Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux

non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il

cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovo _Progetto_ e la

_Supplica_[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio

li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che

in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo

quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza

portarono la soppressione dell'_Antologia_! oso lusingarmi però non mi

fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R.

obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore

e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di

esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di

fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra

volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter

condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire

l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio

ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel

pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo

cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito

onorevole e felice...„.

Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al

granduca, era di una _Rassegna italiana_: diceva in esso, che il piano e

l'andamento dell'_Antologia_ potevano bensí migliorarsi, ma che il

titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale,

non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia

mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni

letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo

pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e

preoccupazione municipale, _fosse_ tanto franca e indipendente da

potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito

filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente

importanti... e _fosse_, quanto piú _sarebbe_ possibile, lo specchio

veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.

Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita

operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il

Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî

dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347]

il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non

posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al

Granduca di lasciar risorgere l'_Antologia_. Il Governo avendo soppresso

questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„.

Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo di

_Antologia_„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo

spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo:

“Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi

d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato

l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene

intendeva che l'ex direttore dell'_Antologia_ avrebbe considerato le

scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere

sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E

il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente

gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere

il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser

coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico,

un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato

all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva

proprio nel segno, quando affermava che “la _Rassegna_ non sarebbe altro

che l'_Antologia_ perfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un

giornale _filosofico_, _dedicato al progresso_, chiedere licenza di

restare sempre lo stesso Vieusseux di prima, _coerente con i suoi

antecedenti_; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente

ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di

que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No,

no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.

Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini,

francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto

e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche

quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore

scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere

qualunque passo su questo riguardo„.

*

* *

Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano

state impedite. Ora l'_Amico della Gioventú_, la _Voce della Ragione_ e

la _Voce della Verità_, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva

a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto

all'impotenza il Vieusseux.

Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al

vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura

del processo nel '33 fatto da loro all'_Antologia_ e al suo direttore,

due anni di poi in certi loro _pensieri_, che con la usata eleganza

chiamavano _di circostanza_, e via via comparvero su 'l foglio modenese,

dopo parlato[1348] di _guerra_, di _sommosse_, di _governi stabiliti_ e

di _religione_, come nemici della religione e de' governi stabiliti,

suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano i _proclami_ di Gian

Pietro Vieusseux.

A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in

cui gli giunse la _Voce della Verità_, si recò[1349] dal presidente del

Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo.

“Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal

modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia

toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux

accusato di fare _proclami_. Riconoscete dunque la mia innocenza

lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò

il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva

giustizia) ad approvare la protesta[1350] che il Vieusseux presentava: e

il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero

per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la

riprodussero.[1351]

Chi fosse l'autor de' _pensieri_, non è difficile imaginare: era il

Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352] al Capponi: “sento da

Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non

osò lasciar ristampare la mia protesta sul _Progresso_„. Ma se al

_Progresso_ non fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi

però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il

sapere[1353] che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua

protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo

trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoi

_Pensieri_, aggiungeva una nota[1354] “in risposta alla _protesta_

pubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro

l'uso che qui si è fatto della parola _Proclami_„: nella qual nota, dopo

rammentato che il Maroncelli aveva definita l'_Antologia sorella del

Conciliatore_, e il _Conciliatore_ una _congiura_, affermava che

l'_Antologia_ “ha _proclamato_ cogli elogi dell'illegittimità, colle

apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte;

ha _proclamato_ colle lezioni del gius penale _Benthamico_, e coi

corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo,

ecc. ecc.; ha _proclamato_ prestando i suoi _tipi_ al famoso bollettino

del 28 marzo 1833; _proclama_ tuttavia, facendosi propagatrice, per

l'Italia superiore, del _Progresso_ di Napoli, il di cui fondatore

guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo; _proclama_ coi

manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delle _letture popolari_

e dei _manuali d'educazione_...; e cosí, per fino la _soppracarta

stampata_ della _protesta_ contro l'uso ingiusto della parola

_proclami_, è un vero e real proclama dell'_Antologia_, espresso colla

lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire

dell'_Antologia_ stessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece

della parola _proclami_, dovevo mettere _congiure_....„.

Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava una

_congiura_ la diffusione del _Giornale agrario_, de' manuali

dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario

geografico del Repetti![1355] E non contento di asserire falsità

manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso

bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al

Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale

diceva[1356] invece, che il _Conciliatore_ fu dagli Austriaci detto una

congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di

miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.

*

* *

Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico

perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357]

nel quale dopo affermato che al foglio di Modena era serbato “superare

in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni

calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti,

quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni

piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu

inspiratore degno l'autore dei _Pifferi di montagna_, il villan di

Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido

e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete

bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate

contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché

rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare

questa mia parola alla _Voce_ vostra, eccheggiar tutta dal primo

all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome

vostro. I' pongo il mio„.

Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo

scriveva[1358] al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della

risposta alla _Voce_. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur

sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente

provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la

risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono

avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e

all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359] dicendogli, che

la replica alla _Voce_ gli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far

male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene

compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360] al Vieusseux: “egli ha fatto

opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in

sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva

meglio. Bravo e caro uomo!„.

Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che

cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne

ringraziò[1361] il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di

poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi:

e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero

compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel

Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni,

avutane conoscenza, aveva esclamato: _a questo scritto non si risponde_.

Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non

assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre

Mauro, facendo in una _nota_[1362] le sue “osservazioni rispettose„ allo

scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e

di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva

sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in

dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux

tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa

l'_Antologia_„. Considerato anche, essere il nome istesso del Tommaséo

tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e

“affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni

del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.

Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il

permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando

che la _Voce_ non tacerebbe. I redattori stamparono[1363] infatti,

com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi

aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro

le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il

Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che

anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„.

Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era

l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364] nel '41 al Vieusseux,

riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli

diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi

accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto

sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il

Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365] una fierissima

lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità

mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese.

Se non che, il principe di Canosa affermò[1366] che “chi pettinò cosí

bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che

“non si mescolò in quella contesa„, ma “un giovine redattore del foglio,

il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.

Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa,

che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza

timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367] al Tommaséo. “Dunque

— incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo,

villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece

Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc. _è un villano, cacciato di Napoli

e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente

irrequieto?_ Cosí voi, volgo non _dei pensanti_ ma della canaglia

settaria, sentina non _del Cristianesimo_ ma del sansimonianismo, e

feccia non _del fiele_ ma delle cloache tutte dell'universo mondo, lo

qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro

l'immortal gazzetta dell'Italia Centrale _La Voce della Verità_„. E di

questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente

conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia

presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo,

aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole,

che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„.

Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi

moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni

periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséo _bestialissimo_„

o “_piú che bestialissimo_„, perch'egli si era dichiarato “protettore e

propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale

dell'_Antologia_ di Firenze, di quella _Antologia_, che attraverso la

sua innocenza _battesimale_ pretesa, non poté non eccitare per la

soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano,

sebbene indulgentissimo„.

Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille della _Voce

della Verità_, rispose con un secondo opuscolo[1368] il Tommaséo; non

per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo

avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto

suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva:

“chi loro non garba, paragonano al _ladro_, al _tagliaborse_,

all'_assassino_; e gli danno lo _stilo_, il _coltello_, il _pugnale_, il

_nappo del tossico_.... e lo chiamano a _partecipanza_ (nuove voci

bisognano alla nuova stoltezza) a _partecipanza_ lo chiamano di non so

che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere

_vituperato_, e parla di _pantano_, e di _sozzura_ e di _mondezzaio_, ha

nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.

Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú

oltre a risposta: ma que' della _Voce_, tenacemente fedeli al proposito

di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davano _impaccio_

al Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella

delle dita„; replicavano[1369] ancora per dire che, viaggiando il

Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a

quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad

educare i suoi figli secondo le sue “capziose norme„, promettendo a

quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella

istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di

simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora

che gli _antologisti_ con le loro dottrine sovvertivano i popoli,

congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la

democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia

stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo

arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della

schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni

lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di

quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico

spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci

trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben

indiavolati e disperatissimi„.

Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero

veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe

assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova

risposta.[1371] Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua

“piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva

anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della

rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetida _Antologia_„,

e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare

la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido

cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo, tutto scritto per

glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'_Antologia_

e il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti:

il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia,

traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse,

anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da

Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo

Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva

bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372] alla

presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto

come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato

contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno

contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo della

_Voce della Verità_, firmato _Imparzialità_, che serviva di

“confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava

perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso

autore di quel libello„.[1373]

Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come

mai, pur dopo soppressa l'_Antologia_, cosí brutale durasse la guerra

contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando

ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú

rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli

scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa

del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze

politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di

diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore

intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera

potenza, un _secondo granduca_.

Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e

ben chiaro i compilatori della _Voce_ lo dissero. Dissero[1374]: “se al

cadere dell'_Antologia_ il suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio

cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di

riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma

finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove

produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi

grideremo, e grideremo senza cessare„.

Senza la sua _Antologia_, e senza speranza di poter ridare la vita a

questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava

l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli

a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio

ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375] “a tutti i mezzi di

materiale coercizione„; per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa

scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel

pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la sua

_Antologia_; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di

forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel

mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti

aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri,

quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra

Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io

ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro

sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e

quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la

conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i

forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per

mantenere l'equilibrio!„.

Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux

ben potè senza superbia affermare[1377] che la guerra mossagli contro,

era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben

potè con grande compiacimento vedere che la sua _Antologia_ non aveva

invano vissuto per dodici anni.

Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi

fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi

in Abruzzo fondare un giornale co 'l titolo di _Antologia abruzzese_, il

ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e

volle che si chiamasse _Filologia Abruzzese_[1378]. E dieci anni dopo

soppressa l'_Antologia_, mentre la _Voce della Verità_ aveva da poco

miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379] la

traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto

si compiaceva, scrivendo[1380] che un monumento elevato in Francia al

giornale che era stato _la grande impresa della sua vita_, sarebbe una

cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava

egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la

traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli

articoli da stampare.

L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è

senza grande significato.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 21 / 36 段