La materia però dove piú parte aveva l'indirizzo del Vieusseux, e dove

piú chiaro si vede lo scopo del giornale, era l'educazione. E nel

dimostrare come il Vieusseux a divulgarla e farne sentire il bisogno

mirò con ferma costanza, senza debolezza mai né incertezza; nel

dimostrare come l'_Antologia_ molte utili proposte facesse ancora non

poste in atto e meditabili tuttavia; e mirando fuori d'Italia,

agl'Italiani sollecita offrisse molti esempi di piú parti d'Europa

imitabili; mi verrà fatto di dimostrare quanta importanza avesse per

questa parte il giornale, e quanto alle intenzioni buone del suo

direttore debba la Toscana e l'Italia.

Faceva il Capponi lodi[908] oneste dell'istituto famoso di Hofwil,

diretto dal Fellemberg: dava notizia[909] l'Uzielli delle scuole di

New-Lanark in Iscozia, dirette dall'Owen: e Antonio Benci dell'istituto

del Pestalozzi[910] nel castello d'Iverdun. Nell'_Antologia_ il Renzi

ribatteva[911] le opinioni del Bonald, contrarie alle scuole di mutuo

insegnamento; e Vincenzo Antinori faceva sapere[912] a' nemici di novità

il metodo di reciproco insegnamento trovarsi descritto nelle lettere del

viaggiatore Pietro della Valle come praticato, fin dal 1623, nelle

Indie. Ma il Vieusseux giustamente avvertiva[913] che anzi che disputare

a far prevalere questo o quel metodo, era opportuno far sentire la

necessità dell'istruzione per le classi piú povere, e i pericoli che

seco porta l'ignoranza. Al quale proposito, il Montani diceva[914] al

marchese Gargallo, che nel proemio agli _Offici_ di Cicerone si mostrava

pauroso delle conseguenze dell'istruzione da darsi al popolo: “lasci, di

grazia — diceva — che diffidino le teste vuote, lasci che paventino

coloro, che non trovano il loro conto se non nell'altrui ignoranza„.

Per divulgare l'istruzione e riparare alla scarsezza de' libri di

lettura, piú che quaranta anni innanzi che il Tabarrini, presidente

della _Società italiana per l'educazione del popolo_, proponesse[915]

allestire una biblioteca con libri e giornali “volti a promuovere la

coltura intellettuale e morale del popolo„; piú che quaranta anni

innanzi, proponeva[916] il Vieusseux una raccolta d'opere straniere

tradotte, che fu poi la _Biblioteca d'educazione_: e in altro luogo

rammentava[917] come in Iscozia tutti quasi sapessero leggere, e ogni

famiglia avesse la sua piccola libreria. Volgeva il Del Rosso il

pensiero all'educazione de' fanciulli de' poveri; e proponeva[918], a

renderla utile, l'istruzione della mente alternata via via con

l'esercizio del corpo in un'arte meccanica: proponeva che una società di

privati, come in Inghilterra ed in Francia, a prevenire con l'educazione

la miseria, si formasse in Italia; e che si facesse a' bisognosi

elemosina non di denaro ma di lavoro. E al professore Del Rosso

scriveva[919] delle fanciulle povere il Mayer, il quale in altro luogo

rammenta[920] quanto in pro' dell'educazione si facesse in Germania.

Rammenta l'_Antologia_[921] essere nel 1828 venticinque in Toscana le

scuole di mutuo insegnamento, e mille in esse i fanciulli istruiti e

centocinquanta le ragazze; augurando che crescano in numero. E sollecita

essa confortava[922] di lode l'opera di Giulio del Taja, che primo in

Italia, nella scuola a sue spese fondata in Siena, co 'l metodo del

reciproco insegnamento istruiva le fanciulle povere: lodava[923] la pia

casa instituita in Mantova a pro' degl'isdraeliti indigenti, e la scuola

di geometria e meccanica[924] pe' manifattori, fondata dal marchese

Luigi Tempi, possessore intelligente di codici dal Montani

illustrati.[925]

Né tacque l'_Antologia_, né poteva, dell'Istituto della SS.

Annunziata[926]: ma nel farne le debite lodi, saggiamente l'Antinori

avvertiva che gli istituti e i collegi “non si debbono riguardare se non

come supplemento alla educazione domestica...; che non possono i figli

aver migliori maestri dei genitori...; che l'esempio delle virtú

domestiche è il miglior precetto per i figli„. Al quale proposito,

curiosissima e arguta è l'osservazione del Centofanti: il quale, vedendo

come troppo piú spesso si insegna ostentare che praticare la virtú,

notava[927] che “noi formiamo due uomini nei nostri fanciulli: un uomo

assai morale nelle parole, un altro non molto sano, e forse

corrottissimo, nelle abitudini. Questi due uomini sono perpetuamente in

discordia tra loro, e fanno a gara a rendere almeno ridicolo il terzo

uomo, ch'è il vero, e che risulta dalla composizione di queste due

parti„. Divulgava[928] il Tommaséo i principî di quella educazione che

incomincia con la vita; e additava[929] la necessità degli esercizi

ginnastici, lamentando che non ancora in Italia si ponesse mente a

questi esercizi, utilissimi a' ragazzi non solo, ma a tutti, i letterati

compresi; a' quali un po' di ginnastica risparmierebbe molti paradossi,

molte baruffe _in istampa_, e molti versi cattivi.

Per ciò che riguarda piú propriamente l'istruzione, si può dire che

dalle scuole prime alle Università non è problema che non sia stato

ampiamente svolto dall'_Antologia_; la quale assai cose desiderò,

tuttora degne di nota, notabilissime in que' tempi in cui i gerundi si

alternavano con gli scappellotti, i participî con le nerbate.

Parlava[930] il Mayer delle Università, “monumenti gloriosi dell'umana

ragione„, desideroso che in esse la morale filosofia si studiasse

maggiormente: e il Lambruschini esponeva[931] un metodo nuovo per

insegnare leggere a' fanciulli. Rammentava[932] Urbano Lampredi —

discorrendo del barbaro modo d'insegnare — com'egli entrasse nella città

delle lettere per quella _Janua linguae latinae_, quasi simile a quella

per cui l'Alighieri entrò nella città dolente; con quelle _parole_ di

_colore oscuro_ di _declinazioni_ e di _coniugazioni_: e tribolasse la

sua memoria per ritenere vocaboli non intesi dall'intelletto, e strane

desinenze. Rammentava come, passando alla grammatica del De Colonia,

ossia alla città di Dite, gli comparissero nella forma gigantesca dei

Flegias e dei Nembrotti i precetti della grammatica: e come combattesse

con que' giganti, per tre anni armeggiando con insignificanti

concordanze, e poi co' _latinucci_ o _latinacci_; e cosí camminando a

tentone per una profonda oscurità d'idee.

Ma l'_Antologia_ qua e là proponeva, per ovviare a tali difetti, modi

d'insegnamento piú adatti all'intelligenza de' fanciulli, piú spediti,

piú gai: senza che tutti però gli scrittori assentissero a quell'idea

della signora Genlis, sostenuta[933] dal Tommaséo, la quale desiderava

per insegnare la storia rappresentati su le pareti di varie stanze i

fatti piú degni di nota. Gioverebbe però meditare tuttavia questo che il

Forti, parlando dell'istruzione de' fanciulli, scriveva[934]: “Quello

che importa soprattutto nell'istruzione della gioventú non è già di

fornire il maggior numero possibile di cognizioni positive, ma bensí di

formare la capacità di ragionare dirittamente, di svegliare lo spirito

di discussione e di esame, di suscitare l'amore del sapere e tanta

fiducia nelle doti naturali che sproni a volerne usare come meglio la

natura consente„. Cose queste alle quali sarebbe desiderabile che molti

per vero degl'insegnanti ponessero mente.

Gioverebbe altresí meditare alcuna delle proposte sparse qua e là nel

giornale: come quella del Tommaséo, il quale desiderava[935] che un'arte

fosse da' ricchi coltivata per amore d'occupazione, per amore dell'arte

stessa; creando cosí un vincolo nuovo di fratellanza tra' gradi

differenti della scala sociale. Né a' ricchi soltanto ed a' poveri

l'_Antologia_ provvedeva, ma agl'infelici altresí. Cose sagge

scriveva[936] il Del Rosso perché a' ciechi poveri si impedisse l'andare

raminghi accattando: e rammentava come in Londra, in Liverpool, in

Parigi, si aprissero case pe' ciechi, tenuti operosi in adatti lavori.

Discuteva[937] il sacerdote Marcacci de' metodi varî per istruire i

sordomuti, e ricondurli in seno alla società (dalla quale li esilia

quasi la natura matrigna), insegnando loro gli eterni principî e le

verità consolanti. Ne parlava piú tardi il Padre Tommaso Pendola con le

dottrine apprese al Padre Assarotti, annunciando[938] fondata a spese di

privati una scuola per i sordomuti in Siena: e non diceva egli, modesto,

che per sua iniziativa sorgeva. Ma il Forti gli rende l'onore

dovuto[939]; e insieme rende onore a Siena, che chiama “città distinta

tra le altre della Toscana per singolare amore de' cittadini al bene e

all'onore della patria, e quella fra tutte che serbi piú viva la

ricordanza dell'antica gloria„.

*

* *

Gioverebbe qui rammentare taluno di quegli scritti inediti antichi che

prima l'_Antologia_ diede in luce; taluna di quelle scoperte e di quelle

opere di cui prima diede agli stranieri e all'Italia stessa notizia.

E, per tacere dello scritto di Antonio Cocchi intorno Asclepiade, del

quale a suo luogo ho parlato, si potrebbe rammentare che di cose inedite

ha un abbozzo di discorso[940] del Machiavelli a' signori di Badia;

alcune lettere[941] di Voltaire, e una di Benedetto IV a Scipione Maffei

su' teatri: ne ha una del Foscolo[942], indirizzata al Capponi nel '26,

ove dice, tra l'altre cose, che su la lingua italiana vorrebbe fare

un'opera diretta all'Accademia della Crusca, co 'l motto: _battimi e

ascolta_: ed ha alcune pagine[943] del _Commentario alla rivoluzione

francese_, da Lazzaro Papi date al Vieusseux avanti che l'opera uscisse

alla luce.

Prima l'Antologia dava notizia[944] all'Italia di un nuovo cannocchiale

iconantidiptico imaginato dal fisico Amici: primo il Libri

annunciava[945] nell'_Antologia_ le scoperte su' raggi calorifici dello

spettro solare, del professore Macedonio Melloni, esule a Dole.

Annunciava[946] il Montani il saggio dell'esule Bozzelli su i rapporti

tra la filosofia e la morale, come il piú ragguardevole intorno alla

scienza morale: e di un altro esule napoletano, voglio dire di Pasquale

Borelli, egli stesso il Montani discorre[947] per primo, e piú

ampiamente, qualche anno dopo[948], Terenzio Mamiani. Primo il Capei

faceva all'Italia conoscere[949] nell'_Antologia_ l'opera grande del

Savigny e quella del Niebuhr[950]: e il Tommaséo afferma[951] che il

Gioberti confessava avere all'_Antologia_ attinta dell'opere del Rosmini

la prima notizia; e che Dionigi Solomos di lí coglieva il destro ad

ampliare il suo concetto dell'arte.

Queste, e altre cose ancora, si potrebbero: ma è meglio di proposito

rammentare taluna di quelle istituzioni utilmente proposte, nuove o

esemplarmente innovate. Desiderava anzi tutto l'_Antologia_, modellati

su quelli degli altri popoli d'Europa, codici criminali e civili, i

quali consacrassero la pubblicità de' dibattimenti, la instituzione de'

giurati e l'abolizione della confisca e della pena di morte. Al quale

proposito il dottore Giuseppe Giusti, dopo annunciato[952] che

Stefano Dumont preparava su' manoscritti del Bentham un'opera

sull'organizzazione de' tribunali e delle prove giudiziarie, faceva

conoscere[953] di quell'opera il capitolo su la pubblicità de' giudizi:

argomento anni dopo trattato[954] dal Romagnosi per rispetto alla

monarchia. E su la pubblicità de' giudizi criminali, cose notevoli

scrissero[955] l'avvocato Tommaso Tonelli e Celso Marzucchi[956]; e piú

ampiamente Giuseppe Bianchetti[957]: il quale rammenta come Caterina II

confessasse troppo i processi segreti sapere di prepotenza tiranna.

Intorno a' giurati, Salvatore Viale scrisse[958] due lettere al

Lambruschini: e Vincenzo Salvagnoli patrocinò[959] la libera difesa per

gli accusati. A lungo, e piú volte, tratta l'_Antologia_ dell'abolire la

pena di morte[960]: e quando l'avvocato Tonelli con nuovi argomenti

cercò mostrare[961] giusta in certi casi sí fatta pena, in questo solo

modificata, nel rendere “private le esecuzioni„; il Lambruschini

rispose[962] con uno scritto, che è tra le cose piú belle

dell'_Antologia_. Rispose sinceramente accorato che tale opinione avesse

potuto apparire giusta, e che l'esporla non fosse apparso intempestivo

“ad un uomo d'ingegno e di cuore„.

Sosteneva l'_Antologia_, in luogo della pena di morte, quella della

carcere: ma non a caso il Vieusseux riportava[963] dalla _Gazzetta

Piemontese_ la notizia del miglioramento delle carceri negli Stati del

re di Sardegna; non a caso faceva tradurre dal Cioni un racconto[964]

del Say, ove era affermato che l'ordinamento delle prigioni dovrebbe

“condurre insensibilmente i carcerati a dimenticare le loro antiche

abitudini e a conoscere ed amare i proprî doveri„. Fino da' primordi del

giornale, il conte Girolamo Bardi, in una memoria[965] su 'l modo di

trattare i carcerati, poneva per iscopo della legislazione il

miglioramento dell'uomo reo: e in questa sentenza pienamente

conveniva[966] il Del Rosso, il quale poneva l'ignoranza “prima cagione

della massima parte dei misfatti„. Richiestone dal Vieusseux, a lungo su

la legislazione criminale espose i suoi pensamenti l'avvocato Massa di

Mentone, autore di un codice criminale di procedura compilato per

commissione del governo di Lucca: il quale avvocato saggiamente, tra

l'altre cose, notava[967] come invece di correggere l'uomo colpevole con

pene dedotte dalla natura stessa della colpa, si adoprassero castighi

atti solo a renderlo peggiore, rinchiudendolo in ergastoli e galere;

saggiamente augurava le pene, piú che corporali, morali. Al quale

proposito è da rammentare l'affermazione[968] del Valeri, meditabile

tuttavia: “Noi non ci stancheremo giammai dal dire e ridire che i

delinquenti sono malati morali, e che quindi i luoghi di pena debbono

essere ospedali morali, e morali medicine le pene, all'amministrazione

delle quali medici debbono essere adoperati morali. Se ospedali si hanno

per medicarsi il corpo, per curarsi la mente, perché non si dovranno

anche avere ospedali per risanarvi il cuore?„. I quali scritti ben

possono dimostrare come le cose piú rilevanti, che oggi passano per

nuove, venissero dall'_Antologia_ proposte o accennate, e certamente

oltre a quanto è stato sin qui posto in atto.

Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'_Antologia_

dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva

dal _Globe_ tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel

mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente

impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'_Antologia_

con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla

beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio

si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora,

un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971]

l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a

tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da

simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è _un vero danno_,

perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la

miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del

governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il

governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.

A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'_Antologia_

senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi

e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e

anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e

in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli

quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi

umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi il

Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono

riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.

E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente

riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux

parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e

che l'_Antologia_ pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la

formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima

l'_Antologia_ proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine

dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per

descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far

conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si

lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979]

nell'_Antologia_ e creato la Società toscana di geografia, ho già

parlato a suo luogo. Prima l'_Antologia_ reca saggi di poesia popolare,

e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come

“prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle

credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e

d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie

canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe

raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio

degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche

biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la

sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si

dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui

sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle

grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo

che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra

ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i

manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e

di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche

parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur

troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.

Prima del pari l'_Antologia_ lamentava[983] non avere l'Italia una legge

che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai

di Firenze cimentarsi a stampare la _Geografia universale_ del Pagnozzi:

e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra

al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il

difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il

plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli

parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio

fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la

proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai

di reprimere l'iniqua licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda

pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né

piccolo merito è questo per l'_Antologia_, quando si pensi che appunto

in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi

inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi

difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando

si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero

delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un

suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la

proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.

*

* *

A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà

come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche

contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero

in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'_Antologia_ lo Zannoni,

segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca,

soleva chiamarsi _accademico valdarnese_; il Botta ed il Pieri nemici a'

romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux,

sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di

tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini

uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome di

_statistica_„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze

politiche ed economiche, e chiamava il XIX un _secolo da ragazzi_.

Scrivevano nell'_Antologia_ il pio Lambruschini e il Giordani non pio;

il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo

cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il

Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava

un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi

avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni;

chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava

l'Italia repubblica indivisibile.

Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e

il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'_Antologia_ era un “giornale

eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine

letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di

un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti

sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello

che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non

sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi,

e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa

vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del

medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli,

che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo

assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'_Antologia_

cose le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e

immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú

bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole

differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità:

esempio non inutile alla povera Italia.

L'_Antologia_ non era un giornale né di partito né di municipio: e in

ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si

levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza

meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale

alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de'

suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in

quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per

stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero

utili o dannosi al benessere universale; accolse l'_Antologia_ uno

scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e

perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say,

intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si

produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno

minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che

riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma

resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di

cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a

stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore

anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' suoi

amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e

interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare

quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo

queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa

non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi,

perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 13 / 36 段