveva ricolcato il suo dolce violoncello nella custodia
e avviluppato la custodia in un càmice di panno bigio. Ma, poiché la
gondola era carica da poppa a prua come la barca di Caronte, la cassa
stava in piedi per prender meno posto, e aveva il suo corpo, il suo
collo, il suo capo, a simiglianza degli altri passeggeri. Essendo
calda la notte, il sonatore, toltosi il berretto, ne aveva coperto la
sommità della custodia, là dove riposa il manico dal mirabile riccio;
cosicché eravamo nel leggero legno dieci uomini e uno spettro d'uomo.
Tutti eravamo seduti su le panchette o sul fondo. Soli stavano in piedi
lo spettro bigio e i due soldati rematori. Il violoncellista reggeva
il suo caro con le due braccia. Ciascuno di noi serbava tuttavia
nell'anima la potenza di quelle corde ridiventate mute.
Calda era la notte, senza bava. Lo scirocco aveva perso ogni alito.
Il latte di Galassia pareva inondare tutto il firmamento. Le stelle
annegavano in una biancosa mollezza. L'acqua pareva «in ardore» come
nelle maree di settembre, come intorno al tempo dell'equinozio. I due
remi propagavano gli anelli della fosforescenza sino ai muri della
Sacca.
Andavamo per la Sacca della Misericordia cercando l'eco. Era con
noi una cantatrice dalla voce duplice, che saliva alle più alte
note del soprano e scendeva alle più basse del contralto: un pallore
cupo annodato da nere trecce, sopra un collo rigato dalle vene della
melodia. La sentivamo tra noi vivere d'una pura vita musicale, come il
violoncello di Andrea Guarnieri. Ciascuno di noi era legato a lei dalla
cadenza di un'aria prediletta. Non avevamo altra voce se non la sua.
Ella teneva la testa alta, come lo spettro bigio. Era attentissima,
come a un richiamo. Le sue labbra serbavano la forma della modulazione.
Mi pareva di vedere la nota nella sua gola come la perla nella
conchiglia.
Di tratto in tratto metteva un gorgheggio e poi inclinava la testa
nella pausa, come l'usignuolo quando incomincia. Tutti imitavamo
quell'atto, ascoltando se la risposta venisse. Così ella tentava
l'aria, tentava il silenzio.
I rematori levavano il remo, restavano sospesi, chini anch'essi
dalla medesima banda, mentre dalla pala gocciolava l'acqua in collane
disciolte. Poi seguitavano a remare piano, anch'essi attentissimi,
cercando di divinare il luogo acconcio, scotendo il capo quando la
voce non era ripercossa. Tentavano l'acqua come la cantatrice tentava
l'aria. Ci sentivamo fatti d'aria, d'acqua e di musica. La gondola era
uno strumento natante, col suo corpo, col suo manico, con la sua rosa,
col suo scagnello.
Dov'era l'eco? Era scivolata lungo i muri? s'era nascosta sotto il
ponte della Sacca?
Ma la cantatrice paziente continuava a interrogare il silenzio.
Talvolta qualche nota veniva ripercossa, come se la piena eco fosse
prossima. Il rematore di prua teneva il remo ritto a governare; solo
vogava adagio adagio quello di poppa, senza che lo scalmo forcuto
desse il più lieve stridore. Era come nella caccia di padule, quando
il barchino s'accosta al branco e il fucile è già contro la spalla e
l'occhio alla mira, e nessuno fiata. Ma, poco più discosto, le note
si perdevano. E una strana pena cominciava a opprimerci. Qualcosa di
morto era intorno a noi, era tra noi. Mi volsi, e vidi i cipressi di
San Michele nel biancore lento. Rabbrividii guardando lo Spettro bigio
ch'era tra noi l'undecimo, immobile, rigido, più alto di tutti.
Cresceva la notte senza bava, già senza stelle. I cerchi di luce si
rompevano contro le grandi zattere di legname che galleggiavano nella
Sacca tristi come se avessero trasportato mucchi di naufraghi o di
pestilenti. Le finestre cieche del Casino degli Spiriti, murate a
una a una per impedire che vi si riaffacciasse la fantasima, non si
riaprivano?
D'un tratto udimmo un tuono cupo come d'un uragano che scoppiasse
laggiù su l'Adriatico. Stavamo per entrare nel rio di Noale.
Alzai una mano per far segno ai rematori che s'arrestassero. La mia
mano mi parve troppo pallida e il mio gesto troppo vano. Guardai i miei
compagni, e li vidi tutti dello stesso color grigio, dello stesso color
di cenere, nella barca nera, tutti simili a quello spettro ravvolto in
quel càmice e coperto di quel berretto. Erano tutti fissi come quando
aspettavano che l'eco rispondesse al gorgheggio escito di quella bianca
gola.
«È il cannone su l'Isonzo, uno disse, a bassa voce, da prua come da una
indefinita distanza
E due o tre mani troppo pallide si levarono ancora, per far più di
silenzio in quel silenzio mortale.
E fu l'ultimo gesto. Ascoltammo, senza soffio, senza colore, divenuti
spettri gli uni per gli altri, esangui, esanimi. Non ci guardavamo in
viso, ma tutti eravamo fissi al morto dal càmice bigio che ci dominava,
ritornato dal sonno come quello che piegò su le scodelle le facce dei
raccoglitori d'alga.
I tuoni si seguivano quasi senza pause, formavano un solo rombo
propagato dalle solitudini del mare. La battaglia era nascosta sotto
l'orizzonte, bolliva nella conca della notte. Gli spettri di prua
vedevano forse il fumo del bollore sanguigno tingere l'orlo dell'alba.
Noi non ci volgemmo; non potemmo noi volgerci. Né si volsero i
vogatori. I remi rimasero sospesi su l'acqua lùgubre, e credemmo che
non ricalassero più.
La vita è bella. Oggi è il solstizio d'estate, è l'immobile estasi
della luce, la culminazione del giorno febèo. Tutta l'aria è volontà e
voluttà di vita. Il cerchio del sole sùbito brulica d'api ardenti che
mellificano il fuoco. Passa nel libeccio l'ebrezza del miele igneo. Il
bel giardino lagunare, ove fiutammo tutto il profumo d'Italia accolto,
lentamente si cuoce. Sfatte sono le rose, sfatti sono i gigli; e gli
steli ingialliti si mutano in stecchi. Le speronelle si sfogliano
al vento come farfalle che perdano un'ala. Gualcita è la seta dei
gracili rosoni che s'aprono intorno alle verghe fogliute delle alcee.
Ma il timo, il rosmarino, la spicanardi, tutti gli aromati, sembrano
consumarsi come l'incenso. I fiori numerosi della lavanda sono quasi
fumo azzurrino. I melograni sono tutti accesi di fiammelle che si
nutrono nella cera scarlatta dei balausti. Il giardino s'appassisce e
s'appassiona. Gli ho lasciato il mio affanno. La bellezza del fiore si
perde, e il frutto non riempie la mano.
Io sono andato a visitare i morti. Si compiono oggi quattro mesi della
mia pena, si compiono sei mesi dal trapasso di quel compagno alato
ch'era divenuto la metà del mio coraggio, _dimidium animi_. Ed egli era
nato, or è trentatre anni, nel giorno del solstizio estivo. È questo il
suo dì natale, il suo genetliaco di luce.
Per la prima volta ho sfidato la luce, nell'ora vietata. Mi pareva
d'andare verso il totale abbacinamento, verso la cecità compiuta; o
verso un miracolo d'oro. La scala era nell'ombra, tutta la casa era
nell'ombra delle tendine verdicce: una prigione cupa e senza pace,
dove il letto è un segno spaventoso come la croce a chi ne fu deposto
tramortito per ricominciare a morire.
Sono disceso con cautela, senza rumore, come chi fugge per non tornar
mai più. Sentivo le mura fatte di tedio, d'angustia e di smania. Andavo
ai morti come alla libertà. Nondimeno ho esitato prima di passare la
soglia Ho avuto paura della luce come d'un abbacinatore all'agguato
nella calle deserta. Ho visto una lama di sole, stretta come uno
stocco, davanti a me, allungarsi sul muro dell'orto dei Corner. E il
ragno nero, che sta nel centro della sua tela tessuta dentro il mio
occhio destro, m'è parso muoversi in un bagliore giallo vorticoso.
Ma come avrei potuto meglio prepararmi a visitare il più ardito dei
miei compagni se non con un atto di temerità? Il gusto del rischio
pareva di nuovo diffondersi in tutte le mie membra, simile a un sapore
da troppo tempo vietato. L'anima sentiva di nuovo la qualità del
sangue, come nei mattini delle mie dipartite, quando il pensiero del
ritorno era lasciato nel vestibolo a dispregio, quasi ingombro vile.
Contro la riva il canotto aveva il medesimo battito, incitante come
la diana, come il rullo del tamburo teso. Ma non v'era sul banco il
mio gabbano pesante, né il mio camaglio, né il mio paio di calzari,
né la mia maschera, né la mia pistola carica. V'erano sul banco tre
fasci di fiori colti in quel giardino isolano ove respirammo l'essenza
inebriante dell'Italia bella: tre fasci mortuarii, coperti affinché
non li cocesse il sole. E nella corsa il vento sollevava la copertura
e il mio cuore, che mi pareva a ogni tratto il sole non soltanto li
guastasse ma li pigiasse come fa dei grappoli il duro vendemmiatore.
E il marinaio che era al timone, presso al meccanico, si volgeva e con
una mano cercava di ricoprire i fiori, per quetare la pena che la sua
gentilezza leggeva nel mio viso. Ma anche quella mano era rude come
il sole, e mi faceva soffrire. Imagini funebri mi attraversavano il
cervello pulsante. Rivedevo la mano villosa del medico nell'atto di
ricoprire il cadavere dopo avere iniettato il balsamo per conservarlo.
Allora con un segno brusco ho impedito che l'uomo continuasse quel
gesto. E il vento ha rapito la copertura, che s'è dileguata tra i
due filoni della scìa schiumanti. Sul legno caldo del banco il sole
divorava la freschezza dei fiori.
Ho cavalcato per ore ed ore nel deserto. Solo, di mezzogiorno, ho
traversato le sabbie roventi che dividono le grandi Piramidi dai
sepolcreti di Sakkarah. Ma non mi ricordavo che il sole potesse tanto
essere terribile. Avevo dunque dimenticato, sotto la coltre della mia
tristezza, la forza del giorno italiano?
Ero uscito dalle cautele dell'ombra per entrare in un contrasto di
violenze aperte. La vibrazione del motore si comunicava a tutte le
mie ossa. Tenevo i miei piedi sospesi per interromperlo, discostavo
le mascelle perché non arrivasse all'orbita, serravo la palpebra per
comprimere i tessuti e gli umori dell'occhio leso. L'acqua rotta dalla
rapidità mi spruzzava la gota; e i suoi riflessi erano intorno come
un combattimento ad armi bianche. Vedevo, a traverso la palpebra, un
rossore simile a una nuova emorragia raggiante, ove il ragno tenace
fosse annegato. E il dominio del mio corpo meschino sfuggiva alla
mia anima non dominabile. Il mio corpo temeva, si contraeva, pareva
quasi cercasse nascondersi per sfuggire all'offesa. L'istinto se n'era
impadronito. Ma la miglior parte di me era sollevata da un dolore più
solitario che la sommità stessa del cielo. Consideravo la miseria del
mio corpo come la fragilità di quei fasci funebri, sopra quel banco
arido e palpitante. Il mio dolore e il mio amore volevano difendere
la freschezza di quell'offerta che il sole disfaceva. Più che la
velocità dello scafo, quel sentimento mi avvicinava alle tombe. E
pure quei fiori erano destinati a esser deposti su le zolle secche,
destinati a divenir strame innanzi sera. Che già incominciassero a
morire, importava forse ai morti? Potevano essi forse godere la loro
freschezza?
O illusione sublime dell'amicizia! Io portavo quelle rose, quei
garofani e quelle ortensie a colui che un giorno, reduce da un'impresa
su Pola, nell'orto di Tomaso Contarini aperto in vista dell'isola
sepolcrale, mi aveva ripetuto un pensiero e un sorriso dell'Estremo
Oriente: «La farfalla non parla. Vorrei mi dicesse come sogna i fiori».
L'approdo è dalla parte del muro vecchio. Di là dai mattoni disfatti si
alzano i cipressi ancora arrossati qua e là come il panno nero delle
coltri che servirono a troppi funerali. Eccomi alla riva. Non so se
è vero. Mi ritrovo su lastre di pietre sonore. I passi mi rimbombano
nel capo. I quattro marinai hanno di nuovo sollevata la cassa, con le
larghe cinghie. Cammino di nuovo dietro la cassa, di nuovo la tocco,
la riprendo. Mi accosto, e metto le mie mani sotto: ora sento il peso.
La coltre mi copre le braccia fino al gomito. Cammino senza vedere
niente altro che il nero e l'oro e i fiori. Entriamo nel chiostro,
attraversiamo il portico. Andiamo verso un uscio, verso il deposito
mortuario dove la salma attenderà fino a lunedì per essere seppellita.
Non mi distacco dal mio feretro. Entro anch'io nella stanza fredda,
imbiancata. La cassa è deposta su due cavalletti. È ancora coperta
dalla coltre e dai miei fiori. Mentre mi raccolgo e m'agghiaccio e dico
anche una volta addio al mio compagno (il suo povero corpo è scosso
da questo continuo moto, dalle prove e riprove per la collocazione
stabile), ecco che cominciano a entrare le corone. Sono enormi, talune.
I portatori le dispongono contro le pareti, l'una su l'altra. Sono
cento, sono più di cento. Un'afa irrespirabile. Fiori ancor vivi, fiori
già quasi putridi. Tutta la stanza è ingombra. Per far posto, bisogna
premere le ghirlande, calcarle, pestarle....
Non è vero. Trasogno. La gran luce m'acceca. I riflessi acuti mi
trafiggono come stocchi. La riva è troppo erta sopra la marea bassa.
Una mano ignota si tende per aiutarmi a salire. Mi ritrovo su le
lastre di pietra arroventate che mi abbacinano. Fuggo verso la porta
del chiostro. Ho qualche minuto di smarrimento. Tutta la vita e come
uno sciacquìo lontano, simile a quello che suona contro l'approdo
verdastro. Tutta la vita è come il ciarlìo continuo di quei passeri
su quei tetti bruni ove qualche tegola rosseggia. Vacillo su le
ombre delle colonnette, su liste d'ombra sottili come lame a doppio
taglio, che mi mozzano le caviglie. M'imbatto nella porta grigia del
deposito, che è chiusa. Mi soffermo davanti alla vecchia lapide di
Regina Carazzolo. Rivedo incisa la lieve ghirlanda di ulivo e di edera;
rivedo le due ali. Come si sono alzate le erbe negli interstizii delle
lastre sconnesse, intorno al pozzo francescano! Sono alte come candele
infisse. Il gran sole non lascia scorgere le fiammelle.
Passo tra due cipressi e due magnolie. Salgo una breve scala. Un
crudele ardore m'abbaglia, simile a quello che tremola sopra le stoppie
deserte. Una pietra bianca, una pietra di tomba, si smuove sotto i
miei piedi. Odo il lagno rauco d'una sirena che lacera laggiù, la
laguna torpida. Odo un maglio che batte, laggiù, su ferramenti grossi.
Il cuore mi manca. Tocco il fondo della più opaca tristezza. Sono tra
buio e barbaglio. Ho in un occhio l'orribile ragno nero, e nell'altro
una vertigine di fiamma. Vado avanti, e non so perché non cada.
Tutte le pietre delle tombe si smuovono sotto il mio passo. Discendo
qualche gradino che splende e tentenna come le lapidi. Ora la ghiaia
stride. Che è quella scala di luce e d'ombra? È la via dei cipressi,
che rasenta il cimitero dei marinai. Vedo non so che cosa dolce e
miserabile: in un campo di fango rappreso, un mucchio di piccole croci,
di poveri segni, di ghirlande secche, di nomi che luccicano, di tumuli
senza nomi e senza erbe. E il mio primo compagno non s'alza? non mi
viene incontro? E gli altri due miei compagni dove sono?
Dov'è Roberto Prunas? dov'è Luigi Bresciani?
Intravedo nel bagliore il cippo di Giuseppe Miraglia. L'ala dorata
d'Icaro vi splende nel cavo. Domina tutte le altre sepolture. È come un
grande stipite terminale. Le parole che io v'incisi, la gloria non le
dimenticherà. L'alloro che io v'appesi, il tempo non lo sfronderà.
Ma dove sono le altre due tombe? Non le conosco. Non le riconosco.
La sera del 2 aprile i due miei amici erano vivi, seduti accanto
al mio letto. Dovevano, il giorno dopo, esperimentare la nuova ala,
senza di me. Sentivo nell'ombra la loro forza ch'essi dissimulavano,
sentivo la loro gioia ch'essi dissimulavano per non straziare la
mia impazienza. Tendevo a ogni tratto verso di loro le mie mani per
avvicinarmeli. Gino sorrideva con tanta bontà che il suo viso n'era
rischiarato. Aveva l'aria d'un giovinetto, d'un guardiamarina ancóra
timido, con quella testa imberbe e bionda un poco inclinata verso la
spalla sinistra, con quelle ciglia chiare che nel sorriso si serravano
e palpitavano lasciando scorrere uno sguardo limpido come una di quelle
gocciole di guazza che nel velivolo, fra tela e tela, pendono da un
tirante d'acciaio. La faccia di Roberto olivastra pareva invece come
invecchiata dai due profondi solchi che contornavano la bocca sottile.
Era una faccia di pastore sardo scavata dal tedio e dalla riflessione.
Usava egli l'ironia, talvolta l'arguzia; ma la sua maschera era come
quelle campagne solcate da torrenti aridi in attesa di piene subitanee.
I solchi delle lacrime erano scolpiti nelle gote fin giù al mento. E
sembrava che da un momento all'altro dovessero riempirsi.
Da quella sera ansiosa e affettuosa, ecco che per la prima volta
ricalco la terra dove i due corpi si disfanno. Cammino fra lo strame
funerario, fra il pacciame che ricopre i crepacci. Mi curvo su i morti
del mare, a scoprire, a leggere. Ogni nome mi ferisce, ogni pietra
mi colpisce. Ecco il capo torpediniere del sommergibile Jalea, Ciro
Armellino. Ecco il sottocapo, Biagio di Tullio. Un ricordo sublime mi
solleva il cuore. Rivedo, in fondo allo specchio d'acqua esplorato, la
lunga tomba di ferro, il sepolcro navale. Ecco i morti del sommergibile
_Medusa_, ecco i morti dell'_Amalfi_, ecco i naufraghi ripescati e
sotterrati. Son forse più tristi qui, in questa mota gialliccia, sotto
queste croci meschine, sotto queste ghirlande di zinco.
Forse era meglio che Roberto Prunas non fosse ritrovato dai palombari
lungo la diga solitaria. Forse era meglio ch'egli sentisse ancóra
passare sopra sé le torpediniere a fuochi spenti in rotta verso i porti
dell'Istria. Era meglio che sottomare si cangiasse «in qualcosa di
ricco e di strano».
Qui non ha più nome; né il suo pilota ha nome. Li cerco, e non li
trovo. Mi smarrisco nella farragine della morte. Vacillo nel barbaglio.
Odo sotto il mio cranio uno scampanìo continuo che è come la sonorità
della luce. Vedo un'ombra passare lungo il muro abbagliante di lapidi.
È un vecchio cappuccino, vecchio decrepito, che strascica gli zoccoli
biasciando, con le mani congiunte sul cordiglio di San Francesco,
seguito da un gatto nero e da due gatti tigrati che gli miagolano
alle calcagna. Mi accosto, lo riverisco, lo interrogo. Non è se non
una tonaca logora, non è se non un cappuccio penzoloni, tanto la sua
carcassa mi sembra cadente e sparente. Il suo viso è niente, è meno
d'un pomo aggrinzito e muffito. I suoi occhi sono come due frantumi
di vetro azzurrognolo, senza sguardo, senza cigli. Si sofferma, non
comprende, non risponde. Gli domando dove sieno i miei morti. I morti
sono da per tutto. Egli medesimo è un morto che va a coricarsi in
quella fossa laggiù, dove i suoi gatti scarni lo lamenteranno tutta
notte. I suoi piedi nudi sono morti negli zoccoli che fanno stridere
la ghiaia. Egli non ode le voci umane che vengono dalle fondamente
lontane; non ode le campane lontane; non ode l'ora che suona; non
ode il martello che batte; non ode quel bambino che piange, chi sa
dove, forse in fondo a un locello, di sotto a una lapide, dietro a un
cipresso.
Dove sono i miei morti? Vedo Roberto Prunas che apre la tabacchiera
d'oro donata al suo bisnonno dal re di Sardegna e prende una sigaretta
tra le sue dita brunicce. Luigi Bresciani è in piedi, come sotto la
tettoia dell'Arsenale dov'era ricoverato il suo meraviglioso idròttero;
e la sua gota è inclinata verso la pala dell'elica ferma verticalmente;
e le linee del suo volto sono fini, precise e misteriose come quelle
del legno propulsante. Batto le palpebre. Le apparizioni vaniscono. Il
sudore mi cola giù per la tempia.
Il frate minore non torna indietro. Scorgo nel viale un custode nero.
Lo chiamo. Lo interrogo. Non sa. Va a consultare il registro. Si
allontana. La ghiaia scricchiola.
L'attesa mi vuota l'anima, e vuota il mondo. I pensieri ruotano e si
sperdono come nella vertigine. Col supplizio della luce negli occhi,
resto fisso alla mia ombra coricata sul sabbione dove i miei piedi si
stampano. Sopra la mia ombra svolazzano due farfalle bianche, simili a
quelle che esitavano davanti al cancello rugginoso dell'orto contareno.
Il custode torna. Mi tende una piccola carta piegata: la polizza
sepolcrale, la bulletta funeraria: dov'è scritto che Luigi Bresciani fu
seppellito nella fossa tredicesima della fila terza.
Oggi è la festa del suo nome.
Ho il foglio tra le dita. Cerco. Scopro la pietra quadrata che porta
scolpito il numero tredici.
Nel primo attimo, qualcosa di vivido e di leggero, qualcosa come la
sensibilità, come la delicatezza e l'acume del mio amico, trema su
quella desolazione. Poi vedo la cruda miseria. Nessun nome, nessun
segno. Una grossa corona di zinco e di porcellana, un'altra di conterie
nere e bianche; un fascio di palme secche, quasi spinose, legato da un
nastro stinto; un coccio rossastro, con uno stecco fitto in un poco
di terra; un cartoccio di latta, con un poco di acqua e un mazzolino
marcio.
La tristezza mi curva, mi fiacca i ginocchi, mi schiaccia su quel
povero orrore. Vedo il viso raso e chiaro, il biondo puerile dei
capelli lisci, le labbra esigue e sensitive, i leali occhi fraterni che
di sùbito il coraggio affilava e aguzzava. Tra la lugubre cianfrusaglia
che ingombra questa sepoltura, scopro il fiore tenue del vilucchio, un
che di fresco e di candido, quasi volubile sorriso. S'allevia il peso
del cuore.
Ecco che il nostro primo compagno, ecco che il più amato è con noi.
La sua voce mi passa nell'anima, come quando conduceva al mio sogno
le imagini dell'Estremo Oriente, nel giardino situato dalla Parte
dell'ombra.
«Una donna esce dalla casa mattutina, col suo orciuolo, per attingere
acqua del pozzo. E vede che un vilucchio prestamente nella notte s'è
attorcigliato alla corda umida della secchia ed è fiorito. Rientra
nella casa, posa l'orciuolo, e dice: Il vilucchio ha preso la corda.
Chi mi dà acqua?»
Qui neppur l'amore immortale può disgiungere dalla putredine la figura
della morte. La cassa d'abete rozza, dove fu chiusa — or è sei mesi
— l'altra cassa levigata e ornata, per preservarla, è certo fracida
nell'umidità della fossa. Le assi hanno ceduto, e la mota salsa ha
spalmato l'altro coperchio dov'era inciso il nome di Giuseppe Miraglia.
Il 27 decembre era un giorno di piovitura e di caligine. Tutto il
camposanto pareva ridivenuto una barena melmosa. Quando fu portata la
cassa di legno bianco, quando l'altra vi fu dentro deposta, quando il
marinaio conficcò i chiodi a gran colpi di martello, quando vennero i
seppellitori con le corde, quando vidi il fango agglomerarsi intorno
alle loro suola su l'orlo della fossa, quando vidi in fondo alla fossa
luccicare un poco d'acqua giallastra, io non ebbi se non un pensiero e
una pena e una domanda. Mi fu risposto che l'abete grezzo poteva durare
in terra due anni. Ma non era vero. I sei becchini grigi imbracarono il
legname e lo calarono, pontando i piedi nella mota che saliva a mezza
gamba. Poi presero le pale. Le aste delle pale erano lisce per l'uso.
Un riflesso vi guizzava a ogni movimento. La terra era molliccia, quasi
liquida. Le prime palate di melma sopra le assi diedero un suono sordo,
un croscio fiacco. Il corpo dell'uomo alato era sepolto nel fracidume.
Ma vidi nel fracidume rilucere una conchiglia. Allora aguzzai la vista.
E scopersi innumerevoli conchiglie, intiere o trite, bianche o rosee.
Perché queste cose alleviano il dolore? Perché l'amore superstite
rimane così tenacemente legato alla bara, al corpo disfatto, alle ossa,
alle ceneri, alla materia del sepolcro? Perché oggi, al primo chinarmi
sul tumulo del mio compagno, ho sofferto delle fenditure che il calore
apre nel breve spazio compreso tra gli orli di busso ingiallito?
M'è egli più vicino qui? o nella mia casa, o nella strada, o su
l'acqua, o dovunque io vada e pensi?
Lo rivedo a traverso la terra, a traverso il legno e il piombo. Lo
sento rivivere. Lo sento respirare, lo sento ripalpitare, quando
m'inginocchio, quando poso la mia mano su la sua sepoltura calda come
sul suo fido petto.
L'illusione è profonda come quella radice della speranza che nessuno di
noi riesce a strapparsi del cuore interamente.
Non piango, ma entra in me qualche dolcezza. Resto inchinato, col giogo
del sole sul collo. Il mio occhio illeso è sensibile come il mio occhio
infermo. Le imagini vi s'imprimono e vi restano. Come guardo fisamente
la corona d'alloro sospesa al cippo, ecco che la mia visione si fa
verde. Potrei levarmi e accorgermi d'esser divenuto cieco. Perché qui
un tal pensiero non mi sbigottisce?
Qui non è l'inerte chiarore glauco che ghiacciava la pergola bassa,
là, nella vigna di Murano. È un ardore, un incendio divorante Chiudo le
Palpebre, poi le riapro.
Vedo i fili d'erba che tremano.
Vedo un ciuffo di trifogli, e non v'è quello di quattro foglie.
Vedo le conchiglie lucenti, e ve n'è una fatta come un'orecchia. Le
formiche rossigne camminano su per gli ovoli e gli sgusci del plinto.
Una lucertola è ferma contro lo spigolo, e par fusa nel bronzo come
il braccio d'Icaro nel bassorilievo incastrato. Ma ciascuna di queste
cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è
musicale come le cadenze delle lamentazioni.
Chi ha portato a questa tomba i fiori violetti della barena, perpetui
come gli asfodeli? Sono simili a quelli che cogliemmo nella laguna di
Grado un dì d'agosto, «fiuri de tapo», per spargerli su lo specchio
d'acqua dov'era colato a picco il _Jalea_. Mi volgo, e vedo il
marinaio che m'ha seguito portando i tre fasci di rose, d'ortensie e di
garofani. Aspetta, sotto il cipresso, diritto, in silenzio.
Chiudo ancora le palpebre. Sento che il mio compagno è dietro di
me, seduto al governo delle leve, come in quella partenza. Sento
l'oscillazione del velivolo. Ho davanti a me, sopra una specie di
rastrelliera, quattro bombe con le eliche fissate da un fil di ferro e
il fascio di fiori che un'anima pietosa ci ha affidato per gettarlo sul
sepolcro marino.
Prendiamo altezza. C'è vento fresco, ma l'apparecchio è stabile.
Un rullio leggero, a quando a quando, poi un senso d'immobilità, di
sospensione nell'aria. Il cuore si dilata. Un sorriso spontaneo brilla
alla cima dell'anima.
V'è qualche ragnatelo sparso nell'azzurro.
Il mare increspato fa un poco di bava bianca ai lidi sottili.
Un raggio traversa il cofano e fa rilucere il tubo d'ottone nel motore.
Nella scìa d'una torpediniera i due filoni divergono, simili alle due
palme nelle mani della Vittoria.
Tutto di qui appar soave, quasi femineo. Dianzi, la città e il ponte
erano come il fiore e il gambo.
La gola di Venezia era come la gola della colomba cangiante quando un
poco si gonfia e s'inarca nella voglia di tubare.