subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso
_bollettino_, e insieme i suoi complici: e da un _rapporto_ di lui,
_riservatissimo_,[1251] si rileva che una tal “donna Sabina, druda di
Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo,
nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'_Antologia_„; e
aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse
per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa
donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale
affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine
studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e
difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e
Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano
tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini
— L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28
detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al
casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed
aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia
Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per
la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella
buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che
durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico
Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini
— “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla
primitiva ed organizzata compagnia„.
L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini
pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252]
al Bologna, che il bollettino ere stato stampato “nella stamperia
dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca,
e prossima al caffé _Elvetico_„. “Mi si accerta — continuava — che nel
ridotto dell'_Elvetico_ il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„
fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna
in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre
volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di
altri sette od otto giovinastri„.
È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del
quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono
noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e
il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna,
che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano
“contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro
Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo
stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone _La Parisienne_.
Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia,
Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in
casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però
è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia,
il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e
letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande rumore per la
soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far
risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti.
“Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e
parlando della soppressione dell'_Antologia_, benché ammettesse che la
tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava
però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa
estremità„.
Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di
Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato
S. E. Corsini?
Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia,
i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che
trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per
molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il
Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:
Evviva! Evviva! Oh gioia!
Il Toscano Granduca
è diventato il Boia
del Modenese Duca.
Un altro:[1257]
Alla mente Sovrana
del sapiente Granduca di Toscana
è piaciuto vietar l'_Antologia_.
E la ragion qual'è?
Perché, contraria ai Re,
trattò con poco onore
d'Austria e di Russia il sommo Imperatore.
Non so chi nella testa
gli ha messo questi grilli.
Doveva ben riflettere
che mai l'_Antologia_
non ha preso a curar degl'Imbecilli.
E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258] al Bologna: “Si
è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la
diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione
dell'_Elvetico_ quei giovani fanatici si sono tutti dati premura di
copiare simile composizione. Eccone il testo:
_Il nuovo Teatro
Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti._
AVVISO.
Si annunzia ai Fiorentini
la nuova compagnia dei burattini.
D'Austria l'Imperatore
è il capo direttore;
Francesco, l'Assistente.
I ministri, il Granduca, e la sua gente
sono le piú perfette
care marionette.
Il Pubblico a gradire
si prega, e intervenire,
certo che si daran tutto l'impegno
di mostrarsi, quai son, teste di legno.
E perché sul teatro
sia comun l'allegria,
daran per prima recita
la soppressione dell'_Antologia_.
L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a
voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso
del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche
disordine...„.[1259]
Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi,
in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve
variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni
“fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261] “piú
specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di
non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucci
egli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per
suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano
riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla
ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in
collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre
volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî
figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido
Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente
mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi
del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi
pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni
additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su
l'_Antologia_ riportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se
vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti,
cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del
giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.
Poco dopo soppressa l'_Antologia_, una sottoscrizione fu fatta in
Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia
Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in
Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore
Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al
Vieusseux “gli orfani dell'_Antologia_„ scrissero[1262] una lettera di
affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per
essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il
Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva
sostenuta la vita; mentre con segni chiari, ma a lui poco accetti perché
nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per
l'ordine del granduca; in un articolo intitolato _Quousque tandem_,
sgangheratamente la _Voce della Verità_ plaudiva[1263] al principe, che
aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva
“sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che,
allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto
di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi
contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati
Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella
torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione:
_Omnes gentes, plaudite manibus_„.
Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro'
de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264] tra' soscrittori
“Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la
soppressa _Antologia_, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano,
Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio
n. 260 combinando nella mia testa le idee di _Madri cinesi_, di _Cani_,
di _Bambini_, e quelle dei sinonimi _Antologia, Collaboratori e Lettori
inavveduti_, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della
Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i
Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere,
anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli
dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che
avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo
sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensiero e
nella materiale disposizione delle parole, corrispondere alle _madri
Cinesi l'Antologia_, la quale accogliva in sé i cani de'
_collaboratori_, traendo in inganno i _lettori inavveduti_ come
_bambini_.
Non meno implacabile, la _Voce della Ragione_, temendo che per un
pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a
dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la
saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il
popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la
vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà
quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno
dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti
degli Amaleciti. _Percute Amalec, et demolire universa eius_„. E giorni
dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse
l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente
dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di
quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266] che gli
articoli dell'_Antologia_, originali, sembravano “un intrigo, un
labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli
occhi e imbriacavano il cervello„; che la _rivista letteraria_ era
“sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i
libri dei quali davano ragione„; e che l'_Antologia_ “serviva
mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo
avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il
che (e riprendevano una frase del _bollettino_) non pareva che fosse
“_sostenere il lustro della letteratura italiana_„. “Fortunatamente —
continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la
questione presente si può accomodarla con le buone. L'_Antologia_,
faccia il suo fagotto, e vada a _sostenere il lustro_ in qualche altra
contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente,
e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle
proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali
discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un
giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; la _Voce della
Verità_ anderà superba del suo trionfo„.
*
* *
Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il
Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267] “la colonia degli
Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia
della soppressione dell'_Antologia_.
Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati una
_circolare_[1268] con che li informava del non potere egli piú mandare
il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e
approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto
inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del
Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in
su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269] che
lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome
mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece
soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo —
scriveva[1270] Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che,
cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la
continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne
certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città
piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in
privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno.
L'_Antologia_ non era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e
cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero
grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l
suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i
freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.
“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera —
scriveva[1271] il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le
transazioni, approvazioni ed emende. Si voleva morta l'_Antologia_, che
rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di
tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„.
Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “povera _Antologia_ —
esclamava[1272] il Giordani — povera _Antologia_, ch'era pur cosí
mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273] a Carlo Verga: “mi pesa che il
duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar
pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe
compensato il danno prodotto sopprimendo l'_Antologia_, co 'l provare
che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti
della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune
miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco
Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, —
chiedeva[1274] al Capponi — che il giornale dell'_Antologia_ di Firenze
è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché
era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da
Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275] al Vieusseux, che letta la
sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva
risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il
termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„.
Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando, afflitto per la
perdita dell'_Antologia_, diceva[1276] al Vieusseux: “non in questo
tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al
popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti,
perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i
quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa
poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non
che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277] Urbano Lampredi, che la
soppressione dell'_Antologia_ gli aveva fatto provare lo stesso effetto
che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In
Torino il Mannu si dolse[1278] di quella perdita, come della perdita di
una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279] al
Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della
soppressione dell'_Antologia_ — egli scriveva — mi dolgo e affliggo non
tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto
periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli
del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'_Antologia_
aveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di
sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno
piú chiaramente nella vostra _Antologia_ un principio di letteratura
nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria
classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quanto tristo
sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i
liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti
dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col
testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per
patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la
gratitudine di tutti i suoi„.
Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero
dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi
dell'Austria, la _Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica_ di
Verona, pubblicava[1280] due lettere, e le diceva “stampate nella
infelice _Antologia_ di Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui
piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma
valgono un grande discorso. Con lode il _Poligrafo di Verona_
rammentava[1281] l'_Antologia_; e nella stessa Milano, il _Nuovo
Ricoglitore_ scriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera
periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne
lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero
tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte
spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine
negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà
sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de'
malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra
letteratura„.
piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali
stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero
motto. “Sapendo che tali erano le vostre intenzioni, — gli
scriveva[1283] il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che
potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della
soppressione dell'_Antologia_. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché
da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo
avvenimento doloroso„. La _Revue des deux mondes_ infatti
affermava[1284] che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non
avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena,
e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello.
“Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole;
destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la
Toscana. L'_Antologia_, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita
in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo,
gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di
fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia
fecondissima d'insegnamenti!„. Il _National_ giudicava[1285]
“arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta
condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de'
sanfedisti (_du parti-prètre_), de' quali il duca di Modena si era fatto
capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286] il
rescritto granducale il _Semaphor_ di Marsiglia (da que' di Modena
definito[1287] “tipografia di tutte le _cartocchie_ dei fuorusciti
Italiani„); e giudicava l'_Antologia_ “il solo giornale che potesse
tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del
dispotismo austriaco e locale„. _L'Europe Littéraire_ e _Le Temps_
parlarono[1288] anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare
l'_Antologia_ “uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e la
_Revue enciclopédique_[1289] notando del pari che l'_Antologia_ era “il
miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che
riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della
famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione,
il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della
docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l
Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe
convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la
stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su
loro„.
Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto:
brevemente narratolo, il _Times_[1290] non ristette dal chiamare il
Vieusseux “l'ottimo direttore dell'_Antologia_„, e dal giudicarlo “un
uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a
qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'_Antologia_, dopo
ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche
parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe,
diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe
essere una iniquità atroce: eppure l'_Antologia_ è stata soppressa„,
*
* *
Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure
desiderati, erano tuttavia di grande conforto al Vieusseux: ma 998
fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e
quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo
comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita
effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291] egli dunque al
Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la
facoltà di continuare la pubblicazione dell'_Antologia_, ma solo per
reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui,
in quanto que' due fascicoli avevano il _visto_ del censore; fiducioso
che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita
del giornale _di sua proprietà_, non gli lascierebbe sostenere la
perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per
l'_Antologia_, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al
Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel
febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'_Antologia_), egli
lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e
assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a
tutti, anche all'I. e R. Governo.
Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292] ad udienza il Vieusseux; e
dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda in _quella
forma_, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e
R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseux che
volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice
espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di
meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario
al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene
proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò
che dice di aver perduto _una proprietà_: che proprietà! che proprietà!
Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso,
poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è
come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che
bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini
e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so
però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A
ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in
poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice
espressione, com'egli aveva promesso.