Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto

dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294]

di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i

fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa

fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione;

verificato però che avessero l'_imprimatur_ censorio. Il giorno 14 di

maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo

Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli del gennaio, e mille copie

del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio;

valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376.

Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio

non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí

che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che,

portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi

essere di lire 3369,12 soldi.

Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale

lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i

fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo

di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale,

salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297] per la sua estrema

rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.

Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux

l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo

misteriosamente scriveva[1298] al commissario di Santo Spirito: “In

questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto,

in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella

spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare

l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari,

per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto

dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli

spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in

una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella

bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in

cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a

striscie di carta turchina...„.

Cosí finiva l'_Antologia_.

Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel

tempo stesso la vita _La Rivista Enciclopedica_, ch'era stata ne' primi

anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio

Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla

Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè

l'_Antologia_ nacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.

*

* *

Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro

Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io

vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi

s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli

era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove

in altri tempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva

portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di

stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni

parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i

restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della sua _Antologia_, che

era, quale egli la voleva, _tutta nazionale_, tale da adempiere il voto

unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro

perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed

ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi,

ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri

giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a'

loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui

avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.

Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro

non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e il _Giornale Agrario_;

aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano

la Polizia attendesse[1300] il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa

perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti

ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa

Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati

e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla

capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gli

atti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e

il Vicario Regio scriveva[1301] sollecito, ch'egli, “conoscendo le

massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e

circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto

era dalla Polizia ritenuto[1302] sempre “assai pericoloso„; e si doleva

l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano

i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e

infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla

Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui

maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte,

non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303] gli scrivessero con

l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini

gli dicesse[1304] “Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e

non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che,

nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe

manifestazioni imprudenti.

Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto

l'_Antologia_, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305] ancora “il

grande pensiero della sua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso

rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli

che sentiva[1306] pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che

non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso

dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo

sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte

le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva

scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio

datogli dall'amico Sismondi. Meglio che _fare il morto_, andava

ripensando come potesse ridare la vita alla sua _Antologia_, come

novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno

dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per

riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo

stesso coraggio di prima.

Soppressa l'_Antologia_, il suo primo pensiero — confessava[1307] anni

dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale

portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone

di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe

mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel

caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e

che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto

l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i

mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse

il cuore di sacrificare il suo gabinetto, ch'egli credeva[1309] “sempre

utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310] far rinascere

in Piemonte l'_Antologia_, e con articoli e con tutti i mezzi possibili,

sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né

spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo,

persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro

Pomba, l'_Antologia_, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla

rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e

farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per

avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi

ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo,

della stima universale„.

Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose

a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non

lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux —

sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e

prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa

l'_Antologia_, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla

quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un

giornale letterario ora che mancava all'Italia l'_Antologia_; eppure ad

onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo

essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi ho

detto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un

giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa

onorevole, ma che pure il nome di _Antologia_ faceva troppa paura.

Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze

un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data

del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto,

dell'_Indicatore bibliografico italiano_[1313]. “Impresa — diceva in

esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei

tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di

comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il

Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli

Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si

presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto

dell'_Antologia_, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e

il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi

lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie

italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314] al

censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa

sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo

gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un

giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315] il Capponi, saputa

questa notizia — allegri! Atene d'Italia! Ci rimane il _Giornale di

Pisa_ (dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.

Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux

ridare in Milano la vita alla sua _Antologia_: e a ciò anche il

Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca

sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in

lode del Governo toscano. Certo[1317] però il Vieusseux, che co 'l

titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto

giornale quello di _Fenice_, co 'l motto significativo:

Cosí per li gran savi si confessa

che la fenice muore e poi rinasce.

E si proponeva[1318] creare un giornale “come mai _era stato_ fatto in

Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli

articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato.

Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel

Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.

Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne

sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti.

Anche dopo soppressa l'_Antologia_, anche dopo dileguati i timori che

potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo

chiamava[1319] il bali Sanminiatelli), non ristette la colonia di Modena

dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il

Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320] intorno all'amico poche

parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente

parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano

alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera,

non mancarono i compilatori della _Voce della Verità_ dal fare i loro

commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui

parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux

giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„),

dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un

cattolico, per esser la sua religione dichiarata _purissima_ da un

ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non

iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa,

il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo

ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per

compimento dei funerali„.

A sí goffa calunnia rispose[1322] il Vieusseux una breve e dignitosa

risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal

Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome

della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro

giornale. La inserirono[1324] essi, non senza però dire innanzi, che

troppo strano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa

la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore

della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere

quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non

bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma

cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il

Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325] che

il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur

confessando la sua molta stima per la _Voce della Verità_, ch'egli non

era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna

in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora,

pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326] scritta, com'essi

dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„,

dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose

emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.

*

* *

Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicare _l'Indicatore

bibliografico_, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora

non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla

patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327] il Giordani — se

c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoro per tale; ché

sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo

a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parola _giornale_ impauriva

di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un

catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò

allora il Vieusseux compilare una raccolta di _Opuscoli scientifici e

letterarî_, ridando cosí la vita alla collezione[1328] nel 1807

intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini il

_manifesto_[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare

un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume

discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi,

scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso

d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica

ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita

di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una

memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad

uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento

al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non

facilmente e non di frequente conciliabili„.

Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il

divieto poteva, al dire[1330] del Padre Mauro, apparire fondato “sopra

motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre

secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare

alla luce molte materie della natura stessa di quelle solite inserirsi

nella cessata _Antologia_„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare

tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si

potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua

collezione, innanzi di approvare il _Manifesto_ presentato.

Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre

Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente

consentissero), si rivolse[1331] al Corsini, con la speranza di ottenere

da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il

letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati,

ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe

affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co

'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano

fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza

danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e

non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese

deliberazioni, tra le quali era questa,[1332] notevolissima, con che si

interdiva comprendere nella divisata raccolta, le _corrispondenze_, che

troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessata

_Antologia_, e potevano farlo considerare come una continuazione di

questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplice _manifesto_

comparisse alla luce.

Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima

volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 una

_circolare a' varî corrispondenti_[1333], nella quale rammentando i

propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato

ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo

accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie,

vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e

del _Giornale agrario_.

Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettare _tempi

migliori_; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al solo

_Giornale agrario_ e al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian

Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.

Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con

tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il

Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere

italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l

facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta

Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le

altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per

la Toscana. Gli avevano tolta l'_Antologia_, gli avevano _tutto_ negato;

ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il

fermo volere.

_Il progresso delle scienze lettere ed arti_, fondato[1334] nel '32 dal

Ricciardi co 'l proposito[1335] (non nuovo per vero a chi abbia seguito

la storia che dell'_Antologia_ sono venuto facendo) di “esporre

all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte

racchiudeva„, e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel

tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; il _Progresso_

traeva stentata la vita. Modesto confessava[1336] il Ricciardi mancare a

lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste

corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di

Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché

fosse opera, se non da reggere il confronto con l'_Antologia_, certo non

disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337] che in esso valevano le sole

notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o

arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia

nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella

direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338] composto

di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di

materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da

funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.

Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel

giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal

raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile —

scriveva[1339] al Tommaséo — perché il _Progresso_ acquisti riputazione;

bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che

prova, tra le altre cose, come il Vieusseux, non potendo per sé, senza

invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla

patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se

altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di

aiutare perché altri facesse.

Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e

divulgatore del _Progresso_, il vedere la guerra che que' di Modena gli

avevano già mosso contro. Caduta l'_Antologia_, la _Voce della Verità_

aveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti il

_Constitutionel_ asserito[1340] che, pubblicandosi in Napoli un giornale

letterario, il _Progresso_, “compilato con molto ingegno da giovani

scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo

violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa

la _tendenza_; la _Voce della Verità_, co 'l sistema felicemente

adottato per l'_Antologia_, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo,

e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito,

Giuseppe Ricciardi assicurava[1342] al Vieusseux, “essersi riportate al

Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolata _Il Progresso_,

altro non è che una succursale della _Giovine Italia_„„.

Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività al _Giornale

Agrario_ e al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi

pubblicamente, non solo divulgando il _Progresso_ e facendosi, com'egli

diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in

ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio, sentí rinascere

in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344] infatti

al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú

moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'_Antologia_. E

vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui

metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo

meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento una

_Rassegna trimestrale_, con gli articoli migliori attinti agli altri

giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345] il progetto al padre

Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio,

il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli

il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la

Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si

direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto

il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli

ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui,

piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini,

fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo di _Rassegna_, “rifletta —

soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo

l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e

sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 20 / 36 段