Di lí a poco, l'_Antologia_ pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre

il terzo articolo del Tommaséo su la _Storia_ del Balbo: e fu questo

occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La

schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a'

compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro

faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per

divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso

e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle

dottrine„, che credettero non poterne tacere “senza ripudiare i principî

del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare _La

Voce della Ragione_„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo

“alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non

gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l

pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi

persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati,

perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale

si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione:

essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene

possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e

quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento

abbondante degli uomini„.

Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano

incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato

ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non

feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la _Voce della Ragione_ levasse

tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che

il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità,

quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso

quell'introduzione alla _Storia_ del Balbo? È un uomo di grande criterio

e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a'

generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del

Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra

diventava sempre piú viva e piú fosca.

Un altro giornale, l'_Amico della Gioventú_, di fresco uscito alla luce,

e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine

degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua

setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú

volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a

quell'ipocrita [l'_Antologia_]„: se non che, trattenuto dalla

riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché

qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando

i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita _Voce della

Ragione_„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e

paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero

ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'_Antologia_„.

Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano,

tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare.

Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi

pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e

che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari

oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e

nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai

“grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni

che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che

tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di

questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle

sorti dell'_Antologia_. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza

che questa aperta pugna della _Voce della Ragione_ ne fa concepire, che

fiaccato alfine possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e

soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti

nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da

quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e

ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro

“il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„,

degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual

privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare

la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai

traditori, guerra„.

È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce

molesta dell'_Antologia_ o di punire severamente il suo direttore. Io

non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole

_Voce della Ragione_ e all'_Amico della Gioventú_: ma ben so che il 1º

febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di

Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al

Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'_Antologia_ già

da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo

Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo

contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque

indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel

fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a

parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli

dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di rendere il Governo

toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in

questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una

“stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione

l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e

richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un

indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava

intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure

che a questo riguardo si prenderebbero„.

De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo,

scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo

avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane,

conservò l'anima _intemerata_, e con virtuosa rassegnazione sopportò _le

ingiustizie e la povertà_: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa

sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio

era succeduto a quel canto, che risonando _sempre_ in ogni anima,

risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del

Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò

sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per

quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del _tedesco, per la

lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e

sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza_„.

Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di

“stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di

sfuggita, che l'intero fascicolo era stato _proibito_ dall'Austria, era

un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella

sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel

dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si

sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche.

Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando

l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su

questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò

che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.

Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni

annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle

massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in

ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva

trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui

la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di

richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E

prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore

dell'_Antologia_.

Ricevuta la _memoria_ del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione

al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a

far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione

dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî di lui politici e

religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al

ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux,

“con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove

aberrazioni di simil specie„.

Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il

Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia

gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in

parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti

correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani

(e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo)

si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza

darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio

del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative,

affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o

anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se

egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli

articoli ne' quali _ex professo_ o anche quelli ne' quali per incidenza

_riconosciuta non colposa_, come di passaggio si trattasse delle materie

inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il

giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di

economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta

discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una

piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva

gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi

procedere “con piú franchezza„, purché non si discendesse “a una critica

acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far

scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„.

Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„

l'_Antologia_; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso,

esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti

misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di

frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle

materie trattate....„.

Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que'

“ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano

indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione

del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto

zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione

sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di

manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a

riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente

alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di

Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.

Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze

ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di

avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana,

difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria

in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i

ministri toscani del mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i

giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva,

senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco

innanzi, l'_Amico della Gioventú_, con chiara allusione all'_Antologia_,

aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a

“distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli

assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii

della _Voce della Ragione_. Ma piú chiaramente e malignamente, a

proposito di uno scritto del Libri su la _Rivista Europea_, la _Voce

della Verità_ sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe

l'_Antologia_... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro

case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto),

dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente _straniera_?„.

Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva

perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero

d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante

molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che,

sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti

consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux

a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con

dignità d'anima e di parole, come l'_Antologia_ da dodici anni gli

costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come

quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in

particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche

famiglie di compositori e legatori, oltre che di vivere per il bene

degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere

stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era,

“l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma

notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da

parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua

pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del

novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse

licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa

di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove

era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che

stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue

intenzioni verrebbe resa giustizia.

Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e

fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„,

dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il

Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo

_consolarono_ e gli crebbero _le piú care speranze_.

Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux,

scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, _benché buona_, la

digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire

l'_Antologia_; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar

luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise

dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare

la revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le

promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però

dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse

tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli

assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per

timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse,

ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però

fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza

rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.

L'avere egli infatti stimata _buona_ la digressione con che nel proemio

all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l

progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono

essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux:

“Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de'

lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna

che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di

sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto

a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente;

iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci

parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de'

suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la tranquillità

pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci

domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi

assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo

ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte;

avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del

suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire

docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo

di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una

vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si

possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza,

delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed

affetto....„.

Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli

interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di

esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava

ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.

Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui

bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e

con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte

finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una

qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non

consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il

poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire.

Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da'

piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, non fa d'uopo

di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto

avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente

gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí

appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli

diceva[1213]: “meglio qualche cosa che _nulla_. Oh quel nulla è brutto —

ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico,

se non tutto, almen qualche cosa„.

Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio

del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su

l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e

del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo _Spasimo_ inciso dal

Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal

Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un

articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia

d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso

Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i

primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano

pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti

popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e

di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.

Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio

fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que'

fascicoli, perché la doppia censura del Bernardini e del Corsini aveva

spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e

il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non

poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio,

intitolato _Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal

Cavalier M. Tenore_, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di

novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume;

dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che

solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il

suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore:

e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve

periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del

Petrarca _Il bel paese_, con quel che segue, parve a lui pericolo grave.

Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica

veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i

bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que'

_ladri governatori e la canaglia de'_ corrotti patrizi levarono gran

rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in

corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase:

“Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59,

ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio,

perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del

pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero

pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú

vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto

l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su

l'_Educatore del povero_: ma fu per intero soppresso; e si cancellarono

fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i

piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso

d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella

pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che

fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece

correggere: “ben conosciuto in Toscana„.

Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la _Voce della

Ragione_ qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre

e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo

d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi

affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta

alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul

_Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo_, il quale era già annunziato

nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato

_L'Educazione del povero_, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa

che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto

indispensabile di soffocare nella culla„.

Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò

modo la _Voce della Verità_ di fare i suoi commenti a quel poco che

dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato.

Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al

giornale, era Luigi Leoni[1217], impiegato granducale in Follonica con

sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'_Antologia_ il

primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel

compilare le _riviste_. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su

Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito

“parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli

dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo

collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono

ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di

sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 17 / 36 段