L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa,

subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso

_bollettino_, e insieme i suoi complici: e da un _rapporto_ di lui,

_riservatissimo_,[1251] si rileva che una tal “donna Sabina, druda di

Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo,

nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'_Antologia_„; e

aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse

per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa

donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale

affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine

studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e

difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e

Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano

tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini

— L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28

detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al

casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed

aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia

Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per

la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella

buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che

durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico

Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini

— “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla

primitiva ed organizzata compagnia„.

L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini

pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252]

al Bologna, che il bollettino ere stato stampato “nella stamperia

dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca,

e prossima al caffé _Elvetico_„. “Mi si accerta — continuava — che nel

ridotto dell'_Elvetico_ il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„

fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna

in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre

volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di

altri sette od otto giovinastri„.

È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del

quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono

noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e

il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna,

che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano

“contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro

Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo

stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone _La Parisienne_.

Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia,

Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in

casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però

è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia,

il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e

letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande rumore per la

soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far

risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti.

“Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e

parlando della soppressione dell'_Antologia_, benché ammettesse che la

tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava

però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa

estremità„.

Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di

Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato

S. E. Corsini?

Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia,

i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che

trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per

molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il

Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:

Evviva! Evviva! Oh gioia!

Il Toscano Granduca

è diventato il Boia

del Modenese Duca.

Un altro:[1257]

Alla mente Sovrana

del sapiente Granduca di Toscana

è piaciuto vietar l'_Antologia_.

E la ragion qual'è?

Perché, contraria ai Re,

trattò con poco onore

d'Austria e di Russia il sommo Imperatore.

Non so chi nella testa

gli ha messo questi grilli.

Doveva ben riflettere

che mai l'_Antologia_

non ha preso a curar degl'Imbecilli.

E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258] al Bologna: “Si

è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la

diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione

dell'_Elvetico_ quei giovani fanatici si sono tutti dati premura di

copiare simile composizione. Eccone il testo:

_Il nuovo Teatro

Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti._

AVVISO.

Si annunzia ai Fiorentini

la nuova compagnia dei burattini.

D'Austria l'Imperatore

è il capo direttore;

Francesco, l'Assistente.

I ministri, il Granduca, e la sua gente

sono le piú perfette

care marionette.

Il Pubblico a gradire

si prega, e intervenire,

certo che si daran tutto l'impegno

di mostrarsi, quai son, teste di legno.

E perché sul teatro

sia comun l'allegria,

daran per prima recita

la soppressione dell'_Antologia_.

L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a

voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso

del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche

disordine...„.[1259]

Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi,

in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve

variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni

“fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261] “piú

specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di

non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucci

egli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per

suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano

riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla

ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in

collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre

volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî

figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido

Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente

mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi

del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi

pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni

additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su

l'_Antologia_ riportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se

vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti,

cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del

giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.

Poco dopo soppressa l'_Antologia_, una sottoscrizione fu fatta in

Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia

Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in

Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore

Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al

Vieusseux “gli orfani dell'_Antologia_„ scrissero[1262] una lettera di

affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per

essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il

Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva

sostenuta la vita; mentre con segni chiari, ma a lui poco accetti perché

nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per

l'ordine del granduca; in un articolo intitolato _Quousque tandem_,

sgangheratamente la _Voce della Verità_ plaudiva[1263] al principe, che

aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva

“sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che,

allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto

di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi

contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati

Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella

torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione:

_Omnes gentes, plaudite manibus_„.

Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro'

de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264] tra' soscrittori

“Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la

soppressa _Antologia_, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano,

Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio

n. 260 combinando nella mia testa le idee di _Madri cinesi_, di _Cani_,

di _Bambini_, e quelle dei sinonimi _Antologia, Collaboratori e Lettori

inavveduti_, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della

Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i

Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere,

anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli

dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che

avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo

sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensiero e

nella materiale disposizione delle parole, corrispondere alle _madri

Cinesi l'Antologia_, la quale accogliva in sé i cani de'

_collaboratori_, traendo in inganno i _lettori inavveduti_ come

_bambini_.

Non meno implacabile, la _Voce della Ragione_, temendo che per un

pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a

dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la

saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il

popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la

vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà

quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno

dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti

degli Amaleciti. _Percute Amalec, et demolire universa eius_„. E giorni

dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse

l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente

dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di

quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266] che gli

articoli dell'_Antologia_, originali, sembravano “un intrigo, un

labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli

occhi e imbriacavano il cervello„; che la _rivista letteraria_ era

“sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i

libri dei quali davano ragione„; e che l'_Antologia_ “serviva

mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo

avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il

che (e riprendevano una frase del _bollettino_) non pareva che fosse

“_sostenere il lustro della letteratura italiana_„. “Fortunatamente —

continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la

questione presente si può accomodarla con le buone. L'_Antologia_,

faccia il suo fagotto, e vada a _sostenere il lustro_ in qualche altra

contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente,

e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle

proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali

discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un

giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; la _Voce della

Verità_ anderà superba del suo trionfo„.

*

* *

Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il

Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267] “la colonia degli

Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia

della soppressione dell'_Antologia_.

Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati una

_circolare_[1268] con che li informava del non potere egli piú mandare

il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e

approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto

inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del

Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in

su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269] che

lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome

mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece

soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo —

scriveva[1270] Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che,

cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la

continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne

certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città

piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in

privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno.

L'_Antologia_ non era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e

cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero

grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l

suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i

freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.

“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera —

scriveva[1271] il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le

transazioni, approvazioni ed emende. Si voleva morta l'_Antologia_, che

rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di

tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„.

Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “povera _Antologia_ —

esclamava[1272] il Giordani — povera _Antologia_, ch'era pur cosí

mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273] a Carlo Verga: “mi pesa che il

duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar

pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe

compensato il danno prodotto sopprimendo l'_Antologia_, co 'l provare

che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti

della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune

miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco

Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, —

chiedeva[1274] al Capponi — che il giornale dell'_Antologia_ di Firenze

è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché

era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da

Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275] al Vieusseux, che letta la

sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva

risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il

termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„.

Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando, afflitto per la

perdita dell'_Antologia_, diceva[1276] al Vieusseux: “non in questo

tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al

popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti,

perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i

quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa

poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non

che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277] Urbano Lampredi, che la

soppressione dell'_Antologia_ gli aveva fatto provare lo stesso effetto

che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In

Torino il Mannu si dolse[1278] di quella perdita, come della perdita di

una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279] al

Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della

soppressione dell'_Antologia_ — egli scriveva — mi dolgo e affliggo non

tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto

periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli

del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'_Antologia_

aveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di

sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno

piú chiaramente nella vostra _Antologia_ un principio di letteratura

nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria

classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quanto tristo

sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i

liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti

dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col

testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per

patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la

gratitudine di tutti i suoi„.

Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero

dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi

dell'Austria, la _Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica_ di

Verona, pubblicava[1280] due lettere, e le diceva “stampate nella

infelice _Antologia_ di Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui

piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma

valgono un grande discorso. Con lode il _Poligrafo di Verona_

rammentava[1281] l'_Antologia_; e nella stessa Milano, il _Nuovo

Ricoglitore_ scriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera

periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne

lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero

tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte

spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine

negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà

sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de'

malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra

letteratura„.

piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali

stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero

motto. “Sapendo che tali erano le vostre intenzioni, — gli

scriveva[1283] il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che

potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della

soppressione dell'_Antologia_. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché

da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo

avvenimento doloroso„. La _Revue des deux mondes_ infatti

affermava[1284] che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non

avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena,

e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello.

“Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole;

destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la

Toscana. L'_Antologia_, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita

in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo,

gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di

fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia

fecondissima d'insegnamenti!„. Il _National_ giudicava[1285]

“arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta

condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de'

sanfedisti (_du parti-prètre_), de' quali il duca di Modena si era fatto

capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286] il

rescritto granducale il _Semaphor_ di Marsiglia (da que' di Modena

definito[1287] “tipografia di tutte le _cartocchie_ dei fuorusciti

Italiani„); e giudicava l'_Antologia_ “il solo giornale che potesse

tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del

dispotismo austriaco e locale„. _L'Europe Littéraire_ e _Le Temps_

parlarono[1288] anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare

l'_Antologia_ “uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e la

_Revue enciclopédique_[1289] notando del pari che l'_Antologia_ era “il

miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che

riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della

famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione,

il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della

docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l

Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe

convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la

stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su

loro„.

Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto:

brevemente narratolo, il _Times_[1290] non ristette dal chiamare il

Vieusseux “l'ottimo direttore dell'_Antologia_„, e dal giudicarlo “un

uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a

qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'_Antologia_, dopo

ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche

parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe,

diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe

essere una iniquità atroce: eppure l'_Antologia_ è stata soppressa„,

*

* *

Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure

desiderati, erano tuttavia di grande conforto al Vieusseux: ma 998

fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e

quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo

comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita

effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291] egli dunque al

Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la

facoltà di continuare la pubblicazione dell'_Antologia_, ma solo per

reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui,

in quanto que' due fascicoli avevano il _visto_ del censore; fiducioso

che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita

del giornale _di sua proprietà_, non gli lascierebbe sostenere la

perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per

l'_Antologia_, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al

Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel

febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'_Antologia_), egli

lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e

assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a

tutti, anche all'I. e R. Governo.

Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292] ad udienza il Vieusseux; e

dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda in _quella

forma_, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e

R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseux che

volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice

espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di

meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario

al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene

proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò

che dice di aver perduto _una proprietà_: che proprietà! che proprietà!

Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso,

poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è

come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che

bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini

e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so

però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A

ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in

poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice

espressione, com'egli aveva promesso.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 19 / 36 段