Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la

conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi

variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú

desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte;

piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante:

“ricordatevi — scriveva[602] agli amici il Giordani in una breve corsa

alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero

Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere

bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu

rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il

gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux —

sospirava[603] — non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a

godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei

discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di

buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli —

scriveva[604] lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suo _club_

dei sabati„: e il Leopardi affermava[605] ch'egli non vedeva altri che

il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si

sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le

lagrime agli occhi — scriveva[606] al Vieusseux — quando mi ricordo di

voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della

quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito —

egli diceva[607] — or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di

vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e

ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„.

Rimpiangeva[608] Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove

altre volte in lieta e scelta compagnia _aveva_ passato alcune serate,

le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle

sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu

felice — scriveva[609] al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è

ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante

persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh

potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo

sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad

entrambi. “Il buon Vieusseux! — esclamava[610] — Quanto e con quanta

gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento

armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna

di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui

rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano

recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li

tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini

diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero

tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.

Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611] a' suoi

cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di

brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani

specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui

per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata,

meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi

gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'_Antologia_

è fatta parola[612] di una gita a Meleto, e di un'altra[613] al monte

Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614] una visita co 'l

Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú

spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non

splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che

gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615] il Pieri —

“veramente assai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza

grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri

salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in

mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa

d'Albany che riceveva, adorna del suo “gran _fichu_ di _linon_ alla

Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú

elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i

Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in

mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú

varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da

molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa

amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo

giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle

signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o

di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era

diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati,

distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle

riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi

vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi

specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi

viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che

soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti

paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men

saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno

civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente

paragonabile, devo, risalendo con la memoria a una piú antica Firenze,

ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la

voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e

dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera:

devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera

si adunavano nel _Caffé Fiorio_ da prima, e poi nel _Caffé di Piemonte_,

disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617];

ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una

fucina, per breve tempo si preparò il _Conciliatore_, e tutte vi arsero

le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e

gl'intendimenti civili.

“In questa sera veramente invernale — scriveva[618] Mario Pieri — che

bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini,

ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de'

libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o

già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano

con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel

conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî

ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica,

si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la

stampa gli articoli suoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima

della versione della _Pulzella d'Orléans_, “grazioso lavoro e tutto

naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano

materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come

latinamente dovesse dirsi _Gonfaloniere_, essendo l'ora già tarda il

Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua

opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620]

dell'_Antologia_. Racconta[621] il Capponi, che solo a porre in carta

ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima

Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie

del Colletta, e dell'_Antologia_, sarebbe stata la piú efficace delle

sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante

chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da

politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo

romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva,

Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli

contro questo epigramma[623]:

In ogni opera sua vero ed espresso

Sempre il buon dipintor pinge sé stesso.

Vedete un poco il professor Rosini

Come dipinge i birri e i birichini.

Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che

ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da

apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire

Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta

prendere parte a quelle adunanze, e che l'_Antologia_ giudicò[624] “il

piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la

Palli improvvisare[625] prima in versi sciolti italiani una scena tra

Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e

Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune

terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico

del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San

Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa

che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un

suo scherzo poetico intitolato _l'amore cappuccino_, volle anche

recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta,

che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo

lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti.

Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626] il Pieri, “da far

morire di noia un povero cristiano„.

Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche

volta tollerare, tutto questo non era granché bello, né molto istruttivo

per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a

disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre

civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune

piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui

ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627] di varî canti

della _Divina Commedia_: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale

significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non

leggiero dimenticata.

Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle

maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di

educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i

propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania,

dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche

altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose

nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di

ognuno? Ragionavano — dice[628] il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e

grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano

erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un

rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame

rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un

imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del

qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto

dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come

lupi a presepi, senza avere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre

al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre

aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero

al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente

riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre

sotto la presidenza di un delegato politico„[631].

In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di

tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — un

_amico_ del Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si

valse per essere _spia_ — parlavano di materie “politiche o letterarie,

o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del

liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta

de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare

in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era

in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i

benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano

fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del

liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno

splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere

con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere

che la grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare

senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e

l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.

Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo

di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633]

il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo

a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e

baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a

creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e

calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del

deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande

Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi

italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l

Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro

contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le

parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed

economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò

era messe feconda che arricchiva l'_Antologia_. Ma ciò che è piú, e che

piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni

intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze,

che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano

tra parti divise l'idea della patria.

CAP. IV.

Il contenuto dell'_Antologia_

Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La

questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche.

— Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità

letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. —

Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa

questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi

dell'_Antologia_. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.

Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi

dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e

nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo

ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero

rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse

lo scopo dell'_Antologia_, alle cose d'erudizione questa non mirò di

proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'_Antologia_,

“l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di

quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare

vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la

data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli

scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta

animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un

sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però

li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava

provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in

indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che

raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi

della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca

del giornale pisano e dell'_Arcadico_ di Roma; di cose d'erudizione

l'_Antologia_ è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico

Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale

nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di

certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano

l'_Antologia_ gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa

operoso Giovan Battista Zannoni, nell'_Antologia_ onorato piú volte dal

Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo

Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto

antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639]

all'_Antologia_: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale

fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo

acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo

cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in

Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e

sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644]

Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico

Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della

greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel,

Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo _commentario_ delle guerre di

Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte

nell'_Antologia_ Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su

le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia

discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe

Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della

Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso

discopritore di testi inediti a sue spese stampati. Né tacque

l'_Antologia_, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657],

uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron,

lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal

Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice

teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di

lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane

Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe

eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri

nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti

rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in

un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni

rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

*

* *

Maggiore sviluppo ebbero nell'_Antologia_ le cose filologiche: anzi, le

prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni

intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il

giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e

le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il

Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi

filosofica — senza risalire ai principî ideologici, tutte le dispute

intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano

all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed

ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza

conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla

lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che

la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto

un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come

un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa

chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le

idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati

disdegni invelenivano in odio; non poteva l'_Antologia_ consentire. E ad

abbattere l'edificio della _Proposta_ scrisse[665] nell'_Antologia_

Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„

che, spesso obliate nella _Proposta_, non dovrebbero mai disgiungersi

nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano

Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri —

diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero

delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che

pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la

_Biblioteca italiana_ con acri parole asseriva[667], che “il vanto de'

Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da'

ragionamenti e da' fatti, dalla filosofia e dalla storia„; pacatamente

Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669]

“meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per

elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili

dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del

linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi

usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di

nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e

l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte

affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua

illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da

esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e

dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima

parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'_Antologia_ è da lui[672]

contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan,

e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia

della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non

le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani

avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„.

Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si

leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del

Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco Poggi[676], ampi

resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero

non impedí che nell'_Antologia_ si riconoscessero[677] i pregi veri del

Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente

affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella _Proposta_,

dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia

adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi

delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'_Antologia_ definito le questioni su la lingua, può essere

prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli

scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non

con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come

il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di

controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si

riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il

Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non

dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di

letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche

contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non

letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il

retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una sola

famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a

questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le

preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'_Antologia_: “I nostri

posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia

tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682]

che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di

un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie

raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683]

il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del

Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse

essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra _Monna

Proposta_ e il _vero Ser Frullone_„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei

esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a

tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava

le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e

unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della

propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del

vero e carità pia della patria, furono nell'_Antologia_ trattate le

questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono

agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo

il Tommaséo voleva[686] che _Italiana_ si chiamasse la lingua, perché

tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti

altri toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non

altro nome potesse darsi se non d'_Italiana_.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 10 / 36 段