e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso
di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non
desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de'
varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici
latini; l'_Antologia_ non ne parla con tanta sollecitudine quanta
l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio,
e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i _Discorsi
sullo scrittore_, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si
lagna[482] che l'_Antologia_ “quantunque si occupi spesso con molta
prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo
di alcune inezie nostre, non _abbia_ creduto di farne ancora parola né
in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte
del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma
non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per
queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un
grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel _Caffè di Petronio_[484]
un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'_Antologia_ è il
giornale “piú _grosso_ d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà
di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito
se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino.
Il Cesari stampa i suoi _Commentarî della vita di Tommaso Chersa_ (il
buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in
perpetua pace con tutti i suoi perch'era _il cappio e il concio di tutti
loro_); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente
questi vivrebbe _in aeternitate temporum fama rerum_, il Cesari vuol
preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale
si scaglia[488] prima per lettera contro quell'“opera scempiata d'un
cotale che si sogna _K. X. Y._„, e contro quel “giovine abbastanza
istruito ma sventato, che aspira a _clarescere magnis inimicitiis_, e
che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato
il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi
dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto
prudentemente sotto le tre lettere _K. X. Y._„, che tanto sa di latino
da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il
Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua
“religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non
cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si
vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito _K. X. Y._
per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non
leggere l'_Antologia_. “Voi avrete letto nell'_Antologia_ —
scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io
l'abbia lette (_che non tantum abs re mea mihi est otii_); ma e' mi fu
detto„.
Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come
quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle
poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821
l'università di Modena era stata chiusa _per sempre_, Geminiano
Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva
protestare nell'_Antologia_: ma perché il Vieusseux gli rispose che
stamperebbe la sua protesta, accompagnandola però con quelle note che
piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493],
dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza
dell'_Antologia_ consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„,
e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge
provvisioni di un ottimo principe„.
E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del
discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente
moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del
Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia,
quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo
Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo
all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava
“mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un
opuscolo[496] avente per motto “_non opus est verbis sed fustibus_„,
ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore
dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo
campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che
calunnia “viene da _calutum_ supino di _calvo_„; perché calvo era il
Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano le ingiurie, che il Corsini
stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al
Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di
propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il
Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole
insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò
le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva
inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano
altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “_poema
romantico_„[500] si fece poi bello miseramente.
Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma
perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da
questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente
abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio,
sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella
_Rivista_ un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti
libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la
importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad
uno, ma a tre giusti articoli.... Voi sapevate che il mio libro combatte
le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di
esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad
un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di
vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai
vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i
Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse
si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non
pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux
ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co
'l Grassi, che “_per amicizia_„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor
suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva
cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista che degli scritti di
lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e
giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il
pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli
con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di
novamente scrivere nell'_Antologia_, il Pieri rispose[507] con un
rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî
dell'_Antologia_, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura
italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate
passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli
usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato
gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri,
_suoi_ dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso,
“imbeccato da quei _suoi_ illustri colleghi, accusati di soverchia
lungheria quei _suoi_ poveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi
aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di
andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun
favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'_Antologia_, che _gratis_
aveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella
lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí
tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava
quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508] al Pieri
brevi parole, con doloroso sconforto diceva: “conserverò la vostra
lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando
si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.
Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza:
ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le
vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'_Iliade_ del Mancini è
stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'_Iliade_!„ —
scriveva[509] a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale
francese[510] si disse che quella versione “altera e snatura il suo
modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511] il
Mancini stesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non
già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512] a
quel critico della _Biblioteca italiana_ che, al dire di lui, si era
“gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di
quelle stanze nell'_Antologia_ pubblicasse saggi non brevi. E quando
giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux
gli mandò[513] innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se
preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto
dell'_Antologia_. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto
cortese? Eppure il Mancini rispose[514] che, pubblicando quell'articolo,
“ben piú ingiuriosa della _Biblioteca italiana_ con tutte le sue
impertinenze„ l'_Antologia_ sarebbe stata all'opera sua; “opera che già
si legge_va_ (ne _aveva_ notizia positiva) in qualche pubblica
scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onor_asse_
del suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio
Aristarco perché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se
la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne'
crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto
le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de'
Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo)
anche il Niccolini, affermando[515] che all'_Iliade_ del Mancini,
“screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo
impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'_Antologia_ era un
“giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una
specie di _Massoneria_„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di
lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava
il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che
“non voleva piú ricevere„[516] l'_Antologia_, che il Vieusseux gli
mandava in dono.
Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517] delle
versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518] con lo
scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non
meritava che il _suo_ disprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva
“voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi
ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia
dell'essere io stato uno dei fautori e promotori del suo stabilimento, e
dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse di _tendenza_,
che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„
Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti,
tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie
smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il
quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però
freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne
le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan
molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo
che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519]
al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle
loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi
spasimi„.
Oh, que' suoi _cari amici_ ponevano a lui sempre l'obbligo di essere
tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere
insopportabili!
*
* *
Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le
speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con
che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per
dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo di
_Direttore_ piú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma
acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia,
sapeva tuttavia per la temperanza del suo carattere tenersi lontano
dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520] —
la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo,
senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni
rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal
miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalla
_diffusione dei lumi_: non pensava eccitare il popolo alle armi per
un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né
preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da'
pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre
cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i
proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si
contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come
successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte:
non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva
fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e
senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate,
ottimo Vieusseux, — gli diceva[521] nell'_Antologia_ il Tommaséo —
seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e
le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole,
alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza
d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.
Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare,
voleva[522] nel suo giornale evitate “le questioni oziose, le dispute di
parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli
oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle
provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si
spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di
una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523] in somma
tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte
italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524] — che gli autori si
persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro;
essere il _giornalismo_ una professione che conviene nobilitare con
molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la
causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente
accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a
giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito
affermare[525] che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era
ancor nell'infanzia„.
Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per
diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali
il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone
a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere,
faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a
una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli
scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di
scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non
veramente importanti o urgenti per le circostanze: ritardava talora la
pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men
dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú
efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526] il
Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto
faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in
questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del
già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.
Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché
anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte
quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e
condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno.
Della qual reverente condiscendenza è prova l'_Antologia_ tuttaquanta,
ov'egli piú volte dichiarava[527] accogliere scritti in diversa parte
autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de'
collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa
trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava
l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di
censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità
di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il
Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a
lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E
quando il Botta ebbe qualche timore[529] che agli scritti suoi potesse
qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530] oltre l'usato
severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava,
per dirla con sue parole, _lo spirito filosofico_ degli scritti, e il
fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non
raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessuno _mai_
avrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle
dottrine conformi a' _lumi_ del secolo, e in ispecial modo _a' bisogni
dell'Italia_; se nel difendere una particolare opinione non vi si
fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non
vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni
sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà
nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di
inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile —
diceva[532] a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi
che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col
sistema dell'_Antologia_, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio
poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere
impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò del
_Benedetto_: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter
rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso
facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come
quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse
gli articoli del Manuzzi[533] su 'l Cesari, ch'egli “non voleva[534]
ammettere nell'_Antologia_„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava
guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi —
scriveva[535] al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí,
contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di
persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote,
perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità
confessava[536] quanto a rendere piú degna dell'Italia l'_Antologia_ si
adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui
“lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le
prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.
Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di
erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente
sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe
offeso quello ch'egli diceva[537] “il _suo_ amor proprio antologico„;
cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e
il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva
spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da
preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre —
scriveva[538] al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò
un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita
da altra persona, potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non
essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione:
ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di
gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe
convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre
la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese
poco nota, candidamente riconosceva[539] doversi egli limitare a
considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare
una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare
dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e
intellettuali di un lettore non dotto dell'_Antologia_; rileggendolo
poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e
da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non
turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né
ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e
là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540] i suoi “cari amici„
dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue
“ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte
dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in
quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne
rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua
insufficienza. Ma voleva tuttavia _egli solo_ dirigere il suo giornale;
intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della
scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale
dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle
politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che
l'esperienza di piú anni poteva _sola_ far apprezzare.