nell'_Antologia_ anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra
l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi
aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su
la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il
quale vi parlò poi[414] di quel _Nuovo dizionario militare_, costato a
lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della
lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra
gli scrittori dell'_Antologia_ il professore Celso Marzucchi, cui dopo
breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la
cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili;
e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della _Biblioteca
italiana_ il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva
nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella
scienza del diritto.
Nel marzo del 1829 diede all'_Antologia_ il primo scritto[417]
Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come
quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose
ragiona della navigazione a vapore e de' _velociferi_.
Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe
Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le
sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non
furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta,
che piacque, fu riprodotto[420] nell'_Antologia_, e all'_Antologia_ il
Mazzini inviò allora quell'articolo famoso _D'una letteratura europea_,
scritto per combattere “i _Monarchici_ delle lettere„[421]. Il Giordani
e il Montani _non volevano sentirne parlare_[422]; ma il Vieusseux, al
quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva
dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi
l'_universo concentrico_; l'articolo vale meglio che non promette questo
principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale
il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso,
chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative
Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu
ammesso nell'_Antologia_„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel
“giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni
incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l _Giornale Ligustico_,
che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427]
“sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee
chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui
parve[429] che il Mazzini _onorasse_ l'_Antologia_; meglio Michele
Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi
e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già
il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva
annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da
lui ebbe ancora uno scritto su 'l _Dramma storico_[432]; e Urbano
Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al
Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e
terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe'
suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida
parve, benché di sensi italiani, l'_Antologia_; e corse per altre vie al
suo destino.
A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno
incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che
dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi
un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che
il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io
dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e
dello svolgersi dell'_Antologia_. Che numero grande di scrittori, e
quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera
sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e
sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra
questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne'
primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte
quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran
tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano
ancora dato risposta.
*
* *
Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'_Antologia_ accoglieva in
sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali
scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre
innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il
Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né
fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama.
Già nel 1824 la _Rivista Enciclopedica_ affermava[434] che per il senno
e le sollecitudini del Vieusseux l'_Antologia_ acquistava “ogni mese piú
e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella
_Rivista Europea_ giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli
editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a
lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il _Giornale
Arcadico_, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare
all'_Antologia_ i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al
Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'_Antologia_ avesse
preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani
ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i
giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i
giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú
sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del
De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438]
desideroso che nell'_Antologia_ fossero giudicate con tutta la sincerità
e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'_Amore_,
“avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia
nell'_Antologia_„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni
mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene
assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana
l'_Antologia_; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno
sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua
fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di
stampare _egli_ solo per anni sei.... il giornale predetto„.
Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono
dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e
l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa
perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che
varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti
sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco
né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente
sapesse dire, farebbe la storia dell'_Antologia_ in modo degno.
Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il
Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere
le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e
dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse
italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali
sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del
Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale
straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi:
asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati
alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza
avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare
certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia,
commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano
i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque
lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí
grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il
suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un
anno[445].
Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento
ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E
io qui non penso all'_Edinburgh Review_ o alla _Quarterly Review_,
ricche di dodici mila associati; né al _Blackwood's Edinburgh Magazine_,
del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla
_Biblioteca italiana_, che nel primo suo anno di vita contava già
millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748
lire: penso al _Giornale arcadico_, che già ne' primi tempi aveva 240
associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma
l'_Antologia_ ne' tempi suoi piú felici non raggiunse _mai_ un'edizione
di ottocento esemplari, non contò _mai_ piú di 530 associati.
“L'_Antologia_ — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti —
l'_Antologia_, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi
mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor
della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso
io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno
Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli
copie 5!!„.
Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli
articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi
fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti
incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le
prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale.
Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo
il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per
l'interesse, ma _per amore della sua creazione, per amor della patria_.
*
* *
Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux)
per cui sempre pochi furono all'_Antologia_ i soscrittori, era il
doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere
certi _mai_ di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú
severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo —
pur troppo è vero che l'_Antologia_, nell'Italia Austriaca, non prende.
È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In
prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e
quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni
secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' _fiori_
che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano
ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto
che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono,
dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in
me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non
vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'_Antologia_
s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non
paga, è per voi come se leggere non sapesse„.
Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie
d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra
le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al
Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che
l'_Antologia_ è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà
inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere,
i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni;
ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli
esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che
nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu
riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in
questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto
al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'_Antologia_
ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto
il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il
giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha
fatto sequestrare il primo trimestre dell'_Antologia_ — annunciava[454]
al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto
coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il
censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è
questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione
e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo
giornale....„.
Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di
Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di
governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò
sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza
delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco
giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di
lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in
Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo
Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova,
il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú
bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il
Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra'
quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già
pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la
dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi,
parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di
salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua
verga censoria io _lo amo_ e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga
ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non
imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a
Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo
del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli
riprodurlo nell'_Indicatore Lombardo_, la censura aveva creduto
opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua
mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia,
liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a
inganni[463].
Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e
in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi
assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in
Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da
credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre
cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili
erano quelle che toccavano di politica e di _diffusione dei lumi_) il
buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del
Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero
burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a
troppi padroni usare riguardi.
Già nel primo anno dell'_Antologia_, ristampando il Piatti la _Storia
Civile del Regno di Napoli_ di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux
proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma
su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il
Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo
e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a
Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'_imprimatur_ al
_Ditirambo_ del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in
risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non
avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí
“morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e
sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando
III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che
paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello
che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto
mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di
questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono
guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne
sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della
censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo,
prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux
parlare con lode de' lavori per _motuproprio_ del granduca intrapresi
nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il
Vieusseux diceva che nell'_Antologia_ si parlerebbe di quanto poteva
giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore
Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'_Antologia_ nel _publico_
insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.
Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste)
creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con
trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa
sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di
nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i
nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si
potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux
scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere
pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si
tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai
sconsolante„.
*
* *
Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva
sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le
spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura
(il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne'
fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui);
quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni,
consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare,
senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il
tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze
insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a
loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita
Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con
Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le
superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi
rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti
suoi non diede all'_Antologia_ se non poche cose, ma non creò fastidî al
Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel
sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che
precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú
ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al
Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti
all'_Antologia_, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di
quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni
col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come
il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse
invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo,
piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto
della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava
“sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le
guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il
Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco
la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi
d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la
eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui
che a sé stesso.
Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora
intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora
sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza
magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla
irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che
corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non
credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con
lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo
innanzi, pubblicare un articolo su 'l _San Benedetto_ del Ricci; e
sdegnato gli parlava[475] dell'_indovinare_ le voglie di chi dirigeva il
giornale, o del _mestiere buffo_ dell'indovino, e della _servitú_
dell'intelletto. E il Benci stimava[476] _giustissima_ la collera del
professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere,
innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato,
era una _imprudenza grandissima_; facendo, tra l'altre cose, sapere che
il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche
rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux
proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo
amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con
gli articoli suoi non pagati _peggiorato_ il giornale: e accusava il
Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi,
e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo
stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella
ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il
Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî
mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento
li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il
Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno
scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi
gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832
voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete
esiliato dall'_Antologia_ come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In
ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.
Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a'
suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata
benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente
trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si
dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue
circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi
ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà
incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano
un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il
sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.