perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del
dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità;
l'_Antologia_ (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre
aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de'
puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della
studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero
Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo,
molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine
d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia,
che in una orazione scriveva sempre _lustri_, quasi sdegnoso di
adoperare il vocabolo anni; “_lustri_ certamente è un illustre vocabolo
— diceva[689] il Tommaséo — ma né anche _anni_, poi, non mi pare una
parola oscena„. E se l'_Antologia_ con rara imparzialità loda[690] nel
Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della
lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe
Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse
da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe
nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le
donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che
negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però
l'_Antologia_ fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non
morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena
di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo
significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste
parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con
grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse
volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir
sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.
*
* *
Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione
del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta
a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la
letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà
dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del
gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo
insieme, l'_Antologia_: romantica, non ostante i pochi scritti del
Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori
del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che
definiva[696] il romanticismo “una novità di forma contraria al vero
bello delle lettere, delle arti, della poesia„.
Ma se l'_Antologia_ nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà
dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le
regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini
che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio
essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma
piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si
giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a
qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima
cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí
l'_Antologia_ poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte
l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il _Buondelmonte_
del Fores, come anni innanzi nel _Conciliatore_ il Berchet la _Narcisa_.
Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere
romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a
guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il
Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]:
“vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non
l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la
sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„.
Affermava[705] il Montani, proscrivere bensí il romanticismo ogni
servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non
quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora,
avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni
romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore
delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il
Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose,
sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha
dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.
Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno
non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma
pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche
scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708]
che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un _ricettario
tragico_ infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il
Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni
al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco,
ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E
rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si
compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti,
avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico
si _potesse_ dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per
vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni di
giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva
essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver
egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello
Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche
dettaglio storico nuovo se non esatto„.
Come nell'_Antologia_ fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà
dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole
della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era
detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta
di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire
poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando
in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di
pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non
dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale
non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face
accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di
nuovo il Montani a difendere l'_audace scuola_ assalita; affermando che
neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le
finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle
credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era,
di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi
di poeta sí grande non era prudente consiglio. Sorse tuttavia lo
Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della
mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si
stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli
chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si
stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata
“agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase
dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della
sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il _popolo_
manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle
ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda,
quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua
vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole
potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'_Antologia_,
dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della
letteratura. Non dissimile in questo dal milanese _Conciliatore_, il
giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di
tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e
spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del
gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera
l'_Antologia_ rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che
parlavano.... nel _Conciliatore_ di riforma del teatro..., della lirica
e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'_espressione
della società_„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse
“non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche
i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima
importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo,
al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la
conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato
avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni
presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni
offesa alla morale o civile o domestica„.
Non _classica_ dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile
imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo
che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non
empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e
delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire,
volevano gli scrittori dell'_Antologia_ la nuova letteratura; o come il
Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo _tutta
italiana_, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo
egli nell'_Antologia_ si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia
quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le
traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non
giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove
avvertiva[727], che se lo studio dell'arte greca e romana e italiana
molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo
studio vero dell'arte straniera.
A lungo parlò[728] egli delle _memorie_ del Goethe; e in una serie di
lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria
fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a'
grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„,
raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la
quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane
tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'_Antologia_ rappresentasse
all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere:
e nell'_Antologia_ infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne
recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele
Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione
del _Prigioniero di Chillon_, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel
recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale
di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e
pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli
facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734]
l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la
soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio
l'indagine profonda del cuore umano: e altrove il Leoni reca[735]
tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni
all'_Antologia_ ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo:
diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera
letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e
ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione
del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di
un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'_Antologia_
dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile
vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello
Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del
_Journal des savants_; e in nominarlo una volta, per commento
aggiungevano[741] al nome: “_intelligenti pauca_„. Ha[742] l'_Antologia_
notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della
russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto
colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi
progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse
avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si
diffonde da quelle gelide regioni„.
Bene dunque può dirsi che l'_Antologia_, nel rendere onore a' grandi
ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e
diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre
nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745]
dell'_Hernani_, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere
il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in
Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita
a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel _Fausto_ fare
un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.
Ma se l'_Antologia_ fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni
d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria
l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere
che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo
degli imitatori servili fu sempre nemica l'_Antologia_: e quando (per
citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire
all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli
imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un
romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla _Divina
Commedia_: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto
potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto
adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di
Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: _Non uomo, uomo già fui_„; e cosí
via di séguito, con finissima arguzia.
Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande
arte straniera propugnava l'_Antologia_: “Non imitiamo i Tedeschi —
scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il
liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein
nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria,
ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.
Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben
potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse
l'_Antologia_ di correre dietro alle _servilità forestiere_, le lodi da
essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate
agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi
ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e
l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori.
Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'_Antologia_
dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di
qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'_Antologia_
reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad
autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le
lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere
comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto
rappigli il poco, dirò solo di Dante.
Assentiva il Monti, che nell'_Antologia_ vedesser la luce due lettere
sue[752] intorno alla questione, dal Valeriani ben detta _magra_, sorta
fra varî su l'intelligenza del verso: _poscia piú che il dolor poté il
digiuno_: e di cose dantesche scrisse nell'_Antologia_ Carlo Witte, il
quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753]
l'insufficienza di ciò che intorno alla _Commedia_ e alle altre opere
del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse
il Cioni piú volte una _rivista dantesca_[754], promessa dal Giordani
che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'_Antologia_,
“abituale indolenza„: vi diede[755] il Tommaséo saggi di quel suo, quasi
per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può
forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [_Dante_] non
altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.
Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'_Antologia_, è
da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli
scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studî nuovi
qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756] l'_Antologia_,
che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di
dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o
illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757] che anco
delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando
come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„.
Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse
lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758]
il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere della
_Divina Commedia_„. E quando il _Nuovo giornale dei letterati_ ebbe a
dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo
spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si
prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si
giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi
privatamente scrisse[760] al direttore di quel giornale, dichiarando
cessata la sua associazione; ma nell'_Antologia_ con una lettera al
Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo
studio delle opere di Dante — egli scriveva[761] — è sí necessario, che
se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non
sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo
d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.
Cosí appunto l'_Antologia_ serbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe'
nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria
italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera,
voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta
nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel
gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso
voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti,
nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed
elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.
*
* *
È dunque naturale che l'_Antologia_ mirando nelle cose letterarie
piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere
su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli
scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763] bensí il suo direttore, che
volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una
troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava
che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso
trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori del
_Conciliatore_, i quali pensavano[764] che piú che dilettare era
necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe
meditazioni.
Di scritti ameni infatti può l'_Antologia_ numerare solo una
descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766] delle
cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle
Tiberina: una prosa[767] del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e
due[768] del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma
non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769] del Borrini, in
vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di
Cristo: la cantica[770] del Niccolini, _la Pietà_, ch'egli diceva
scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771] dell'epistola
ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della sua _Iliade italiana_
diede[772] Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773] di Teocrito e
delle odi[774] di Pindaro; di non poche delle quali via via il
Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha
l'_Antologia_ un sermone[776] e un'ode[777] di Giovanni Paradisi;
un'ode[778] del Monti, e un carme[779] del Lamartine: nel recare i versi
del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento
proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra. E al Vieusseux
il poeta francese mostravasi[780] grato di quella nota “letterariamente
lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste
prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.
Altri versi non ha l'_Antologia_: e per le stesse ragioni dette riguardo
a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte
dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e
di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale
è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781] le melodie di Paisello e
di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona
sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo
paragonato[782] al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete
fece[783] al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784]
il Franceschini; rispose[785] il Benci, riportando le lodi date al
Rossini dallo Stendhal.
Scritti migliori e piú frequenti ha l'_Antologia_, che toccano di
pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786] a Gino Capponi una
lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787] del
distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788] su le arti
belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789]
“difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la
costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790] della
pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791]
in ridicolo dalla _Biblioteca italiana_, imaginando che Raffaello da
Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore
Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli
de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta
in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene
procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano
per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792] il marchese Ridolfi
intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.
Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che
nell'_Antologia_ Leopoldo Nobili espose[793] i suoi tentativi,
dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i
metalli, da lui chiamato _metallocromia_: e di certe pratiche nuove per
dipingere ad olio, loda[794] Melchior Missirini Marianna Pascoli Angeli.
Prima l'_Antologia_ agli studiosi additava[795] un dipinto di Giulio
Romano; primo il Montani parlava[796] di una tavola di Leonardo, agli
studiosi nota solo di nome. E l'_Antologia_ fa[797] le lodi di Pietro
Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco,
morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che
dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799] l'animo buono di lui,
dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú
necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.
Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le
pagine[800] del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani:
l'uno[801] su la _Psiche_ del Tenerani, l'altro[802] su la _Carità_ del
Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale
per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803]
onore a Bartolomeo Ferrari.