mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un
cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona
tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084] al censore
di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al
primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze,
lettere ed arti, e non già di materie politiche„. E il Vieusseux, a tu
per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a
migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna
al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a
tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo
nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come
per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando
Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano
morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era
“blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad
uomini — soggiungeva[1085] — per i quali basta il segnale delle idee„.
Né a poche cose alludeva il breve commento[1086] del Forti nel dare
notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà
moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan
subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve
esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nelle _notizie
epilogate_, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia,
comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e
che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è
piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli
alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore
di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete
ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo,
quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel
parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua
arca convertito in abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]:
“tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e
in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un
metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089] lo
scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so:
ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.
Queste, e altre cose ancora consimili, leggevansi nell'_Antologia_, la
quale accoglieva in sé quanto potesse dirsi di piú ardito in Toscana,
cioè in Italia. Tanto è vero che il censore veneto canonico Pianton
giudicò[1090] quell'articolo del Tommaséo su la _Novissima guida dei
viaggiatori_, pieno di “sensi sí franchi, arditi e pieni delle rivoltose
massime della insubordinazione„, che non poté ristarsi dall'invocarne la
classificazione (per diportarsi, com'egli diceva, “con distinta
mitezza„) all'_erga schedam_. E all'_erga schedam_ condannava del pari
in quel fascicolo istesso lo scritto del Pepe su Federico il Grande, e
quello del Montani su' canti del Leopardi. In Milano poi l'intero
fascicolo passava col _transeat_, ciò che equivaleva ad una
semi-proibizione[1091].
Ma non per la sola nostra patria infelice, con tanta franchezza quanta
consentivano i tempi, l'_Antologia_ combatteva: per tutti i popoli
gementi sotto il giogo, e cospiranti per romperlo e rannodarsi sotto un
solo vessillo; per tutti i popoli che le stesse grandi sventure e le
stesse grandi speranze affratellavano co 'l nostro; per tutte le patrie
avaramente mercanteggiate, per tutti i diritti dell'umanità conculcati,
l'_Antologia_ aveva fremiti e lacrime. Non so chi diede in essa la
traduzione[1092] di alcuni canti di Federica Brunn, che rampognano
l'Europa vituperosamente neghittosa dinanzi allo sterminio de' Greci: ma
so che Antonio Renzi fa voti[1093] per la loro “santa e nobile impresa„:
e il Capponi chiama[1094] la Grecia “la terra del sapere e della
libertà„, e spera che quella catena di monti, la quale si ricongiunge co
'l mare alle Termopili, ed ha il Parnaso nella sua estrema pendice a
mezzogiorno, saranno “i limiti e la difesa di quel popolo che è
destinato a risorgere„. Altrove il Pagnozzi scriveva[1095]: “non
sapremmo indovinare su qual fondamento si creda fra noi, che sia utile
il dominio dei Turchi in Europa„: al quale pensiero oggi i Turchi
rispondono con le stragi in Armenia. E degli Armeni e degli Ebrei
discorre Gabriello Pepe con pietà vera; e li chiama[1096] “miserande
reliquie de' due popoli i piú vetusti e singolari fra tutti i popoli
della terra: de' due popoli i piú contemplabili... dell'uman genere„.
Piú volte, e con dolore, l'_Antologia_ discorre della Polonia; e nel
parlarne, avvertiva[1097] tra questa e l'Italia “una certa similitudine
di vicende e di sventure„.
In somma, l'_Antologia_ combattendo per la libertà della patria
combatteva del pari per la libertà di tutti gli oppressi, abbracciando
in uno solo affetto i lontani e i vicini, i noti e gli ignoti. E prima
assai che Giuseppe Mazzini con accese parole cantasse nella _Giovine
Italia_ la fratellanza de' popoli; prima assai il Tommaséo
scriveva[1098] nell'_Antologia_: “... l'Europa sente ancora l'orgoglio
di possedere milioni di soldati, pronti a spargere il sangue ad ogni
occorrenza; e... passeranno ancora molti secoli prima che l'ammazzare
uomini a migliaia, prender città, e riscuotere piú tributi del solito,
cessi di parere una onorevolissima cosa„. E altrove scriveva[1099]:
“l'amor di patria, quando cresceranno le idee o le sventure, speriamo,
diventerà a poco a poco europeo„. Lo stesso colonnello Pepe
esprimeva[1100] la sua fede in un ordine sociale, in cui le genti
riconoscerebbero e rinuncierebbero al “fatale errore ereditato dallo
stato selvaggio, di non potere cioè avere esistenza e sussistenza che a
spese della vita e roba altrui„. E il Montani affermava[1101]:
“l'incivilimento farà un giorno di tutti i popoli un popolo solo,
distinto anzichè diviso in differenti famiglie, tutte egualmente
avventurate, perché tutte egualmente illuminate„.
In una parola, l'_Antologia_ sollevandosi dalla realtà presente al
concetto che divina il futuro, intravedeva il popolo d'Italia e tutti i
popoli della terra levarsi sublimi, affratellati in un solo pensiero di
sviluppo progressivo, in una sola fede, in un solo patto di eguaglianza
o d'amore.
*
* *
Giova a questo punto considerare nel suo insieme il giornale: e
nell'indagarne lo spirito e la significazione morale, mi verrà fatto di
dimostrare come e in che cosa le differenze (alle quali ho altrove
accennato) tra i varî scrittori si conciliassero; e come la varietà
delle opinioni fosse in esso, come in certe opere in musica, non già
disarmonia ma ricchezza di accordi.
Se con due sole parole dovessi definire l'_Antologia_, la chiamerei
giornale di conciliazione e di rivendicazione. Sorta in tempi difficili,
come quelli che erano succeduti alle grandi disfatte della libertà,
l'opera sua fu di riunire nel campo delle scienze, delle lettere e delle
arti, gli avanzi delle falangi disperse, e cosí ricominciare l'opera
rigeneratrice interrotta. Conciliare da prima, per indi apparecchiare, e
in ultimo riconquistare.
Per questo, in ogni argomento trattato giudicava senza preconcetti di
parte e senza esagerazioni ridicole. Nelle questioni di lingua, ad
esempio, se tutti i suoi scrittori preferivano, come quelli del _Caffé_,
le idee alle parole, se tutti concordemente ammiravano i grandi maestri
della parola d'ogni parte d'Italia; nessuno di essi però giunse mai,
come quelli del _Caffé_, a fare[1102] “solenne rinuncia alla pretesa
purezza della Toscana favella„. E se i varî critici dell'_Antologia_ piú
volte combatterono il sistema di ammassare notizie e particolari minimi,
meglio che indagare con ispirito filosofico la storia secreta delle
anime, e l'anima universale del popolo; nessuno di essi però giunse mai
a deridere, come gli scrittori del _Conciliatore_, gli eruditi e
l'erudizione. Può bensí il Montani giudicare[1103] un'opera del Denina
non composta con grandissima arte, ma non per questo la crede del tutto
inutile: e se al Padre Affò il Mamiani non concede[1104] il vanto
d'essere filosofo né bello scrittore, pure lo chiama “cima d'erudito„, e
dice che “non è da meravigliarsi se tanta vastità e esattezza
d'erudizione è scompagnata dalla filosofia, e da quell'ingegno
speculativo che analizza e approfonda le cose„. Parimenti, se piú pagine
dell'_Antologia_ furono scritte in difesa di una giudiziosa libertà
nello svolgimento del dramma, piú volte però l'_Antologia_ rammenta
l'Alfieri con lode grande, e Vincenzo Salvagnoli lo difende[1105] da'
biasimi ingiusti di censori pedanti. È bensí nell'_Antologia_ un
articolo[1106] in cui, a similitudine di certi articoli del
_Conciliatore_, gridando contro l'educazione classica si afferma che lo
studio del latino e del greco non ha altra utilità se non di impedire
che per un certo numero d'ore i giovani facciano nessun male: e che è
necessario liberarsi dal monopolio de' maestri di lingue classiche: ma
quell'articolo è estratto dalla _Rivista britannica_, né il Vieusseux lo
inserí senza prima temperarlo con note prudenti.
In somma, il Vieusseux, aborrente da ogni esagerazione, sapeva tenerle
lontane dal suo giornale, e conciliando anche in questo principio gli
amici suoi, sapeva su ogni questione ottenerne giudizî, se non sempre
giusti sempre sereni, quant'era possibile da gente letterata ottenerli.
Cosí che il Giordani poteva, come altrove ho notato, affermare senza
mentire all'amico suo né a sé stesso, che non era possibile a lui
trovare nell'_Antologia_ cose che direttamente offendessero certe sue
massime principali e immutabili.
Eguale temperanza s'incontra, e non minore concordia tra gli scrittori,
nel muovere guerra alle dispute meramente grammaticali, alle gare
arcadiche, a quella letteratura _delle nude parole_, come la dicevano i
critici del _Conciliatore_. Tutta quanta infatti l'_Antologia_ propugnò
sempre una letteratura intelligibile ai piú; che cercasse nel passato le
ragioni e i rimedî del presente, le speranze e i successi dell'avvenire;
una letteratura libera egualmente dalla pedanteria classica e dalla
licenza romantica; piena degli affetti vivi del cuore, degl'idoli vivi
della fantasia, delle vive rimembranze de' tempi recenti. Essa,
tenendosi lontana, quant'era possibile, dagli eccessi delle fazioni,
restaurare voleva con acquisto d'idee e di forme; e conservare con
decoro di ricchezza; e innovare con vantaggio d'aumento.
Per ciò che riguarda la politica, nessuno degli scrittori voleva
rivoluzioni: cosí che “timidi„ li disse[1107] piú tardi il Mazzini, che
se ne divise: e certo erano, in paragone di lui, agitatore infaticabile.
Se non che, il biasimo è assai temperato dall'avere súbito soggiunto “ma
d'animo italiano„: né egli certo ignorava che ne' tempi tristi pe'
popoli, i campi di battaglia sono per ogni dove, e che ciascuno sceglie
quello che piú gli si confà. La spada loro non avrebbe fatto per il bene
d'Italia, quello che fece la loro penna. E opera patria infatti compiva
l'_Antologia_, grande del pari e forse piú, co 'l patrocinare con somma
costanza la necessità di liberare gli uomini dall'ignoranza, co 'l
muovere guerra, quanto consentivano i tempi, implacata, agli
oscurantisti; a quella che il Giordani chiamò[1108] “generazione
pestifera che si sforza_va_ (invano) ad assicurarsi il dominio del
mondo, col mantenerci il vaiolo e cacciarne l'alfabeto„. Primo fra
tutti, il Vieusseux voleva che l'_Antologia_ fosse scritta in modo
intelligibile ai piú; che anche la scienza in essa fosse resa
“popolare„[1109]; che abbracciasse, per cosí dire, tutte le parti del
bene che poteva farsi al popolo. E il Valeriani affermava[1110] che gli
scrittori tutti, assentendo al desiderio del Vieusseux, volevano “che
potesse emergere da ogni pagina dell'_Antologia_ qualche utile verità„.
In essa infatti si imprendeva a far progredire le scienze industriali,
agrarie ed economiche, le quali preparano e procurano al popolo il
benessere materiale: in essa a far progredire le scienze morali e
razionali in quanto, con le loro applicazioni, concorrono al suo
perfezionamento. Forse per questo il _Giornale Ligustico_ chiamava[1111]
l'_Antologia_ “giornale dei dilettanti„, e quello di Pisa “giornale dei
dotti„: ma se men ricca di questo e di altri giornali d'Italia, di soda
erudizione, fu però men pedante e piú gradevole a leggere, piú varia e
piú largamente benefica.
L'opera dell'_Antologia_ fu, come dissi, di conciliazione e di
apparecchio: e appunto per questo, i suoi scrittori, concordi anche in
ciò, propugnarono in essa una letteratura popolare, cioè utile
all'Italia. Tale la voleva[1112] il Giordani; e il Tommaséo si
doleva[1113] che la scarsa famiglia de' dotti fosse tra noi “una razza
d'uomini segregata dalla umana, parlante un linguaggio che il volgo non
ebbe mai la felicità di comprendere pienamente, ma che comprese
abbastanza per annoiarsene„. Nella quale sentenza conveniva[1114] il
Capponi, notando che “i dotti formarono sempre un popolo segregato„, e
che “le faticose investigazioni degli eruditi... si rendono famigliari a
poco numero di persone„. Lamentava[1115] del pari Giuseppe Bianchetti,
che il popolo italiano non avesse libri adatti da leggere; che le idee
già prima concepite da noi apprendesse da' libri stranieri, e in questi
le amasse solo perché gli stranieri mirabilmente posseggono l'arte di
farsi leggere.
Al quale proposito, il Lambruschini, dolendosi della mancanza di buoni
libri popolari, e prevedendo co 'l pensiero il momento in cui gli adulti
e i fanciulli saprebbero leggere, con vero sconforto dimandava[1116]:
“che servirà loro questo sapere? Quai libri leggeranno essi?„ E il Mayer
affermava[1117] non potersi piú la letteratura separare dall'esistenza
morale della nazione; e le parole dello scrittore essere semi che tosto
o tardi verranno fecondati.
Ora, il bandire la guerra alle canzoni d'amore e alle inezie d'arcadia,
incoraggiando invece le severe meditazioni e gli studî severi,
necessaria preparazione alla pubblica vita, alla quale gl'Italiani
sarebbero un dí o l'altro chiamati; il propugnare una letteratura
popolare, e l'essere essa stessa l'_Antologia_ rivolta, il piú che fosse
possibile, al popolo, promovendone l'istruzione elementare, la
diffusione del reciproco insegnamento, e tutte le scoperte utili della
scienza; il rappresentare al popolo, con tutti que' modi che deludevano
l'oculatezza censoria, le oppressioni presenti e i suoi fatti antichi e
le antiche franchigie e le memorie e le glorie; tutto questo poteva, se
cosí si vuole, essere opera di scrittori e di uomini _timidi_, ma certo
era veramente italiana, e tanto necessaria che forse senz'essa, che fu
tutta preparazione, non si sarebbe avuta quella primavera sacra di
Curtatone e di Montanara.
“L'_Antologia_ — ben disse[1118] il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu
lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con
senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli
sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento
scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare
ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole
patrie “seminate — al dire[1119] del Ciampi — in Italia come i cocomeri
per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente
preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'_Antologia_
esce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e
patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante
discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non
immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.
Anche parlando del _Giornale agrario_, il Lambruschini affermava[1120]
ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i
campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il
Tommaséo proponeva[1121] che i dotti italiani ora in una, ora in altra
città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un
perfezionamento fecondo di quelle idee “dalla nazionale divisione quasi
lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî
municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere
nato — scriveva[1122] il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di
patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando
il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani —
esclamava[1123] — vogliate bene esser certi che l'_Antologia_ è affatto
esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci
possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.
Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo
conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni
essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo:
tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante
delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la
patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi
mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si
accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti
nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee
differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti
ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse
trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo
concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano
di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne;
pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà
vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori
e piú fruttuosi avvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di
nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal
suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano
d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva
che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano
invece all'Italia.
Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di
idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni
non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso
contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí
l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli,
al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno
solo.
CAP. V.
La fine e la fortuna dell'_Antologia_
Alcuni giudizî dati su l'_Antologia_. — I propositi del Vieusseux
dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi
all'_Antologia_. — La _Voce della Verità_ e gli altri giornali
avversi. — La soppressione dell'_Antologia_. — Come piú volte il
Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e
all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna
dell'_Antologia_.
Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'_Antologia_, non potrà lo
studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da
stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che
già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si
facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi
scriveva[1124] da Liverpool, che l'_Antologia_ era il giornale “piú
italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi
assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in
quelle provincie: il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo
dell'_Antologia_, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma
un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che
quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si
pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa
creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto
grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano
con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'_Antologia_ — diceva[1128]
il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo
scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri
grandi. Un piemontese mi disse che l'_Antologia_ gli aveva fatto passare
piú notti _insonni_: e un napoletano mi disse che la lettura
dell'_Antologia_ gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la
tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo
scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità
fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non
averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me
impiegato nel leggere qualche articolo dell'_Antologia_. Questo è il
solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia
ambascia, e perciò Dio ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il
destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.
Lodi non meno grandi l'_Antologia_ riscoteva da scrittori
stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la
_Rivista Enciclopedica_, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú
tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú
indipendente„. Tra gl'Inglesi, la _Monthly Review_ affermava[1133] che
“non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non
può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa
Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134]
“eccellente„ l'_Antologia_.
Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il
Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da'
compilatori del _Giornale Arcadico_, i quali, al dire[1135] del
Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno
strumento della _civilizzazione_ e del perfezionamento dell'uomo„;
modestamente e con sincerità inusitata il Vieusseux confessava[1136]
alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo
superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli
“altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che
molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare
senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero
suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa
propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri
qualche cosa di buono da imitare o emulare.
*
* *
Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho
lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si
accingeva a compilare l'_Antologia_, mutandola però in qualche parte.
Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento:
infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo
antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo
giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai
potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le
traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'_Indicatore lombardo_, era
sorta l'_Antologia straniera_ in Torino: e per questa ragione il
Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di
cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia; in modo — come
diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo
straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'_Antologia_
d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale
società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.
Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto
d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si
unirono a' vecchi scrittori dell'_Antologia_, la quale in tal modo
pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del
giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del
codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la
_Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi_. È posteriore a
questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.