l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o
per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non
sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla
modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista
con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal
sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo
bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al
Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno
scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario
mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]:
“Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere
argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli
già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non
corrisponde all'importanza dell'argomento: egli è buono, ma potrebbe
essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi.
Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate,
che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore
adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il
Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso)
un'altra volta diceva[542] al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul
Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha
i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che
da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú
facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle
considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe
soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de'
due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il
pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte
dell'_Antologia_ uno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi
credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico,
meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei
per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo
di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia
il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo;
sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere,
un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può
convenire all'_Antologia_. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con
cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È
falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo,
vi lasciate abbagliare dalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe
poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'_Osservatore
Veneziano_, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come
l'_Antologia_, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni
avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per
parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo.
Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú
settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo
segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se
lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo
primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú
filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un
poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio, _que vous avez
traité un peu legérement...._„
Ammiratore non stupido dell'ingegno e non ombroso malignamente, benché
non fornito di soda educazione letteraria, sapeva tuttavia, per una,
direi quasi, luce serena d'intelligenza, conoscere gli errori; gli
errori non solo, ma gli uomini e le armi adatte a combatterli.
Indovinando, da un motto solo talvolta, la disposizione degli animi, e
la forza, e la varia qualità degl'ingegni, a tale affidava lavori che
certo non avrebbe ad altri commesso: e quando Giuseppe Salvagnoli
pedantescamente assalse gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni, al
Tommaséo, che pur voleva preparare[543] un articolo, non diede il suo
assenso il Vieusseux. “Non ho voluto — scriveva[544] al Mayer — che il
Tommaséo gli rispondesse nell'_Antologia_ perché sotto la sua penna la
cosa sarebbe degenerata in polemica„: e la risposta affidò al Mayer, piú
sereno, piú mite; né volle tuttavia, pubblicarla, innanzi che i due
fratelli Salvagnoli ne fossero stati avvertiti[545].
In somma, il Vieusseux faceva anche in questo come il buon medico, che
nella cura pon mente all'età, alla complessione de' suoi infermi. Egli,
che aveva l'arte di trascegliere gli scrittori, aveva anche il buon
senso di ripartire secondo le varie loro tendenze i lavori; l'intuito di
ciò che i tempi permettevano manifestare o tacere. Pronto sempre a
rendere, entro i limiti del possibile, giustizia a ciascuno, e tanto
moderato tuttavia da non darsi intero a un'idea letteraria o politica;
sapendo stare sapientemente _in dimidio rerum_, e portando sempre una
parola di pace; con finissimo tatto riusciva, fra tante difficoltà
create dalle pretese e vanità letterarie, a mantenere un meraviglioso
equilibrio; e quel che è piú, a far concorrere a un'opera comune tanti
ingegni per attitudini e per valore contrarî, piú che dissimili. Non
pensando egli come l'Acerbi[546], che gli scrittori di un giornale non
dovessero “mai riunirsi, anzi neppur conoscersi„, perché non come
l'Acerbi stimava i letterati “sublime canaglia„, al suo giornale
provvedeva non solo co 'l rispettarli fin nelle debolezze, ma piú e
meglio con li adunare familiarmente dintorno a sé. In quel _Gabinetto_,
in quella sala dove soleva ricevere, ei dava la vita all'_Antologia_:
ivi idee nuove destavansi e opinioni diverse venivano a riscontro; e
quel rincontrarsi dissipava un gran numero di pregiudizi e di animosità,
e se non sempre conciliava gli avversi, spesso però ne ammansiva piú
d'uno o li rendeva tra loro tollerabili almeno.
CAP. III.
Le conversazioni nel _Gabinetto scientifico letterario_ di G. P.
Vieusseux
Io non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la
vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro
palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di
porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che
ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora
da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me
un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui
gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di
pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta
l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili
splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un
venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose
anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre
faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieti
certo di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di
speranze animose.
Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura,
a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú
luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e
significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que'
molti _Reading Rooms_ in Londra e quello del Galignani in Parigi. E
quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe
l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui
da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal
Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e
in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a
imitazione di quello, non simili certamente.
Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e
stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da
sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non
molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie,
dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú
ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni
nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di
economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani
divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e
neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue
spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e
l'ultima stanza, sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di
chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo
puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano
l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in
gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro
ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande
con sopravi le piú recenti pubblicazioni.
In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da
stabilirsi, teneva le sue adunanze[548] la Società medica fiorentina
fondata nel '22, a similitudine[549] di quella del Vieusseux letteraria,
dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale,
un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava
anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del
professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux,
uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti
d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto
grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze
solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551] egli la Società
de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica)
non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le
sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro
disposizione.
Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il
sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio
scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del
mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della
settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani
capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la
fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi
proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non
fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti
con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che
ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non
tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori;
desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte
piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare
accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.
Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552] al Vieusseux
da Marcantonio Jullien, direttore della _Rivista Enciclopedica_: ecco,
tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano,
rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli
raccomanda[553] l'amico Stendhal: ecco il Fauriel, “uomo dotto, amabile,
e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E
poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci
prometteva[555] scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine
ancora, che onorato con una speciale adunanza[556] dottamente parlava
de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il
Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei,
della nuova scuola storica tedesca, e della sua _Storia del Diritto
Romano nel Medio Evo_. Quarantadue persone fecero festa[558] al celebre
fisiologo Edwards, e al Ministro di Prussia barone Carlo de Martens, e
al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in
quella sala echeggiò[559] la voce del celebre viaggiatore Guglielmo
Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del
romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561] fare
del tavolino sedile; e quella[562] di Duvergier di Hauranne, e di St.
Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.
Rammentava[563] il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima
buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in
Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli,
allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564] dal Vieusseux
conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo
incitare alla stampa della sua _Storia_ di Firenze. E in quella sala con
grandi feste fu accolto[565] S. E. Falck, ambasciatore d'Olanda in
Londra; e il Michelet, raccomandato[566] al Vieusseux dall'Edwards
perché gli facesse conoscere _gli amici_ del gabinetto; e Augusto
Platen, con molte lodi presentato[567] da Niccolò Puccini. I quali
stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú
autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a
quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui,
furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile,
esempio di cordiale ospitalità del pensiero.
E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di
quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i
compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede
il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando del
_Progresso_, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi
compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle
riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi.
Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí detto _mondo
elegante_), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a
giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza
conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa;
pareva che avesse l'istinto di ricevere, di guidare la conversazione; e
soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto
in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di
gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità
dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse
persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva
altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e
l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio
eloquente„.[569] È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a
lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva
offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima
affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero
e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici.
Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570] del
Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e
si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa
della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di
Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non
anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a
tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da
lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto,
sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il
rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si
stizzí del giudizio dato dall'_Antologia_ su la sua _Monaca_) il
ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacemente
chiamava[571] “il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai
l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere,
né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani
bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe
Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famoso _Veltro_
dantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il
Guerrazzi, che vi apprendeva[574] “a pesare, comecchè giovine, ognuno„;
e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice
Bellotti[576].
E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e
Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in
contemplazione„ del quale fu fatta[578] un'adunanza che riuscí
“numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia
e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una
qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da
Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo
dell'arcadico — come lo definiva[581] il Vieusseux — il bello ideale di
quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale
confessava[582] che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú
opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto
veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non
pubblicare “per rispetto al pudore„[583].
Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala,
come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta
piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta
facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare
mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità
preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e
divertente degli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co'
suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva
vivacemente ripetere[586] che avrebbe assai di buon grado patteggiato co
'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi
sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli
avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino
Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi
gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo,
“disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588],
atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti
arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e
adirarsi[589] con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in
previsione della morte tribolare[590] il Niccolini perché nel fargli
l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già
fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591] “il
piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di
entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria
letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore
Poerio, uscito or ora stanco da una casa da giuoco. Vedo il Forti, che
discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il
Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la
sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l
Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il
toscano non c'è divario d'eleganza„[592].
Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni
del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città —
scriveva[593] nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti
tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale,
meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594] che
Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú
interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a
quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro
Manzoni?[595] La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la
naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza
del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di
vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno
grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe
accolto da lui.
È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni
compare in quella sala; tutti lo accolgono con grandi ovazioni, e tutti
gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille
cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e
avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in
ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai
miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda,
ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre
l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse
detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda
inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza
finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi
via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de'
principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano
maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande
pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani
che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale
accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini
non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri
nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo
Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a
tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l
crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del
Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove
di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al
Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo
scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.
*
* *
Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí
affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio —
diceva[596] il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede,
_tour à tour_ piacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte
capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile
dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux
rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un
tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella
sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi
e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella
Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella
vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna
(non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta
Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„
Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598] “piú cara di
qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza
mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o
apparizioni fugaci, parve[599] in un certo tempo al Vieusseux che fosse
divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze
nel palazzo Buondelmonti preferiva talvolta restarsene in casa “colla
sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601] il
Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone
che noi amiamo e stimiamo!„. Egli però _sapeva_ richiamare ben presto
gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima,
allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.