Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò

nell'_Antologia_ anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra

l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi

aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su

la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il

quale vi parlò poi[414] di quel _Nuovo dizionario militare_, costato a

lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della

lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra

gli scrittori dell'_Antologia_ il professore Celso Marzucchi, cui dopo

breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la

cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili;

e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della _Biblioteca

italiana_ il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva

nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella

scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'_Antologia_ il primo scritto[417]

Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come

quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose

ragiona della navigazione a vapore e de' _velociferi_.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe

Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le

sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non

furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta,

che piacque, fu riprodotto[420] nell'_Antologia_, e all'_Antologia_ il

Mazzini inviò allora quell'articolo famoso _D'una letteratura europea_,

scritto per combattere “i _Monarchici_ delle lettere„[421]. Il Giordani

e il Montani _non volevano sentirne parlare_[422]; ma il Vieusseux, al

quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva

dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi

l'_universo concentrico_; l'articolo vale meglio che non promette questo

principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale

il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso,

chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative

Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu

ammesso nell'_Antologia_„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel

“giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni

incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l _Giornale Ligustico_,

che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427]

“sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee

chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui

parve[429] che il Mazzini _onorasse_ l'_Antologia_; meglio Michele

Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi

e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già

il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva

annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da

lui ebbe ancora uno scritto su 'l _Dramma storico_[432]; e Urbano

Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al

Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e

terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe'

suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida

parve, benché di sensi italiani, l'_Antologia_; e corse per altre vie al

suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno

incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che

dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi

un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che

il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io

dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e

dello svolgersi dell'_Antologia_. Che numero grande di scrittori, e

quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera

sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e

sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra

questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne'

primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte

quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran

tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano

ancora dato risposta.

*

* *

Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'_Antologia_ accoglieva in

sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali

scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre

innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il

Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né

fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama.

Già nel 1824 la _Rivista Enciclopedica_ affermava[434] che per il senno

e le sollecitudini del Vieusseux l'_Antologia_ acquistava “ogni mese piú

e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella

_Rivista Europea_ giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli

editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a

lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il _Giornale

Arcadico_, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare

all'_Antologia_ i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al

Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'_Antologia_ avesse

preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani

ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i

giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i

giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú

sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del

De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438]

desideroso che nell'_Antologia_ fossero giudicate con tutta la sincerità

e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'_Amore_,

“avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia

nell'_Antologia_„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni

mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene

assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana

l'_Antologia_; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno

sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua

fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di

stampare _egli_ solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono

dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e

l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa

perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che

varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti

sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco

né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente

sapesse dire, farebbe la storia dell'_Antologia_ in modo degno.

Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il

Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere

le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e

dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse

italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali

sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del

Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale

straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi:

asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati

alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza

avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare

certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia,

commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano

i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque

lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí

grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il

suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un

anno[445].

Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento

ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E

io qui non penso all'_Edinburgh Review_ o alla _Quarterly Review_,

ricche di dodici mila associati; né al _Blackwood's Edinburgh Magazine_,

del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla

_Biblioteca italiana_, che nel primo suo anno di vita contava già

millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748

lire: penso al _Giornale arcadico_, che già ne' primi tempi aveva 240

associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma

l'_Antologia_ ne' tempi suoi piú felici non raggiunse _mai_ un'edizione

di ottocento esemplari, non contò _mai_ piú di 530 associati.

“L'_Antologia_ — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti —

l'_Antologia_, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi

mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor

della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso

io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno

Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli

copie 5!!„.

Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli

articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi

fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti

incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le

prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale.

Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo

il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per

l'interesse, ma _per amore della sua creazione, per amor della patria_.

*

* *

Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux)

per cui sempre pochi furono all'_Antologia_ i soscrittori, era il

doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere

certi _mai_ di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú

severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo —

pur troppo è vero che l'_Antologia_, nell'Italia Austriaca, non prende.

È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In

prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e

quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni

secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' _fiori_

che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano

ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto

che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono,

dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in

me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non

vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'_Antologia_

s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non

paga, è per voi come se leggere non sapesse„.

Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie

d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra

le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al

Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che

l'_Antologia_ è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà

inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere,

i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni;

ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli

esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che

nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu

riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in

questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto

al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'_Antologia_

ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto

il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il

giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha

fatto sequestrare il primo trimestre dell'_Antologia_ — annunciava[454]

al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto

coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il

censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è

questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione

e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo

giornale....„.

Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di

Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di

governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò

sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza

delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco

giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di

lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in

Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo

Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova,

il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú

bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il

Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra'

quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già

pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la

dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi,

parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di

salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua

verga censoria io _lo amo_ e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga

ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non

imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a

Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo

del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli

riprodurlo nell'_Indicatore Lombardo_, la censura aveva creduto

opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua

mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia,

liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a

inganni[463].

Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e

in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi

assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in

Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da

credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre

cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili

erano quelle che toccavano di politica e di _diffusione dei lumi_) il

buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del

Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero

burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a

troppi padroni usare riguardi.

Già nel primo anno dell'_Antologia_, ristampando il Piatti la _Storia

Civile del Regno di Napoli_ di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux

proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma

su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il

Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo

e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a

Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'_imprimatur_ al

_Ditirambo_ del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in

risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non

avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí

“morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e

sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando

III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che

paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello

che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto

mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di

questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono

guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne

sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della

censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo,

prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux

parlare con lode de' lavori per _motuproprio_ del granduca intrapresi

nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il

Vieusseux diceva che nell'_Antologia_ si parlerebbe di quanto poteva

giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore

Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'_Antologia_ nel _publico_

insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.

Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste)

creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con

trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa

sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di

nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i

nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si

potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux

scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere

pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si

tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai

sconsolante„.

*

* *

Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva

sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le

spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura

(il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne'

fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui);

quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni,

consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare,

senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il

tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze

insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a

loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita

Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con

Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le

superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi

rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti

suoi non diede all'_Antologia_ se non poche cose, ma non creò fastidî al

Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel

sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che

precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú

ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al

Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti

all'_Antologia_, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di

quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni

col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come

il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse

invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo,

piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto

della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava

“sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le

guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il

Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco

la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi

d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la

eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui

che a sé stesso.

Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora

intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora

sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza

magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla

irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che

corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non

credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con

lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo

innanzi, pubblicare un articolo su 'l _San Benedetto_ del Ricci; e

sdegnato gli parlava[475] dell'_indovinare_ le voglie di chi dirigeva il

giornale, o del _mestiere buffo_ dell'indovino, e della _servitú_

dell'intelletto. E il Benci stimava[476] _giustissima_ la collera del

professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere,

innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato,

era una _imprudenza grandissima_; facendo, tra l'altre cose, sapere che

il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche

rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux

proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo

amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con

gli articoli suoi non pagati _peggiorato_ il giornale: e accusava il

Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi,

e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo

stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella

ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il

Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî

mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento

li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il

Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno

scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi

gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832

voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete

esiliato dall'_Antologia_ come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In

ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.

Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a'

suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata

benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente

trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si

dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue

circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi

ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà

incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano

un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il

sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 7 / 36 段