desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e
fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'_Antologia_ rifletteva
da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero
non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si
mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di
ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far
conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le
sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri
degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con
prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli
elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero
compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali
e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto),
lodava[998] l'_Antologia_ la _Società italiana delle scienze_ residente
in Modena; il _Giornale di scienze e lettere_[999] delle provincie
venete; e ricordava via via i lavori dell'_Accademia di scienze_ e della
_Società agraria_ di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella
di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società
scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la _Nuova Società
di scienze naturali_ in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari
l'_Indicatore genovese_ e il _Progresso_[1004] di Napoli: e fondandosi
in Roma un nuovo giornale, il _Discernitore_, certo alludendo alle
parole con che dalla _Biblioteca Italiana_ era stata accolta in su 'l
nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore
di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe
fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile.
E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.
In somma, mentre la _Biblioteca Italiana_ cercava troppo sovente
avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il _Giornale
Arcadico_ non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie
romane, e il _Giornale de' letterati_ non era se non lo strumento di una
combriccola di professori pisani; l'_Antologia_ si levava non già come
cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.
Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali
però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in
felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni
venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura
perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata
quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando un
articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si
sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi
riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del
Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'_Antologia_: la quale,
co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza.
Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su
la _Proposta_ del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da
tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon
orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo,
com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il
Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso
Montani inserito nell'_Antologia_) lo chiamava “gran testa„ e “anima
vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non
può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e
troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e
de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli
errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie
si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e
raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito
d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion,
pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase
disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.
Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate
che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle
meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva
l'_Antologia_ il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí
riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E
che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le
opinioni di alcuni scrittori dell'_Antologia_ da altri scrittori suoi
contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute
tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il
Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'_Antologia_
numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani
l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al
Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la
ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017]
l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura
europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino
Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno
spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con
temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]
Certo all'_Antologia_ non mancano errori[1021], fra tanti giudizi su
cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che
dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una
lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del
biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'_Antologia_ fornire esempi
preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che
mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici
proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur
troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui
qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso
Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che
lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'_Antologia_ tra le
debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente
ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e
ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la
sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi.
L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel
giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di
giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della
_Biblioteca_ di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il
Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare
severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa,
scriveva[1027]: “la verità vada innanzi a tutto„. Le quali parole ben
potrebbe l'_Antologia_ tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza
vanto immodesto.
*
* *
A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e
insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già
gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte
d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono
in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028]
l'_Antologia_, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un
ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a
Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa
giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„,
incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode
gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033]
“giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'_Antologia_
Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034]
giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe'
versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'_Antologia_ alle prime
fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, dicendo[1036] che dava di
sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale
desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di
ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un
giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per
quella _Battaglia di Benevento_, squillo annunciatore di altre e non
lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia
di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di
Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'_Antologia_
consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni
si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa
le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi
d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi
scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo
aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux
l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e
l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il
primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno
de' giovani con tanta disinteressata giustizia promuova e indovini; chi
ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux
lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel
farsi editori diventano mercanti.
Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i
giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne
meritarono l'_Antologia_ ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto
lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux —
pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi
fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non
saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce
pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di
gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi
segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer
rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux
aprisse le pagine dell'_Antologia_: godeva[1048] il Tommaséo nel
confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze;
godeva[1049] di avere, scrivendo nell'_Antologia_, educato sé stesso, e
giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu,
sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare —
scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la
perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'_Antologia_ ha, infino da'
miei primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon
volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in
Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux,
doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui
concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del
Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'_Antologie_
et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et
mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.
Cosí l'_Antologia_, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le
voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria
loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva
dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti
venivansi mutuamente educando.
*
* *
Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'_Antologia_ non trattò
ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne,
ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso
percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo:
che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a
noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito
aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente
influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura,
sulle scienze,... allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza„.
Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini
infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente
assalire gli scrittori della _Biblioteca italiana_, in una nota[1054]
non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle
sue origini l'_Antologia_, la quale, procedendo per gradi, si venne però
co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la
letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di
cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano
questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava
avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella
prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'_Antologia_ era
“particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da
vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non
ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto
vero dell'_Antologia_. È scientifica quando non può essere politica;
cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che
tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de'
recenti pensatori„.
Non con intenti letterarî per certo l'_Antologia_ pubblicava[1057] come
“primizie di nuovi canti nazionali„ pe 'l fatto d'armi nella spedizione
di Tripoli, i sonetti del Bertolotti e del marchese di Negro (per altra
cosa che per i versi meritamente famoso), e l'ode del Borghi, il quale
cantava:
Oh alfin la gloria nostra
torni a brillar qual era,
e i tiranni vedran l'ultima sera.
Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere
stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti
rispondeva[1058] ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in
particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto
pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle
quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia
sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al
lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo
argomento proferite[1059] dal Libri. E mentre per un lato l'_Antologia_
intendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di
qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni
occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi
stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria,
esercitava sempre una missione italianamente civile.
Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060] tra gli altri, Tommaso Tonelli:
e il Capponi augura[1061] che sia meno esposta “alle false
rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani
siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que'
fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'_Antologia_ con
isdegno pacato rammenta[1062] le ingiurie di un viaggiatore, il quale
asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse
viaggiando l'Italia non morire per fame.
Opera parimenti civile compieva l'_Antologia_ nel rammentare sollecita e
con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori
d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al
quale proposito, il Niccolini dà lode[1063] ad Angelo D'Elci, che alla
sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto
dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064] a Lorenzo
Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e
non senza vivo compiacimento piú volte nell'_Antologia_ si ragiona[1065]
della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú
efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni
argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co
'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con
l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano
comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.
Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come
e quanto l'_Antologia_ s'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e
dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo
giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso
ammoniva[1066] che “un governo che voglia conservare potenza e vita,
deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e
per non lasciarsi mai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di
questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi
d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux
d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far
molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„,
ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al
quale proposito il Mayer lodava[1068] l'Inghilterra, dove il governo e i
privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza
timori dall'altra. Piú volte discorre l'_Antologia_ delle bonifiche nel
territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale
il Vieusseux assicura[1069] “l'applauso d'Europa„: e il medico militare
Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del
barone Ricasoli, discorre[1070] delle industrie nuove di oliveti, di
vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071]
l'_Antologia_ del progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale:
a lungo ragiona[1072] degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di
un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il
Capponi discute[1073] della proposta di un signor Casarini, di unire
Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.
Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene
dimostrano queste parole[1074]: “Per affratellarsi conviene conoscersi:
e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della
concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della
italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente
l'_Antologia_ commiserava[1075] le triste condizioni economiche della
Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano
in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con
principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale
voleva[1076] limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de'
prodotti non toscani, sosteneva[1077] il Capponi la libertà di
commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078] il Ridolfi con
nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza
trattava[1079] anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva
fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani
dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale
sperava[1080] non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con
gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.
In somma, il Vieusseux voleva[1081] che il suo giornale potesse dagli
stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana
e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo
strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che
il Capponi ebbe a chiamarlo[1082] “giornale inteso a raccogliere ogni
bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'_Antologia_
rappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze
generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò
Tommaséo, parlando dell'_Antologia_, riandare per intero la civiltà
italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da
ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente
ne rifletteva la luce.
Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la
libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in
ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti
tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo la _Novissima
guida dei viaggiatori_ in Italia: ma nell'investigare la varietà e le
vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente,
nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la
storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe
provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio,
e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla
dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle
meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne
deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue
possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú
basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno
è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni
diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono a _proteggere_
l'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano
e di Napoli„. E si poteva, nel rammentare le antiche vicende, parlar piú
chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice
— fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo.
Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come
la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di
dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una
speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino
che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite
finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato
con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio
agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il
capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito
di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile
come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio
infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i
violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri:
allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure
ammaestrare le genti„.