I colli euganei erano laggiù come tumuli d'amanti famose, inzaffirati.

Le chiare dighe sono cinture cinte alla terra bionda e molle che, come

una donna, ha le sue delicatezze segrete da non potersi sorprendere se

non di quassù.

Nell'estuario le porzioni della terra sembrano fatte per essere

offerte, come il pane si frange, come la focaccia si parte.

Il fango è una materia preziosissima: di quassù è opulento come la

sabbia del Pattolo.

Le rive sono protese, distese come chi si stira nel sopore: sono

attitudini, sono gesti.

La laguna ha i suoi prati che aspettano le sue greggi d'argento

squammose.

La laguna è come la perlagione d'un cielo vista a traverso le nervature

duna foglia macera.

Ora il mare la imita. Ora nel mare le correnti rilucono e lo fanno

simile alla laguna solcata dai canali tortuosi.

Nel pallore della laguna i canali tortuosi sono verdi come la

malachite, verdi come l'ossido di rame, come certi occhi.

Le piccole città bianche, su le sporgenze della costa, sono da prendere

e da portare in palma di mano.

Ecco Caorle. Sta sopra una sporgenza che ha la forma di una tiara

aguzza.

Guardo ancóra Caorle. Il lido m'appare tagliato come una sella d'alto

arcione; e la città è posta in sommo dell'arcione di velluto logoro.

Il mare è deserto. Gli orli spumosi hanno una dolcezza infinita, simili

a non so che favellìo, a noi so che sorrise parolette.

L'ala inferiore è metà nel sole e metà nell'ombra. La parte davanti

è nel sole. L'ombra di tratto in tratto avanza. Resta nel sole una

striscia sottile: la costola.

Leggo e comprendo i segni intersecati che fanno le ombre dei tiranti

d'acciaio.

Ho lo spirito lucido come l'aria. Si sale, si sale. «Sublimare è d'una

cosa bassa e corrotta farla alta, e grande, cioè pura.»

Si sale. Siamo di là dai duemila metri. Siamo soli, io e il mio

compagno. Quel che io ho veduto, egli l'ha veduto; quel che io ho

sentito, egli l'ha sentito.

Mi volgo. Lo guardo. Ha l'aria d'uno di quegli idoli dell'Estremo

Oriente accosciati e immobili. È fisso. Il suo viso è bronzino nel

camaglio di lana. Alla radice del naso ha l'ammaccatura degli occhiali,

violacea. Porta i baffi tagliati nettamente su la bocca grande, rasi

col rasoio agli angoli. I suoi occhi sono felini, tra verdognoli e

giallognoli, pieni di polvere d'oro. Prendono qualcosa d'infantile

quando mi sorridono.

Egli mi domanda il taccuino, e scrive: «Vuoi, di grazia, stringermi

l'elastico degli occhiali, che m'è lento?».

Mi sporgo dal mio seggiolino; faccio miracoli d'agilità per non

disturbargli il governo, mentre il velivolo rulla al vento che

rinfresca. La molletta non serra. Mi levo i guanti. Riesco a fare un

nodo. Vedo a traverso le lenti ridere i suoi occhi. Ho sùbito le dita

ghiacce. Il freddo aumenta.

Si continua a salire. Il sangue è armonioso. La vita è piena.

Ecco Grado nostra. Grado d'Italia!

«O Gravo belo, me no posso dî

El canto eterno de la to belessa....»

Discendiamo. La terra il mare il cielo s'aggirano in un solo vortice

raggiante. Le barene e le velme ci sono sul capo come le nubi. Le alpi

dentate della guerra mordono l'Adriatico come l'addentano i moli di

Trieste. I gabbiani si precipitano incontro a noi come per passarci

a traverso. Abbiamo nel petto i canali verdi, i prati salsi, i lidi

biondi orlati di spuma, le isole violette come i pascoli dell'Ade.

Le isole, le barene, le velme, tutte le seccagne solitarie, sott'acqua,

a fior d'acqua, nel cieco splendore, hanno non so che aspetto avernale.

I pioppi sembrano consumarsi nel tremito dell'aria, le tamerici vanire

nella loro pallidità, i grandi erbai di color gridellino inclinarsi al

soffio di non so che transito.

Nulla più ci tocca, fuorché l'imagine della tomba d'acciaio che sta in

un fondo ignoto del mare. La cercheremo, la scopriremo. La nostra sosta

è accompagnata da non so che funebre melodia marina.

V'è un superstite, un solo. Ha la sua carne sopra le sue ossa; eppure

nella luce è simile a un'anima con due dolci occhi.

Ha un'anima paziente e potente come quella del re d'Itaca questo

naufrago ventenne; ma i suoi occhi a mandorla sono belli come gli occhi

della gioventù che danza intorno ai vasi campani.

È un figlio della Campania, dorato come il frumento. È della stirpe

costrutta secondo la «divina proporzione». Come tanto cuore può

esser contenuto in quel petto breve? Si chiama Vietri, che vuol dire

intrepidezza.

Quale naufrago, perduto nel mare deserto, non teme la notte? Questo

non paventò la notte, ma sì scelse di superarne l'orrore, in vista del

lido!

V'è un momento eroico più profondo di ogni altro: quello che scocca tra

il cuore dell'uomo e tutto l'ignoto, tra il volere dell'uomo e tutto il

silenzio.

Questo eroe è come disgiunto dalla sua gloria. V'è un ardore di gloria

sparso nella solitudine del mare dove cercheremo la tomba di grigio

metallo. E questo superstite ignora la sua virtù, e la bellezza del suo

evento.

Cammina col suo passo di marinaio, provato sul guscio del battello

emerso. Va lungo la proda del canale, sul prato violetto di santònico;

e ha dietro sé le ombre glauche dei suoi morti.

Dov'è Guido Cavalieri? per qual lido si voltola? quale corrente lo

trasporta? Il flutto non ha rigettato se non il materasso di gomma che

lo sosteneva nel nuoto disperato.

Lo rivedo su la riva degli Schiavoni, presso il ponte, vestito di

bianco, parlare con la sua bella compagna, prima della partenza. Era

diritto in piedi, svelto, elastico, non curvato sotto la condanna

oscura. Sorrideva, mentre tagliava le sue scarpe bianche l'ombra d'un

balaustro.

Partenza nella sera di perla. Molla ormeggi. In moto il motore a

combustione di diritta. Dal ponte di una torpediniera vedo passare il

Jalea emerso, di là dagli sbarramenti, in prossimità della costa, e

navigare verso Grado. Il mare s'incupisce; ma nella sua palpitazione

accelerata si sente già la fosforescenza notturna. L'increspamento

luccica qua e là d'una luce interiore, come una palpebra che batta e

lasci sfuggire uno sguardo misterioso. La luna nuova è come un pugnello

di solfo che bruci. A quando a quando la nuvola nera del fumaiuolo

la nasconde, oppure sembra trarla come una favilla fugace nella sua

voluta. La vita non è un'astrazione di aspetti e di eventi, ma è una

specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi,

una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. Guardo il

sommergibile allontanarsi. Un gruppo d'uomini è sul guscio, una massa

grigia indistinta, come un'escrescenza sul dosso d'un cetaceo. La prua

acuta penetra la notte e scompare. Il lungo fuso verdastro s'immergerà

laggiù, proseguendo le sue rotte parallele alla linea che congiunge

la Secca di Muggia e la Punta Sdobba. E per quegli uomini la vita

somiglierà a un'agonia energica. Le loro facce saranno come i quadranti

bianchi dei manometri. Le loro arterie saranno come i tubi dipinti di

rosso nella camera di manovra.

All'alba il semaforo di Grado vede il _Jalea_ immergersi, oltrepassato

il gavitello che segna l'origine della rete, e proseguire veloce a

levante, verso la Secca di Muggia. Nessuno più lo vedrà nel golfo. Lo

scafo è già un sepolcro. Gli uomini sono già seppelliti nel mare. Uno

d'essi, vestito d'una tunica azzurra, tien la mano poggiata alla ruota

d'ottone che governa la pompa d'assetto, ov'è scritto: _Dal mare al

mare_.

Vietri sale nella torretta. Di qua e di là dal cristallo pendono le due

rivoltelle da segnali. L'acqua è più pallida dell'alba. Le voci salgono

nel silenzio come le bolle in quel pallore. L'occhio non distingue

se non il portello di prua, i due maniglioni laterali, qualche medusa

fuggevole. Il sudore stilla dalla fronte del marinaio. Ma la clessidra

del Tempo ha già cessato di gocciolare.

V'è nel mondo una specie di silenzio che galleggia sul rumore come

l'olio su l'acqua.

Uno sciacquìo intermesso sale dalle intercapedini. La ruota del timone

orizzontale si riflette nello specchio del piccolo lavabo che le sta

di fronte. In quell'apparenza v'è qualcosa di lontano, qualcosa che

aumenta la lontananza all'infinito.

Il comandante è fisso al periscopio, con la fronte contro la tabella

di mira. Gli sta a sinistra la tabella che indica l'altezza delle

soprastrutture di ciascuna nave nemica. Egli ha una veste di color

marino. La sua faccia rasa è bruna; ma stranamente smorti sono i suoi

piedi nei sandali di cuoio allacciati. Laggiù, a prua, i due siluri

con le loro eliche e i loro timoni aspettano nei tubi di lancio. Le

due teste di bronzo, cariche di tritòlo, aspettano nella camera stagna.

S'ode la voce del comandante, la voce che ancóra è nella sua gola col

suo soffio: «Accosta sempre a diritta. Quanto?» Un uomo dalla barba

rossa è seduto vicino alla ruota del timone verticale. Risponde:

«Centoquarantasei». È fisso, con tutti i lineamenti immobili, con

le fulve ciglia senza battito, più vivo della vita e più morto della

morte, simile a un ritratto magnetico....

Così il mio ricordo si converte in sogno, mentre coricato su i fiori

funerei della barena, supino, attendo che si riparta.

Mi sovviene d'uno dei più lugubri orrori sorto dalla mia carne, mentre

un giorno coi miei compagni, presso le chiuse di Sagrado, mangiavo

allo scoperto, in un luogo battuto dal fuoco austriaco. Ciascuno di noi

poteva essere sorpreso dalla morte col boccone in bocca, con la vivanda

tra le mascelle mal masticata. Imagine d'animalità orrenda. Il pasto

interrotto dal rantolo. Il sussulto del tristo sacco ripieno. Avevo

già veduto un soldato riverso nella mota gialla della trincea, col

rancio nel gozzo, col resto della gamella sparso nel sangue fumante. Un

filaccico di lesso gli esciva dall'angolo delle labbra livide. La morte

gli pigliava a un tempo il corpo e il cibo. Quegli che stava ingoiando,

ecco, era ingoiato. La morte gli toglieva ogni bellezza, all'atto

bestiale della nutrizione aggiungendo più di bestialità, fissando al

limitare dell'eterno quel che è ignobile. Il compagno che gli chiuse

le palpebre, gli nettò anche da quei rimasugli la bocca e il mento.

La misericordia vinse la ripugnanza. Sempre vedrò quel gesto pietoso e

atroce, quelle due dita ficcate tra i denti lordi del cadavere.

Verso mezzogiorno, il _Jalea_ scende adagio sul fondo, per il pasto

dell'equipaggio. I rumori si attenuano. Il motore elettrico è fermo.

Sopra la camera del motore elettrico il boccaporto di poppa guarda coi

suoi due occhi glauchi. Un salvagente dipinto di rosso v'è sospeso: una

massiccia aureola.

Il manometro indica che la tomba d'acciaio è posata a tredici metri

di profondità. Gli uomini mangiano, gli uomini masticano, ruminano.

Qualcuno è svogliato e sonnolento. Il malvagio calore pesa intorno al

capo come un elmo di scafandro. Il fondo è ignoto. Nessuno sa dove sia.

Dianzi si navigava col periscopio immerso. Tutto il battello è ora una

clessidra che gocciola. Gli attimi sono lenti e veloci. Sembra che si

mettano d'improvviso a tintinnire. Ma è il tintinno dei campanelli.

Il _Jalea_ si solleva dal fondo. Il manometro segna. La pompa sposta

l'acqua da poppa a prua. L'acqua fa una specie di salmodia sorda

circolando nelle intercapedini. Si risale a quattro metri e mezzo.

Il cetaceo riacquista il suo occhio girante. L'uomo fulvo è di nuovo

seduto al timone verticale. È fisso; non batte ciglio, non ingoia la

saliva. È netto, lucido e spaventoso come certe figure dei musei di

cera.

Sono le due del pomeriggio. Il mare è deserto e raggiante. Sonnecchiano

le piccole città bianche intorno al golfo dove svaria la grana del

vento. Un pescatore dorme supino su le tavole fracide del suo vecchio

topo, laggiù, nella pace della laguna, alla proda d'una barena fiorita

di santònico.

Vietri smonta di guardia al periscopio; e dalla camera di manovra

si ritira nella camera dei tubi di lancio a prua. Ode la voce del

comandante che ordina l'accostata per invertire la rotta. Un tuono

improvviso lo stordisce, uno scroscio biancastro lo percuote. L'acqua

gli si precipita addosso, lo fascia sino all'altezza delle spalle. Non

ode nessun grido. La gente perduta non mette un grido né un lagno. Egli

è tuttavia in piedi, con l'acqua alla gola. Percepisce nettamente lo

scoppio degli accumulatori. Si tappa la bocca e il naso per non essere

soffocato dal cloro che si sviluppa. Si avvicina alla paratia che lo

separa dalla contigua camera degli ufficiali; ma presso la porta stagna

trova ancor vivo il tenente di vascello Guido Cavalieri che gli grida:

«È inutile andare a poppa. Cerchiamo di salvarci dal portello di prua».

Egli getta lo sguardo e l'anima verso poppa. Non ode nessun grido,

nessun gemito. Il comandante Ernesto Giovannini è caduto al suo posto

di comando. S'è coricato per dormire il suo sonno eroico tra il lido

gradense e l'Istria sua. Portava sempre in cuore la vecchia cittadella

della sua gente, l'imagine di Capodistria severa e soave, come la

rappresentò per amore nella tavola dell'Ingresso Benedetto Carpaccio.

Sempre vedeva nel cielo della sua speranza le code di rondine che fanno

corona ghibellina al Palagio del Podestà, e la Cibele romana armata

e alzata tra i due merli, e la porta della Muda aperta a un altro

Ingresso, e i balaustri della fonte arcuata che sembra debba crescere e

decrescere come la marea sotto un ponte di Venezia.

«Capodistria, succiso adriaco fiore!»

Pochi giorni innanzi, avendo a bordo come pilota il fuoruscito Nazario

Sauro nato all'ombra della colonna di Santa Giustina, avvistava dalla

torretta del _Jalea_ emerso la città dei cinque Dogi, e la salutava

prima d'immergersi; quindi, posato sul fondo di quei paraggi rimasto

republicano e veneto come la Piazza Grande, si stendeva a fianco

del pilota fraterno, beati entrambi in un medesimo sogno come se

fossero per dormire sotto il voltone della scala comunale e per essere

risvegliati all'alba dalle campane dell'arengo.

Ora egli dorme un poco più in su, più a tramontana, più a ponente. Col

comandante, tutto l'equipaggio s'è coricato silenziosamente nella bara

d'acciaio. Se l'acqua penetra per la falla d'una nave d'Italia, non mai

vi penetra la paura, comunque lo squarcio sia largo.

Il silenzio è già sepolcrale, ma il sepolcro è ancora sospeso nel

gorgo. Ciascuno dei sei viventi ha inciso nel cuore l'attimo in cui lo

scafo tocca il fondo.

La volontà di vivere tien luogo di respiro. Vietri s'aggrappa

alla scaletta per aprire il portello. Ma Ciro Armellino, il capo

torpediniere, sopraggiunto, prima di lui riesce ad aprirlo e ad escire.

Guido Cavalieri, il sottocapo Tullio di Biagio, un torpediniere, un

marinaio salgono ed escono. Vietri, con la bocca chiusa, col naso

tappato, aspetta che gli altri sieno scomparsi su per la colonna

gorgogliante. Tanto è più tardo il tempo quanto è più rapido il

cuore dell'uomo. Se il palpito si accelera, l'attimo si allunga.

L'antichissima parola eroica, nata nel Mediterraneo, ecco che ha forza

anche sottomare. «O cuore, sopporta.» Colui che è l'ultimo, è il primo.

Egli solo è pari all'evento e all'elemento.

Prova sublime, rivelazione magnifica, là dove l'uomo sembra cancellato!

Quel punto della profonda e irrespirabile solitudine, io voglio

consacrarlo, celebrarlo. Quivi un cuore d'uomo oppone il battito

misurato del suo potere a tutte le forze avverse. Tranquillo, accetta

la lotta e la conduce. Fin dal principio è attento a non commettere

errore alcuno. Deliberato a preservare la sua vita, egli si cura

tuttavia degli altri prima che di sé. Ogni suo gesto è fraterno e

generoso. Vuol portare il messaggio di sciagura alla riva ma non si

antepone ai compagni. Se bene i cinque superstiti sieno di lui più

esperti nel nuoto, egli spontaneo li soccorre, li conforta. Poiché la

costa istriana è molto erta mentre l'avversa è al livello del mare,

egli si crede esser molto più vicino all'Istria che a Grado; ma non

esita a dirigersi verso la sua riva, stimando esser meglio giunger

morto alla sua gente che darsi vivo al nemico. Ogni suo movimento

ha origine in una virtù vera che è la sua sostanza medesima, la sua

midolla, l'osso della sua schiena. Vi sono forse gesta di marinai

nostri più splendide, quasi baleni d'eroismo, su i ponti delle navi

sottili, ai pezzi delle batterie sbarcate. Ma in questa avventura

di naufrago si rivela una perfezione di disciplina così alta che può

servire d'esempio agli equipaggi più induriti. Nel mezzo del golfo che

è nostro, in fondo al mare irto d'insidie, su da uno scafo squarciato,

ecco che sorge per i marinai d'Italia un monumento invisibile ma

perpetuo. «Sopporta, o cuore.»

Questo dramma sottomarino è d'una brevità e d'una novità non

eguagliate da alcun altra delle tragedie navali conosciute. Le

persone del dramma sono vestite d'acqua sino al collo. I corpi sono

già ingoiati dall'abisso; ma le sei maschere umane respirano ancóra

allo stesso livello, nell'aria che comprime la massa irrompente e le

impedisce di invadere tutto lo spazio chiuso. La mia imaginazione

vede quei sei respiranti teschi decapitati dal filo dell'acqua, e

non riesce a rilevare i loro lineamenti né a rischiararli di quel

chiarore incognito. Li cerco invano nel tranquillo occhio nero del

superstite che forse ne serba l'imagine ma non l'esprime. Non so che

avida violenza è nel mio sguardo, come per sforzare quel taciturno

a rievocare il momento indicibile, come per comunicare l'acuità dei

miei sensi a quel sobrio narratore. Che accadde quando il portello di

prua fu aperto e il primo uomo balzò fuori e gli altri lo seguirono

risalendo dal profondo verso la luce che a mano a mano cresceva?

Vietri fu l'ultimo ad abbandonare lo scafo squarciato. La vita non

v'era del tutto spenta. Pochi attimi innanzi, il comandante era stato

intraveduto ancora in piedi. Il resto dell'equipaggio non aveva dato

grido né segno, ma forse laggiù nella tenebra qualche gola palpitava

tuttavia. E v'era tuttavia l'ultimo dolore delle cose, l'aspetto

estremo delle cose che non hanno più potere, che non servono più, che

non indicano più nulla, che non misurano più nulla: il portavoce, il

tubo del periscopio, i cinque tubi della pompa, i tre segnali rossi,

la lampadina della bussola, i quadranti degli indicatori, le ruote

dei timoni, la bandiera avvolta.... Il manometro grande aveva segnato

i metri di profondità? aveva misurato di metro in metro la discesa

del sepolcro? V'era là, in quegli ultimi attimi, un odore, un rumore,

un silenzio, un'ombra, una figura finale, una faccia della sorte, un

estremità immaginabile che questi giovani occhi videro e che nessun

altro mai vide né vedrà mai. La poesia in me trema e si vela.

Ora le cinque teste umane, l'una dopo l'altra, emergono a fiore del

mare deserto. Si contano. Una chiazza oleosa li ha preceduti. Ecco

Vietri a galla: respira; si netta il viso con una mano; sente nel

torace i suoi polmoni e il suo cuore; sente sotto il cranio il suo

cervello maschio. Tutto in lui è sano e pronto. Sùbito le sue forze si

equilibrano, la sua mente s'aguzza, la sua bontà si offre. E tutto il

suo coraggio si quadra nella disciplina.

Aiuta Guido Cavalieri a togliersi le scarpe e gli accomoda il

materasso di gomma (ve n'erano otto a bordo) che gli serve a meglio

sostenersi. Dà una mano agli altri per liberarli dagli impedimenti.

Sveste il torpediniere Motolese, che pare il men vigoroso. Poi pensa

a sé medesimo. Sa che non ha grand'arte nel nuoto e che gli conviene

adoperare ogni accorgimento per risparmiarsi. Il mare è mosso da

scirocco. Quando egli s'allontana dal luogo del naufragio, dove pullula

la nafta mista alle bolle d'aria, quasi rantolo e sangue della nave

uccisa, un gran dolore gli fende il petto. Fa tre volte il segno della

croce, raccomanda a Dio le anime dei sepolti, promette di recare il

messaggio alla patria. Poco dopo, ode dietro di sé il grido soffocato

del torpediniere che già pericola; ode l'ultima voce di Ciro che

annega; vede davanti a sé il gruppo degli altri tre nuotare più veloce

verso ponente. Rimane solo.

Il mare è sempre deserto. Lo scirocco rinfresca. Sul far della sera,

dopo circa sei ore di nuoto, il naufrago avvista la Mula di Muggia, ha

l'illusione della salvezza, la tentazione dell'approdo.

Ecco il momento eroico di questo gran cuore marino.

La terra è là, sinuosa e bassa, coi suoi lunghi dossi violacei. La

sera sinistra cala su la solitudine non interrotta né da una scìa né

da una traccia di fumo. Lungo la costa nemica si accendono i fasci di

luce che scrutano il cielo e il mare ostili. Dai cannoni che tuonano

su l'Isonzo, si propaga il rombo per tutto il golfo. Nessuna stella

sgorga dal crepuscolo che s'abbuia. Laggiù, sul fondo di sabbia e di

fango, sotto lo specchio d'acqua ove continuano a pullulare la nafta

e l'aria, il _Jalea_ morto giace coi suoi morti. Un d'essi è scivolato

fuori dalla falla di poppa, e va fluttuando nella striscia oleosa. Dove

sono i tre nuotatori che mostravano di aver tanta fretta? Dov'è Biagio

di Tullio? dov'è Guido Cavalieri? Hanno raggiunto la costa? hanno preso

terra a Grado? già in salvo?

Un materasso di gomma galleggia trasportato dalla marea, là, verso il

Banco d'Orio.

Vietri, che vuol dire costanza, mentre fa il morto, supino su l'onda

squammosa, considera pacatamente le probabilità di salvezza e delibera.

Sa che alla Mula di Muggia in quell'ora non c'è anima viva e che, se

riescisse ad approdarvi, si troverebbe tutta la notte abbandonato in

una spiaggia perfida di rena e di melma. A progredire verso Grado la

corrente non gli è favorevole, anzi lo respinge al largo per levante.

Ma quella stessa corrente, s'egli la segua invece di contrariarla, lo

aiuterà forse a ridiscendere verso Grado nella prima luce del mattino.

Gli conviene dunque riallontanarsi dalla terra e prepararsi a passare

in mare una notte di circa nove ore. Non esita, non si scoraggia,

non dubita delle sue forze, non ha paura dell'ignoto, non è stanco di

lottare e di patire. «O cuore, sopporta.» Ed è un cuore di vent'anni!

Riconosce il proiettore austriaco di Duino; e su quello si regola per

determinare via via la direzione e la velocità della deriva. Tutta

la notte vede balenare, ode tuonare la battaglia lontana su l'Isonzo

affocato. Il cuore non gli vien mai meno, né la mente gli s'offusca.

È duro, costante, vigile, sagace. Come non si lascia sopraffare

dall'ansia, così non si lascia vincere dal freddo, dalla sete, dalla

fame. Sono passate quattro ore, e la notte è al colmo. Fra quattro

ore comincerà ad albeggiare. La sua pazienza d'uomo supera la pazienza

della notte. Il vecchio marinaio d'Itaca non è più virtuoso di questo

imberbe marinaio campano. Il sale lo impregna e lo preserva. Le stelle

gli sono fauste. Alla diana egli scorge di nuovo la terra, avvista la

riva di Grado.

Allora getta il suo primo grido, il saluto del risveglio, il richiamo

del gallo. Chiara è la voce, e aumenta con la luce. È la novissima

giovinezza d'Italia che saluta il giorno, temprata nel suo mare.

S'ode la voce su la spiaggia latina, nel vecchio porto dei Patriarchi,

nelle acque gradate.

Allora la sorte a tante prove così crude aggiunge un ultima prova, la

più cruda.

Alla voce di soccorso ripetuta, escono senza indugio un battello a

elica e una piccola barca lagunare, un topo da pesca; e si mettono alla

ricerca del naufrago.

Ma il capo cannoniere che guida il battello, quando è sul punto di

scoprire il nuotatore, scorge un velivolo austriaco che traversa il

golfo da Trieste volando verso Grado. Il rombo del motore impedisce di

riudire la voce sottovento. Egli tralascia la ricerca e ritorna nel

porto, sotto la minaccia del nemico aereo. Il naufrago distante lo

vede coi suoi occhi scomparire. Dopo la sedicesima ora di resistenza

inumana, quando pare che il suo patimento sia per finire, ecco che egli

deve chiedere al suo cuore un nuovo sforzo, il più difficile! Resiste

anche alla disperazione. Aspetta che il velivolo passi, che il rombo si

dilegui; e ricomincia il suo clamore.

Il battello esce di nuovo; fa rotta ad ostro, verso l'origine della

voce; avvista finalmente l'uomo, in vicinanza del gavitello che è posto

al largo. Il capo cannoniere s'alza in piedi e grida di lontano al

nuotatore: «Viva l'Italia!».

Vietri, che vuol dire ardore, si leva con tutto il petto fuori

dell'acqua e risponde con tutta la possa dei suoi polmoni: «Viva

l'Italia!».

Quando il battello gli è vicino, egli lo raggiunge con due bracciate;

poi, senz'aiuto, pontando le braccia, sale a bordo. Respira; sorride;

chiede da bere.

Gli uomini del battello sono confusi: non hanno portato né acqua né

cordiale. Uno gli offre una sigaretta, peritoso. Egli franco la prende,

l'accende, tira qualche boccata di fumo, con gli occhi socchiusi, con

un'aria di contentezza infantile, come se riassaporasse la vita di

bordo, come se ritrovasse il primo tra i piaceri del marinaio.

Sbarcato, condotto all'infermeria, non perde mai le forze, non si

lascia mai vincere dal malessere e dalla stanchezza. Conserva la sua

disciplina in ogni atto, in ogni motto, come — dopo sedici ore di

mare — la sua pelle serba il buon colore di frumento e la ferma grana,

conciata all'uso nostro, all'uso d'Italia, non con la vallonea spenta

nell'acqua di mortella, ma col sale e col sole.

Quando nomina la sua nave perduta, quando parla del suo comandante

e dei suoi compagni rimasti nel fondo sepolti, quando apprende che

nessuno è giunto in salvo, di quelli esciti con lui dal portello di

prua, il dolore lo stringe: un dolore senza lacrime, un dolore d'eroe,

che par gli intagli quel dolce volto con uno scarpello più severo.

Resta mutolo e fisso, col capo reclinato. L'acqua salsa gli cola

dall'orecchio giù per l'omero nudo.

Sembra che la purità di quella mestizia si diffonda su le lagune e sul

golfo, quando dal canale di Gorgo ci rialziamo a volo per esplorare

lo specchio funebre, per scoprire in fondo alla trasparenza marina il

sepolcro d'acciaio.

Abbiamo colto i fiori violetti della barena. Davanti a me, coprono le

bombe, con quell'altro fascio. La pulsazione energica del motore non

turba il sentimento musicale che ho in me e che raccoglie tutti gli

orizzonti in una sola armonia.

Mi volgo verso il mio pilota. Il suo volto è grave e attento. Ora mi

guarda senza sorridere. Una stessa commozione ci mescola. Il nostro

petto è pieno di patria. Vedo laggiù, dietro il suo camaglio, di là

dai timoni, il campanile di Aquileia e i santi pini superstiti della

grande selva nautica che copriva dal Gargano al Timavo il lito adriano.

Abbiamo nelle ali gli spiriti della storia più solenne. Respiriamo una

nobiltà presente come l'aria. Onoriamo nei nostri morti un'elezione

divina.

Mettendo la prua verso Punta Grossa, prendiamo quota, mentre osservo

se dalla baia di Muggia non si levi incontro a noi un'ala nemica.

Il nostro «Albatros» è male armato per il combattimento aereo, ma

acquistiamo il vantaggio del vento, del sole e dell'altezza. Il golfo

è deserto e liscio come un lago alpino. Trieste è tutta bianca in

un velo di luce. Vedo l'ombra lievissima dell'elica tremolare su la

tela chiazzata d'olio bruno. I tiranti ben tesi vibrano come le corde

dell'arpa eolia. L'orecchio attento, a traverso la tasta di bambagia

che lo tura come la cera d'Ulisse, percepisce le minime variazioni nel

tono del motore. Lo spirito è oggi tanto sensibile al numero che tutte

le apparenze gli giungono ritmeggiate. Il suo silenzio è vicinissimo al

canto.

Nella virata vedo alzarsi da Gorgo due nostri velivoli; distinguo

sopra le ali le due bande e i due cerchi neri. S'alzano a proteggere la

nostra esplorazione. Paiono immobili, sospesi nella quiete. Roteando in

larghi giri, attendiamo che prendano altezza. Laggiù, il Carso pallido

sembra che vibri nel calore come la lava quando si fredda perdendo il

vermiglio.

Incomincia la nostra discesa, mentre i due velivoli fanno la guardia

incrociando a levante. Il cuore diviene ansioso, l'occhio attentissimo.

Siamo su la linea congiungente Punta Grossa e Grado. Il sole declina,

la bonaccia si fa tutta eguale, senza bava di vento.

Mi piego sul bordo, col capo nel turbine dell'elica, studiando gli

aspetti dell'acqua. I segni della mia mano indicano al mio compagno

le diverse direzioni. Il velivolo obbediente le segue, sempre più

abbassandosi. Vira, sbanda, sta su le volte, procede a biscia, come una

vela che bordeggi per non allontanarsi dal luogo.

Ed ecco, con un balzo del cuore alla gola, ecco che mi sembra di

scorgere su lo specchio liscio una chiazza scura, simile a quelle

macchie screziate che appariscono quando si muove il primo pelo

dell'acqua e il mare muta colore Mi volto verso il mio pilota con un

gran gesto involontario. Egli si china dalla stessa banda e guarda,

mentre l'Albatro cala a poche braccia dall'indizio. È una chiazza

oleosa, è la nafta del _Jalea_.

Allora l'ansietà di scoprire il fondo mi curva sul bordo della

carlinga, dove la mia gola aderisce come a una lunetta di ghigliottina.

Sono tutt'anima e tutt'occhi, tremante e lucido. In un battito delle

palpebre mi riappare di tratto in tratto il viso del capitano. Per lui

mi fu confidato quel fascio di fiori. Quando mi sollevo per rivolgermi

al mio pilota, sento nel calore del cofano il profumo della cedrina e

delle rose bianche.

Sorvoliamo in su e in giù lo stesso spazio. Ci risolleviamo, ci

riabbassiamo. Proviamo e riproviamo. La trasparenza è mutevole, la luce

è ingannevole. Il mare ci contende il suo segreto.

Distinguo a una profondità di circa tre metri qualcosa di chiaro e di

rotondo come una larga medusa. È la testa di una torpedine. Siamo sopra

lo sbarramento, contro il quale urtò nell'accostata il sommergibile.

Quale istinto misterioso governa ora la nostra macchina alata?

Quale spirito la guida? Dentro di noi, fuori di noi, si fa un grande

silenzio. Tutto è acqua e aria. Le coste hanno assunto una qualità

eterea. Non le guardo ma le posseggo come orli luminosi del mio

sentimento.

Simile a una visione interiore, simile a una di quelle imagini che

la poesia rischiara d'improvviso nella profondità della tristezza,

m'apparisce in un attimo la tomba navale.

Or dove sono quei fiori che si posarono su lo specchio funebre senza

turbarlo? Come ritroverò i movimenti di quella sinfonia vespertina che

pareva rendere a noi sensibili le nostre ali, quasi fossero appiccate

ai nostri òmeri?

Si volava a poca altezza, seguendo il lido sinuoso, come se alla

terra ci avvicinasse un aumento d'amore. Ma ci sembrava d'essere, in

verità, tra due cieli, tanto la faccia della laguna più e più prendeva

simiglianza con la sera già su lei china a rimirarla.

Tutto quel chiarore diffuso aveva origine laggiù, sottomare, nel fondo

del golfo. Non era un lume di tramonto. Era il lume di non so che

spiritualizzamento operato dalla morte immortale.

Chi mi raccontò un giorno la leggenda di quell'uomo solitario che

lasciò lo sguardo sopra una imagine sacra lungamente e ferventemente

contemplata? I suoi occhi continuarono a vivere senza sguardo, pur

rimanendo aperti allo spettacolo del mondo. Ma l'imagine sacra, la

tavola dipinta, rimase arricchita d'un mistero inimitabile come il

Paradiso.

Questa figura mi serve a sollevarmi verso il modo di quel sentimento

che s'era generato in me dalla visione del sepolcro immerso. Il mio

sguardo, rimasto nello specchio funebre, s'era convertito in una

spiritualità senza confini, ond'ero alleviato e illuminato io medesimo

fin nell'imo della mia sostanza.

Allora, più che in alcun'altra elevazione della mia miseria, conobbi

come l'anima sia un elemento perpetuo, non legato ai corpi, non

prigioniero, ma dai corpi attinto come il vaso attinge l'acqua e la

contiene e poi la riversa. Ora saliva e fluiva essa come l'alluvione,

smisuratamente accresciuta dalla carneficina che vuotava ogni giorno

innumerevoli petti. Restituita in libertà dall'eroismo, essa fluttuava

sul carnaio trasmutando gli aspetti della terra e il senso del nostro

respiro umano. Sopra tanta strage, sopra tanti cadaveri, non sentivamo

noi una più grande quantità d'anima nel mondo? Più grande in copia,

più pura in essenza. Noi stessi n'eravamo traboccanti, e ansiosi di

versarla ad aumentare la piena. La sua potenza era per sforzare le

ossa della stirpe futura, l'angustia carnale dei nostri figli; era

per costringerli ad esternarla di continuo in grandi azioni, in grandi

invenzioni, in grandi sacrifizii.

Il nostro volo ci pareva sostenuto da una specie di rapimento. Il mio

pilota abbandonava le leve senza che le ali vacillassero. Il palpito

del fuoco operoso pareva attenuarsi nello spazio che l'estasi sempre

più allargava dentro di noi respingendo i limiti dei sensi. Respiravamo

l'anima e la melodia dell'anima, e i pensieri eterni che i poeti

traggono dalle improvvise sue sublimazioni. Era come la beatitudine di

un transito. Vivere era come morire, morire era come vivere. La nostra

fragilità non era se non divina trasparenza.

E il mio compagno mi toccò la spalla, come soleva; e poi fece un segno

verso occidente.

Mi volsi; mi chinai a guardare; insieme ci chinammo.

Avevamo di poco passato Caorle bianca come una città votiva d'argento

tra i suoi parallelogrammi esatti. La laguna era tuttora laggiù come

la perlagione d'un cielo vista a traverso le nervature d'una foglia

macera. Ma nella parte già invasa dalla sera i canali apparivano di

quel colore profondo che ha l'acqua intorno agli scogli pescosi. Una

lunga fila di nere barche crociate venivano a rimorchio per l'ombra

verdazzurra, lasciando una scìa di santità e di silenzio.

Era un convoglio di feriti navigante verso gli ospedali notturni che

laggiù attendevano quel carico di sangue e di dolore. Erano i feriti

dell'Isonzo e del Carso, i lacerati, i mutilati, i moribondi che

scendevano per le vie quiete della laguna. Erano i feriti sorridenti,

le giovinezze sublimi, i miracoli inconsapevoli. Qualcosa del loro

sorriso ineffabile, quasi non so che freschezza del loro patimento,

pareva rilucere nella santa scìa, solco d'anima, traccia spiritale.

Il cuore ci tremava come quando eravamo chini a scoprire la tomba di

ferro nel fondo del mare funesto.

Ci abbassammo a volo, con un movimento che forse rispondeva a una

volontà d'inginocchiarci. E i fiori della barena, gli asfodeli violetti

dell'estuario, che in parte avevamo serbati per memoria degli eroi

marini, io li sparsi su quel convoglio silenzioso e glorioso come il

sepolcro sommerso.

E il mio più alto canto, o Chiaroviso, è il canto che quella sera io

non cantai ma che son certo di riudire in me quando si farà notte e

rincontrerò il mio pilota a faccia a faccia.

_Venezia, giugno 1916._

La Leda senza cigno · 第 7 / 13 题