piú chiaro si vede lo scopo del giornale, era l'educazione. E nel
dimostrare come il Vieusseux a divulgarla e farne sentire il bisogno
mirò con ferma costanza, senza debolezza mai né incertezza; nel
dimostrare come l'_Antologia_ molte utili proposte facesse ancora non
poste in atto e meditabili tuttavia; e mirando fuori d'Italia,
agl'Italiani sollecita offrisse molti esempi di piú parti d'Europa
imitabili; mi verrà fatto di dimostrare quanta importanza avesse per
questa parte il giornale, e quanto alle intenzioni buone del suo
direttore debba la Toscana e l'Italia.
Faceva il Capponi lodi[908] oneste dell'istituto famoso di Hofwil,
diretto dal Fellemberg: dava notizia[909] l'Uzielli delle scuole di
New-Lanark in Iscozia, dirette dall'Owen: e Antonio Benci dell'istituto
del Pestalozzi[910] nel castello d'Iverdun. Nell'_Antologia_ il Renzi
ribatteva[911] le opinioni del Bonald, contrarie alle scuole di mutuo
insegnamento; e Vincenzo Antinori faceva sapere[912] a' nemici di novità
il metodo di reciproco insegnamento trovarsi descritto nelle lettere del
viaggiatore Pietro della Valle come praticato, fin dal 1623, nelle
Indie. Ma il Vieusseux giustamente avvertiva[913] che anzi che disputare
a far prevalere questo o quel metodo, era opportuno far sentire la
necessità dell'istruzione per le classi piú povere, e i pericoli che
seco porta l'ignoranza. Al quale proposito, il Montani diceva[914] al
marchese Gargallo, che nel proemio agli _Offici_ di Cicerone si mostrava
pauroso delle conseguenze dell'istruzione da darsi al popolo: “lasci, di
grazia — diceva — che diffidino le teste vuote, lasci che paventino
coloro, che non trovano il loro conto se non nell'altrui ignoranza„.
Per divulgare l'istruzione e riparare alla scarsezza de' libri di
lettura, piú che quaranta anni innanzi che il Tabarrini, presidente
della _Società italiana per l'educazione del popolo_, proponesse[915]
allestire una biblioteca con libri e giornali “volti a promuovere la
coltura intellettuale e morale del popolo„; piú che quaranta anni
innanzi, proponeva[916] il Vieusseux una raccolta d'opere straniere
tradotte, che fu poi la _Biblioteca d'educazione_: e in altro luogo
rammentava[917] come in Iscozia tutti quasi sapessero leggere, e ogni
famiglia avesse la sua piccola libreria. Volgeva il Del Rosso il
pensiero all'educazione de' fanciulli de' poveri; e proponeva[918], a
renderla utile, l'istruzione della mente alternata via via con
l'esercizio del corpo in un'arte meccanica: proponeva che una società di
privati, come in Inghilterra ed in Francia, a prevenire con l'educazione
la miseria, si formasse in Italia; e che si facesse a' bisognosi
elemosina non di denaro ma di lavoro. E al professore Del Rosso
scriveva[919] delle fanciulle povere il Mayer, il quale in altro luogo
rammenta[920] quanto in pro' dell'educazione si facesse in Germania.
Rammenta l'_Antologia_[921] essere nel 1828 venticinque in Toscana le
scuole di mutuo insegnamento, e mille in esse i fanciulli istruiti e
centocinquanta le ragazze; augurando che crescano in numero. E sollecita
essa confortava[922] di lode l'opera di Giulio del Taja, che primo in
Italia, nella scuola a sue spese fondata in Siena, co 'l metodo del
reciproco insegnamento istruiva le fanciulle povere: lodava[923] la pia
casa instituita in Mantova a pro' degl'isdraeliti indigenti, e la scuola
di geometria e meccanica[924] pe' manifattori, fondata dal marchese
Luigi Tempi, possessore intelligente di codici dal Montani
illustrati.[925]
Né tacque l'_Antologia_, né poteva, dell'Istituto della SS.
Annunziata[926]: ma nel farne le debite lodi, saggiamente l'Antinori
avvertiva che gli istituti e i collegi “non si debbono riguardare se non
come supplemento alla educazione domestica...; che non possono i figli
aver migliori maestri dei genitori...; che l'esempio delle virtú
domestiche è il miglior precetto per i figli„. Al quale proposito,
curiosissima e arguta è l'osservazione del Centofanti: il quale, vedendo
come troppo piú spesso si insegna ostentare che praticare la virtú,
notava[927] che “noi formiamo due uomini nei nostri fanciulli: un uomo
assai morale nelle parole, un altro non molto sano, e forse
corrottissimo, nelle abitudini. Questi due uomini sono perpetuamente in
discordia tra loro, e fanno a gara a rendere almeno ridicolo il terzo
uomo, ch'è il vero, e che risulta dalla composizione di queste due
parti„. Divulgava[928] il Tommaséo i principî di quella educazione che
incomincia con la vita; e additava[929] la necessità degli esercizi
ginnastici, lamentando che non ancora in Italia si ponesse mente a
questi esercizi, utilissimi a' ragazzi non solo, ma a tutti, i letterati
compresi; a' quali un po' di ginnastica risparmierebbe molti paradossi,
molte baruffe _in istampa_, e molti versi cattivi.
Per ciò che riguarda piú propriamente l'istruzione, si può dire che
dalle scuole prime alle Università non è problema che non sia stato
ampiamente svolto dall'_Antologia_; la quale assai cose desiderò,
tuttora degne di nota, notabilissime in que' tempi in cui i gerundi si
alternavano con gli scappellotti, i participî con le nerbate.
Parlava[930] il Mayer delle Università, “monumenti gloriosi dell'umana
ragione„, desideroso che in esse la morale filosofia si studiasse
maggiormente: e il Lambruschini esponeva[931] un metodo nuovo per
insegnare leggere a' fanciulli. Rammentava[932] Urbano Lampredi —
discorrendo del barbaro modo d'insegnare — com'egli entrasse nella città
delle lettere per quella _Janua linguae latinae_, quasi simile a quella
per cui l'Alighieri entrò nella città dolente; con quelle _parole_ di
_colore oscuro_ di _declinazioni_ e di _coniugazioni_: e tribolasse la
sua memoria per ritenere vocaboli non intesi dall'intelletto, e strane
desinenze. Rammentava come, passando alla grammatica del De Colonia,
ossia alla città di Dite, gli comparissero nella forma gigantesca dei
Flegias e dei Nembrotti i precetti della grammatica: e come combattesse
con que' giganti, per tre anni armeggiando con insignificanti
concordanze, e poi co' _latinucci_ o _latinacci_; e cosí camminando a
tentone per una profonda oscurità d'idee.
Ma l'_Antologia_ qua e là proponeva, per ovviare a tali difetti, modi
d'insegnamento piú adatti all'intelligenza de' fanciulli, piú spediti,
piú gai: senza che tutti però gli scrittori assentissero a quell'idea
della signora Genlis, sostenuta[933] dal Tommaséo, la quale desiderava
per insegnare la storia rappresentati su le pareti di varie stanze i
fatti piú degni di nota. Gioverebbe però meditare tuttavia questo che il
Forti, parlando dell'istruzione de' fanciulli, scriveva[934]: “Quello
che importa soprattutto nell'istruzione della gioventú non è già di
fornire il maggior numero possibile di cognizioni positive, ma bensí di
formare la capacità di ragionare dirittamente, di svegliare lo spirito
di discussione e di esame, di suscitare l'amore del sapere e tanta
fiducia nelle doti naturali che sproni a volerne usare come meglio la
natura consente„. Cose queste alle quali sarebbe desiderabile che molti
per vero degl'insegnanti ponessero mente.
Gioverebbe altresí meditare alcuna delle proposte sparse qua e là nel
giornale: come quella del Tommaséo, il quale desiderava[935] che un'arte
fosse da' ricchi coltivata per amore d'occupazione, per amore dell'arte
stessa; creando cosí un vincolo nuovo di fratellanza tra' gradi
differenti della scala sociale. Né a' ricchi soltanto ed a' poveri
l'_Antologia_ provvedeva, ma agl'infelici altresí. Cose sagge
scriveva[936] il Del Rosso perché a' ciechi poveri si impedisse l'andare
raminghi accattando: e rammentava come in Londra, in Liverpool, in
Parigi, si aprissero case pe' ciechi, tenuti operosi in adatti lavori.
Discuteva[937] il sacerdote Marcacci de' metodi varî per istruire i
sordomuti, e ricondurli in seno alla società (dalla quale li esilia
quasi la natura matrigna), insegnando loro gli eterni principî e le
verità consolanti. Ne parlava piú tardi il Padre Tommaso Pendola con le
dottrine apprese al Padre Assarotti, annunciando[938] fondata a spese di
privati una scuola per i sordomuti in Siena: e non diceva egli, modesto,
che per sua iniziativa sorgeva. Ma il Forti gli rende l'onore
dovuto[939]; e insieme rende onore a Siena, che chiama “città distinta
tra le altre della Toscana per singolare amore de' cittadini al bene e
all'onore della patria, e quella fra tutte che serbi piú viva la
ricordanza dell'antica gloria„.
*
* *
Gioverebbe qui rammentare taluno di quegli scritti inediti antichi che
prima l'_Antologia_ diede in luce; taluna di quelle scoperte e di quelle
opere di cui prima diede agli stranieri e all'Italia stessa notizia.
E, per tacere dello scritto di Antonio Cocchi intorno Asclepiade, del
quale a suo luogo ho parlato, si potrebbe rammentare che di cose inedite
ha un abbozzo di discorso[940] del Machiavelli a' signori di Badia;
alcune lettere[941] di Voltaire, e una di Benedetto IV a Scipione Maffei
su' teatri: ne ha una del Foscolo[942], indirizzata al Capponi nel '26,
ove dice, tra l'altre cose, che su la lingua italiana vorrebbe fare
un'opera diretta all'Accademia della Crusca, co 'l motto: _battimi e
ascolta_: ed ha alcune pagine[943] del _Commentario alla rivoluzione
francese_, da Lazzaro Papi date al Vieusseux avanti che l'opera uscisse
alla luce.
Prima l'Antologia dava notizia[944] all'Italia di un nuovo cannocchiale
iconantidiptico imaginato dal fisico Amici: primo il Libri
annunciava[945] nell'_Antologia_ le scoperte su' raggi calorifici dello
spettro solare, del professore Macedonio Melloni, esule a Dole.
Annunciava[946] il Montani il saggio dell'esule Bozzelli su i rapporti
tra la filosofia e la morale, come il piú ragguardevole intorno alla
scienza morale: e di un altro esule napoletano, voglio dire di Pasquale
Borelli, egli stesso il Montani discorre[947] per primo, e piú
ampiamente, qualche anno dopo[948], Terenzio Mamiani. Primo il Capei
faceva all'Italia conoscere[949] nell'_Antologia_ l'opera grande del
Savigny e quella del Niebuhr[950]: e il Tommaséo afferma[951] che il
Gioberti confessava avere all'_Antologia_ attinta dell'opere del Rosmini
la prima notizia; e che Dionigi Solomos di lí coglieva il destro ad
ampliare il suo concetto dell'arte.
Queste, e altre cose ancora, si potrebbero: ma è meglio di proposito
rammentare taluna di quelle istituzioni utilmente proposte, nuove o
esemplarmente innovate. Desiderava anzi tutto l'_Antologia_, modellati
su quelli degli altri popoli d'Europa, codici criminali e civili, i
quali consacrassero la pubblicità de' dibattimenti, la instituzione de'
giurati e l'abolizione della confisca e della pena di morte. Al quale
proposito il dottore Giuseppe Giusti, dopo annunciato[952] che
Stefano Dumont preparava su' manoscritti del Bentham un'opera
sull'organizzazione de' tribunali e delle prove giudiziarie, faceva
conoscere[953] di quell'opera il capitolo su la pubblicità de' giudizi:
argomento anni dopo trattato[954] dal Romagnosi per rispetto alla
monarchia. E su la pubblicità de' giudizi criminali, cose notevoli
scrissero[955] l'avvocato Tommaso Tonelli e Celso Marzucchi[956]; e piú
ampiamente Giuseppe Bianchetti[957]: il quale rammenta come Caterina II
confessasse troppo i processi segreti sapere di prepotenza tiranna.
Intorno a' giurati, Salvatore Viale scrisse[958] due lettere al
Lambruschini: e Vincenzo Salvagnoli patrocinò[959] la libera difesa per
gli accusati. A lungo, e piú volte, tratta l'_Antologia_ dell'abolire la
pena di morte[960]: e quando l'avvocato Tonelli con nuovi argomenti
cercò mostrare[961] giusta in certi casi sí fatta pena, in questo solo
modificata, nel rendere “private le esecuzioni„; il Lambruschini
rispose[962] con uno scritto, che è tra le cose piú belle
dell'_Antologia_. Rispose sinceramente accorato che tale opinione avesse
potuto apparire giusta, e che l'esporla non fosse apparso intempestivo
“ad un uomo d'ingegno e di cuore„.
Sosteneva l'_Antologia_, in luogo della pena di morte, quella della
carcere: ma non a caso il Vieusseux riportava[963] dalla _Gazzetta
Piemontese_ la notizia del miglioramento delle carceri negli Stati del
re di Sardegna; non a caso faceva tradurre dal Cioni un racconto[964]
del Say, ove era affermato che l'ordinamento delle prigioni dovrebbe
“condurre insensibilmente i carcerati a dimenticare le loro antiche
abitudini e a conoscere ed amare i proprî doveri„. Fino da' primordi del
giornale, il conte Girolamo Bardi, in una memoria[965] su 'l modo di
trattare i carcerati, poneva per iscopo della legislazione il
miglioramento dell'uomo reo: e in questa sentenza pienamente
conveniva[966] il Del Rosso, il quale poneva l'ignoranza “prima cagione
della massima parte dei misfatti„. Richiestone dal Vieusseux, a lungo su
la legislazione criminale espose i suoi pensamenti l'avvocato Massa di
Mentone, autore di un codice criminale di procedura compilato per
commissione del governo di Lucca: il quale avvocato saggiamente, tra
l'altre cose, notava[967] come invece di correggere l'uomo colpevole con
pene dedotte dalla natura stessa della colpa, si adoprassero castighi
atti solo a renderlo peggiore, rinchiudendolo in ergastoli e galere;
saggiamente augurava le pene, piú che corporali, morali. Al quale
proposito è da rammentare l'affermazione[968] del Valeri, meditabile
tuttavia: “Noi non ci stancheremo giammai dal dire e ridire che i
delinquenti sono malati morali, e che quindi i luoghi di pena debbono
essere ospedali morali, e morali medicine le pene, all'amministrazione
delle quali medici debbono essere adoperati morali. Se ospedali si hanno
per medicarsi il corpo, per curarsi la mente, perché non si dovranno
anche avere ospedali per risanarvi il cuore?„. I quali scritti ben
possono dimostrare come le cose piú rilevanti, che oggi passano per
nuove, venissero dall'_Antologia_ proposte o accennate, e certamente
oltre a quanto è stato sin qui posto in atto.
Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'_Antologia_
dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva
dal _Globe_ tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel
mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente
impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'_Antologia_
con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla
beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio
si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora,
un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971]
l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a
tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da
simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è _un vero danno_,
perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la
miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del
governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il
governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.
A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'_Antologia_
senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi
e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e
anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e
in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli
quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi
umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi il
Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono
riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.
E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente
riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux
parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e
che l'_Antologia_ pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la
formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima
l'_Antologia_ proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine
dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per
descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far
conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si
lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979]
nell'_Antologia_ e creato la Società toscana di geografia, ho già
parlato a suo luogo. Prima l'_Antologia_ reca saggi di poesia popolare,
e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come
“prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle
credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e
d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie
canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe
raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio
degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche
biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la
sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si
dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui
sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle
grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo
che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra
ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i
manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e
di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche
parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur
troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.
Prima del pari l'_Antologia_ lamentava[983] non avere l'Italia una legge
che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai
di Firenze cimentarsi a stampare la _Geografia universale_ del Pagnozzi:
e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra
al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il
difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il
plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli
parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio
fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la
proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai
di reprimere l'iniqua licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda
pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né
piccolo merito è questo per l'_Antologia_, quando si pensi che appunto
in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi
inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi
difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando
si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero
delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un
suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la
proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.
*
* *
A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà
come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche
contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero
in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'_Antologia_ lo Zannoni,
segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca,
soleva chiamarsi _accademico valdarnese_; il Botta ed il Pieri nemici a'
romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux,
sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di
tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini
uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome di
_statistica_„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze
politiche ed economiche, e chiamava il XIX un _secolo da ragazzi_.
Scrivevano nell'_Antologia_ il pio Lambruschini e il Giordani non pio;
il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo
cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il
Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava
un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi
avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni;
chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava
l'Italia repubblica indivisibile.
Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e
il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'_Antologia_ era un “giornale
eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine
letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di
un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti
sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello
che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non
sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi,
e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa
vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del
medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli,
che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo
assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'_Antologia_
cose le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e
immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú
bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole
differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità:
esempio non inutile alla povera Italia.
L'_Antologia_ non era un giornale né di partito né di municipio: e in
ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si
levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza
meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale
alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de'
suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in
quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per
stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero
utili o dannosi al benessere universale; accolse l'_Antologia_ uno
scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e
perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say,
intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si
produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno
minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che
riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma
resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di
cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a
stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore
anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' suoi
amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e
interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare
quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo
queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa
non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi,
perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.