Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della _Voce

della Verità_, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a

muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo

toscano a sopprimere l'_Antologia_[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel

parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani

sentirono _pietà della Grecia_, e restituirono a popolo per popolo

l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo.

Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (_il Regno

Lombardo-Veneto_)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è

visto, al Censore, uno _scrupoloso, anzi sospettoso, esame_ di tutte le

_non appropriate posizioni di termini e di frasi_; aveva, ciò che piú

monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„

l'_Antologia_: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca

insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non

tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta

meraviglia stizzosa.

Parlando del poema di Angelo Curti su _Pietro di Russia_, il Leoni

scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del

suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma

qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una

corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di

una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra

polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte

da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro

significato di quelle parole!

Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux

con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per

l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'_Antologia_

fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere

espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere,

“Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione

del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo

inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare

impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il

quale contiene tanti errori di lingua, e non corrisponde in niente alle

mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so

persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí

nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne

soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera,

francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei

dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei

persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle

Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica

opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo

XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti

generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai

avuto l'intenzione di offendere le persone — l'_Antologia_ non mira che

ai principî e alle cose„.

Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so

s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno

non voglio, ma certo è che la frase _l'Imperator delle Russie potrebbe

volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere_, è significativa non

poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, _La Voce della Verità_

(o come la chiamavano i nostri, _La tromba della bugia_),

pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: _Ciò che ho appreso

dall'ultimo fascicolo dell'Antologia._

Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe

di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo

dell'_Antologia_ io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo

che piú m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli

scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando

sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da

imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo

fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama

a cui _era_ salita l'_Antologia_,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L.

un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa

ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A.

Curti, intitolato _Pietro di Russia_) parlate di Pietro, di Federico, di

Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di

Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa,

esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della

transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un

altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de'

lavori specialmente poetici: “_Farò solo rimprovero al cav. Curti della

dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di

rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme

di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato

grido di una massacrata e dispersa nazione_„. Se il signor L. non vuole

consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno

tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta

l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti

errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser

potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„...

“Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori

dell'_Antologia_, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me

ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che la prima è tutta pratica, e

potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che

voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente

congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un

ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo

ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche

diatriba del _Costituzionale_, o di altri _hujuscemodi_, che: L'_Austria

facendo sembiante di governare_ il Regno Lombardo Veneto, _domina su

tutta l'Italia_. Questa è una falsità manifesta: ma non importa.

Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e

che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per

quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa

voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda

ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio

diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si

fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei

trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie

all'_Antologia_, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione

dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si

fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della

Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di

etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia

l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore

germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania,

e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive

Pausania) sentirono _pietà della Grecia_, e restituirono a popolo per

popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio

tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (_il regno

lombardo-veneto_)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché

poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli

amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una

bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il

Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito.

_Quod erat faciendum_„.

Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto

con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma

ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due

giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229] a Giuliano Ricci: “ciò non mi

spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che

credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di

gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non

prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre

piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a

patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'_Antologia_ sarebbe

soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi,

piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.

Il giorno stesso in cui giunse in Firenze la _Voce della Verità_,

l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di

Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come la _Voce_

consigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l

Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore.

Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza

prove asserito: io no 'l credo, e in séguito ne addurrò le ragioni.

Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in

Firenze della _Voce della Verità_, e i risentimenti de' due ambasciatori

e il decreto granducale che soppresse l'_Antologia_ (26 marzo), troppo

bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da'

loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per

metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'_Archivio_ in

Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a

credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se

presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano,

che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.

Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230] al

Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del

dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando

seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo

l'unica sua guarentigia contro le imputazioni della _Voce_, nel caso che

il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone

“ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroni aveva “assoluto

bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe

ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le

difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il

Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon

partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e

sottoporlo a un interrogatorio.

Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al

Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli

la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231] pregava il

Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo

d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo

sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux

il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'_Antologia_, o

ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali.

Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux

però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se

palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si

affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora

dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione

confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„

avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo

toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva

curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle

loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare

nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le

vie della persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al

Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare

modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si

smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú

amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi,

come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di

Napoleone I in Parigi.

Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che

troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo

sollecitava[1232] dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle

fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il

granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi

ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233] il Bologna,

confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò

che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga

esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il

Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed

obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„,

perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che

quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli

erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberasse su 'l

_quid agendum_, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un

commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e

persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la

pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere,

anzi, _provano_ che gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono

a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali

infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la

soppressione dell'_Antologia_ fu poi decretata da questo, quale pena

all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].

Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal

Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari,

Commissario di S. Croce, _invitava_[1235] il Vieusseux a recarsi alle

ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con

l'avvertimento salutare “... e _non manchi_„. Non mancò infatti il

Vieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236] co 'l solito rifiuto. Ed

è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante

mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario

di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state

scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del

suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere,

e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da

lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira,

“non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini,

ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di

Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava

il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura,

la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale

sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata

dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il

Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando

vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, _Padre Mauro_, e _S. E.

Corsini_, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si

stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al

letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa

con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il _P. Mauro_, ma

_S. E. Corsini_, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con

la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che

non potesse essere approvato„.

Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva i _Promessi

Sposi_, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la

cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché

egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo

incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui

il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux,

punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„,

dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse

solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo

a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M.

l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze

d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza

dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della

Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto

alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto,

che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il

Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che

solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che

darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237] che i ministri di

Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia

Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia

agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'_Antologia_.

Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche

modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238],

deliberarono punire il Vieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E.

Corsini annunciava[1239] al presidente del Buon Governo, che essendo

stato reso conto a S. A. I. e R., che l'_Antologia_ aveva “deviato

manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che

trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel

parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad

istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella

determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo

pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte

dispositiva„ della sua lettera.

Diede[1240] il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa

Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241] al cancelliere Lorenzo Tosi; e

finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di

sera, ebbe da lui comunicazione[1242] del rescritto sovrano che

sopprimeva l'_Antologia_.

Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo

erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non

poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si

farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo

confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima

in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni

obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in

Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una

circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'_Antologia_

per poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare

com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scritto _da qualche tempo_,

ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in

ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito

dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che

pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici

presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene,

perché la parentesi del Tommaséo era davvero un _riavvicinamento_:

riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.

Ma il piú notevole si è che nella _circolare_, dopo avere affermato che

nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con

proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a

dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo,

quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore,

maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra

abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Stato

esisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano,

di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].

*

* *

Soppressa l'_Antologia_ (ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva

ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il

Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e

sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246] al

granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux

non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo

dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e

non lieve, ancora del cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú

scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia

ringraziato il cielo — esclamava[1247] un suo nemico, Mario Pieri, poi

che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si

trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del

Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al

granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'_Archivio_ (né motivo

nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è

tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la

firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella

che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale

sapeva[1248] la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare

egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo,

e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto

è sempre mirabile.

Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'_Antologia_

era stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro

che se ne fece. In un _rapporto segreto_ del 28 marzo, l'ispettore di

polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249] al Presidente del Buon

Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra

i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per

prorompere in voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre

cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l

quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Era _incendiario_

davvero quel _bollettino_[1250]: vi si diceva che il granduca aveva

avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che

sopprimendo l'_Antologia_, approvata dal ministro Corsini, non

conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o

noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un

Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e

il suo grido non è piú di lamento, ma di _Vendetta_„.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 18 / 36 段