Voleva[996] il Vieusseux che l'_Antologia_ rappresentasse “lo stato e i

desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e

fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'_Antologia_ rifletteva

da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero

non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si

mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di

ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far

conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le

sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri

degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con

prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli

elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero

compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali

e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto),

lodava[998] l'_Antologia_ la _Società italiana delle scienze_ residente

in Modena; il _Giornale di scienze e lettere_[999] delle provincie

venete; e ricordava via via i lavori dell'_Accademia di scienze_ e della

_Società agraria_ di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella

di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società

scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la _Nuova Società

di scienze naturali_ in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari

l'_Indicatore genovese_ e il _Progresso_[1004] di Napoli: e fondandosi

in Roma un nuovo giornale, il _Discernitore_, certo alludendo alle

parole con che dalla _Biblioteca Italiana_ era stata accolta in su 'l

nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore

di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe

fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile.

E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.

In somma, mentre la _Biblioteca Italiana_ cercava troppo sovente

avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il _Giornale

Arcadico_ non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie

romane, e il _Giornale de' letterati_ non era se non lo strumento di una

combriccola di professori pisani; l'_Antologia_ si levava non già come

cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.

Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali

però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in

felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni

venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura

perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata

quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando un

articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si

sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi

riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del

Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'_Antologia_: la quale,

co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza.

Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su

la _Proposta_ del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da

tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon

orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo,

com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il

Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso

Montani inserito nell'_Antologia_) lo chiamava “gran testa„ e “anima

vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non

può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e

troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e

de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli

errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie

si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e

raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito

d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion,

pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase

disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.

Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate

che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle

meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva

l'_Antologia_ il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí

riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E

che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le

opinioni di alcuni scrittori dell'_Antologia_ da altri scrittori suoi

contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute

tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il

Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'_Antologia_

numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani

l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al

Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la

ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017]

l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura

europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino

Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno

spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con

temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]

Certo all'_Antologia_ non mancano errori[1021], fra tanti giudizi su

cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che

dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una

lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del

biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'_Antologia_ fornire esempi

preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che

mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici

proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur

troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui

qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso

Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che

lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'_Antologia_ tra le

debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente

ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e

ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la

sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi.

L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel

giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di

giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della

_Biblioteca_ di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il

Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare

severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa,

scriveva[1027]: “la verità vada innanzi a tutto„. Le quali parole ben

potrebbe l'_Antologia_ tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza

vanto immodesto.

*

* *

A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e

insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già

gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte

d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono

in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028]

l'_Antologia_, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un

ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a

Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa

giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„,

incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode

gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033]

“giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'_Antologia_

Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034]

giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe'

versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'_Antologia_ alle prime

fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, dicendo[1036] che dava di

sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale

desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di

ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un

giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per

quella _Battaglia di Benevento_, squillo annunciatore di altre e non

lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia

di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di

Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'_Antologia_

consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni

si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa

le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi

d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi

scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo

aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux

l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e

l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il

primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno

de' giovani con tanta disinteressata giustizia promuova e indovini; chi

ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux

lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel

farsi editori diventano mercanti.

Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i

giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne

meritarono l'_Antologia_ ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto

lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux —

pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi

fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non

saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce

pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di

gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi

segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer

rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux

aprisse le pagine dell'_Antologia_: godeva[1048] il Tommaséo nel

confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze;

godeva[1049] di avere, scrivendo nell'_Antologia_, educato sé stesso, e

giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu,

sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare —

scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la

perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'_Antologia_ ha, infino da'

miei primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon

volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in

Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux,

doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui

concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del

Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'_Antologie_

et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et

mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.

Cosí l'_Antologia_, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le

voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria

loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva

dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti

venivansi mutuamente educando.

*

* *

Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'_Antologia_ non trattò

ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne,

ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso

percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo:

che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a

noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito

aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente

influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura,

sulle scienze,... allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza„.

Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini

infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente

assalire gli scrittori della _Biblioteca italiana_, in una nota[1054]

non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle

sue origini l'_Antologia_, la quale, procedendo per gradi, si venne però

co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la

letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di

cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano

questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava

avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella

prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'_Antologia_ era

“particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da

vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non

ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto

vero dell'_Antologia_. È scientifica quando non può essere politica;

cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che

tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de'

recenti pensatori„.

Non con intenti letterarî per certo l'_Antologia_ pubblicava[1057] come

“primizie di nuovi canti nazionali„ pe 'l fatto d'armi nella spedizione

di Tripoli, i sonetti del Bertolotti e del marchese di Negro (per altra

cosa che per i versi meritamente famoso), e l'ode del Borghi, il quale

cantava:

Oh alfin la gloria nostra

torni a brillar qual era,

e i tiranni vedran l'ultima sera.

Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere

stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti

rispondeva[1058] ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in

particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto

pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle

quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia

sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al

lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo

argomento proferite[1059] dal Libri. E mentre per un lato l'_Antologia_

intendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di

qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni

occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi

stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria,

esercitava sempre una missione italianamente civile.

Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060] tra gli altri, Tommaso Tonelli:

e il Capponi augura[1061] che sia meno esposta “alle false

rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani

siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que'

fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'_Antologia_ con

isdegno pacato rammenta[1062] le ingiurie di un viaggiatore, il quale

asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse

viaggiando l'Italia non morire per fame.

Opera parimenti civile compieva l'_Antologia_ nel rammentare sollecita e

con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori

d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al

quale proposito, il Niccolini dà lode[1063] ad Angelo D'Elci, che alla

sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto

dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064] a Lorenzo

Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e

non senza vivo compiacimento piú volte nell'_Antologia_ si ragiona[1065]

della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú

efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni

argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co

'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con

l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano

comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.

Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come

e quanto l'_Antologia_ s'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e

dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo

giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso

ammoniva[1066] che “un governo che voglia conservare potenza e vita,

deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e

per non lasciarsi mai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di

questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi

d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux

d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far

molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„,

ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al

quale proposito il Mayer lodava[1068] l'Inghilterra, dove il governo e i

privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza

timori dall'altra. Piú volte discorre l'_Antologia_ delle bonifiche nel

territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale

il Vieusseux assicura[1069] “l'applauso d'Europa„: e il medico militare

Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del

barone Ricasoli, discorre[1070] delle industrie nuove di oliveti, di

vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071]

l'_Antologia_ del progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale:

a lungo ragiona[1072] degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di

un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il

Capponi discute[1073] della proposta di un signor Casarini, di unire

Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.

Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene

dimostrano queste parole[1074]: “Per affratellarsi conviene conoscersi:

e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della

concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della

italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente

l'_Antologia_ commiserava[1075] le triste condizioni economiche della

Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano

in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con

principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale

voleva[1076] limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de'

prodotti non toscani, sosteneva[1077] il Capponi la libertà di

commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078] il Ridolfi con

nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza

trattava[1079] anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva

fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani

dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale

sperava[1080] non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con

gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.

In somma, il Vieusseux voleva[1081] che il suo giornale potesse dagli

stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana

e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo

strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che

il Capponi ebbe a chiamarlo[1082] “giornale inteso a raccogliere ogni

bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'_Antologia_

rappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze

generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò

Tommaséo, parlando dell'_Antologia_, riandare per intero la civiltà

italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da

ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente

ne rifletteva la luce.

Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la

libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in

ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti

tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo la _Novissima

guida dei viaggiatori_ in Italia: ma nell'investigare la varietà e le

vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente,

nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la

storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe

provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio,

e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla

dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle

meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne

deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue

possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú

basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno

è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni

diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono a _proteggere_

l'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano

e di Napoli„. E si poteva, nel rammentare le antiche vicende, parlar piú

chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice

— fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo.

Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come

la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di

dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una

speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino

che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite

finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato

con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio

agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il

capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito

di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile

come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio

infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i

violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri:

allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure

ammaestrare le genti„.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 14 / 36 段