Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose

Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella

provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il

Bianchetti “degno dell'_Antologia_„, e desiderava che uno scrittore “sí

_lucido_ ed elegante e utile e di _pratica_ utilità„ ne divenisse

assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux proponeva[1145] al

Bianchetti la compilazione non solo di un _bollettino_ economico, morale

e statistico delle provincie Venete, ma delle _Lettere_ di un _Romito

dell'Appennino_, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al

Leopardi e al Brighenti.

Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre

infatti mandava[1147] co 'l titolo di _Romito Patrofilo_ la prima

lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il

_Romito_ a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l _manifesto_

dell'_Antologia_ del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al

Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del

Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il

Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste

_lettere_..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle

nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra

_beata_ Toscana non si lasciano stampare„. Invano il Vieusseux gli

scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera,

perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî

manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche

modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose:

“quando chiedo un favore per l'_Antologia_, non chiedo a nome de' miei

interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose

italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione,

che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.

A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato,

perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in

quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se

qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa.

Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche

articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco

sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose

politiche ed economiche onorare l'_Antologia_. Alle quali cortesi

premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di

che il Vieusseux lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona

volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo

proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna

delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che

non gli parevano esse “il genere dell'_Antologia_„, il Vieusseux

replicava[1156]: “... l'_Antologia_ non è circoscritta in un genere

speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito

quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le

condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito

del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti

uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama

“vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per

dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito rispondeva il Carrer,

dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata,

“era cosa ambita meglio che desiderata„.

A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso

all'_Antologia_ loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino

Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per

compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo

articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su

la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché

vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura

universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.

Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno

altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito

felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere

l'opera propria piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia

d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di

ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni

morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32

creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l

titolo di _corrispondenze e notizie epilogate_: parte che a Gino Capponi

sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E

nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono

sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„

*

* *

Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non

rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni

sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del

Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori

e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre

regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato

il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il

Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'_Indicatore Livornese_: e

già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del

_Giovanni da Procida_ un ballo da darsi alla _Pergola_, ne fu

interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite

toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto

dubbî, la sua scontentezza. Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio

1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro

Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si

leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il

tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle

ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa

Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II

sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto

era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un

“nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„:

e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per

quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al

casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era

scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.

Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al

granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era

che quell'attentato fosse instigato “dalla Corte di Vienna e

particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran

duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma

senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi

dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta

sperimentava i rigori di una politica nuova.

Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al

Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui

l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le

idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte

per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere,

rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla.

Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo

Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú

larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva;

insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi

sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero

l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per

iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per

sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta

Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di

grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della

diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie,

leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli

Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone

nella battaglia di Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed

altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene

degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia

bandirebbe il principio del _non intervento_, consecrando l'opera della

Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau

giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce

n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era

dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e

mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.

Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da

poco ritornato in Firenze, gli ufficiali del secondo reggimento

offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi

all'Italia, e fu cantata la _Marsigliese_. Que' canti e que' brindisi,

che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno

Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore

d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto

“lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei

dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei

permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i

tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al

fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La

Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate

condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano

ormai divenuto vassallo.

La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito

e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata

l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia

vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a

Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da

Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia

d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio

la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana.

Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone

Werklein perché il fiero piacentino fosse da lui “bene accolto, e ben

trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si

accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare

l'apatica sua debolezza.

Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e

de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche

inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a

Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli

rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli

stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono

l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare

di lui nell'_Antologia_, fu vietato perfino dare alla luce un suo

discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per

onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con

certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie

patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di

certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la

Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]:

“Dopo l'abolizione della corda non può sapersi piú una verità„. Dopo non

molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a

Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena

lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare

la presa deliberazione[1178].

In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti

dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia,

co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano

era venuto via via distruggendo quel _paradiso terrestre_ nel quale

l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio

dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era

divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo

sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza

del _benigno_ governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí

si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era

anch'essa divenuta un luogo di pena.

*

* *

De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a

sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú

acerbi della censura.

Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate,

che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già

grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già

pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in

istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben

cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che,

co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire

il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.

Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno —

aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E

agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano,

altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta,

barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non

riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri

si sarebbero fatti associati all'_Antologia_, ne smettevano il pensiero:

de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32

Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad

un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„.

E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino,

era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco

meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il

Vieusseux pubblicare nella _Gazzetta di Mantova_ una lettera con che

sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia,

l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa

preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che egli

“aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare

l'_Antologia_ fiorentina„.

Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le

accuse de' compilatori del _Nuovo Giornale Ligustico_, quando, asserito

che nell'_Antologia_ anco la novella letteraria parla “di politica e di

guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'_Antologia_ si

era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto

perché le am_assero_ i compilatori.... ma sí perché _fosse_ maggiore il

numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo

segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore,

rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare

opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per

servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a

certi argomenti i collaboratori dell'_Antologia_; ma per un bisogno

invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie

non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente

disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi

a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla

privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta

lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto

sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno,

da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di

sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide,

cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal

_Giornale Ligustico_ richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non

parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando

ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo

un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non

mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e

dell'onore„.

Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale

genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e

vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano

imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre

meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.

Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo

brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa

infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi

parlando del Canosa, ch'egli chiamava “feroce cannibale„, scriveva[1188]

da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla _pubblicità dei giudizî_ mi

verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva

sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo,

continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna

come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di

C[_anosa_] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare.

Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco.

Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„.

Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato

passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza

il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro,

i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore

ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero

ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il

Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i

fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti

(inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della

tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati

e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo

non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si

ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran

sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di

vivere in Toscana, e di essere governati dalle leggi di quel Grande che

essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel

pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse,

oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino

Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e

della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze

infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella

bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di

fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La

verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e

vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che

morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.

Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, _La Voce

della Verità_, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco

IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due

riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio

con scrittovi sopra _non commovebitur_); la _Voce della Verità_, uscito

appena il fascicolo dell'_Antologia_, tra scherzosa e biliosa

ribatteva[1191] in un articolo intitolato “_All'“Antologia„ di

Firenze_„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i

poveri redattori della _Voce della Verità_; e mi è stato detto da tanti,

che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere

nell'articolo del signor Marzucchi, _Voce della Verità_ né in maiuscolo,

né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che

avevano “con evidente calunnia attribuito all'_Antologia_ un animo sí

cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo

alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di

Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale

liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e

voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia:

l'_Antologia_ non è liberalesca: l'_Antologia_ è realista. E se alcuno

nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e

fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'_Antologia_ si fa gloria di

vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto

zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per

dovere e per inclinazione. Dunque l'_Antologia_ non è liberalesca:

dunque l'_Antologia_ è realista..... È vero che anche quest'ultimo

fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è

questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le

buone massime per diffonderle piú agevolmente„.

Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il

Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della

Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una _Risposta ad

una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832_, nella

quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel

“liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che

lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello

“chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno

al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella

nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai

tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con

un “_già c'intendete_„, che mi fa pensare a quel minaccioso _lei

c'intende_ del bravo a don Abbondio.

Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e

R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di

bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare

la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce,

il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la

sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí

miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han

torto. Perché non sono scesi a rispondere alla _sostanza_ del mio

articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio

articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far

nominare da tutti chi non ho nominato„.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 16 / 36 段