piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e
inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è
tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché
piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza
mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte.
Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e
cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla
natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de'
tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano,
trovava l'_Antologia_ insieme con gli ostacoli da superare molti
elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani,
fu donato all'_Antologia_ e al Vieusseux il generale Pietro
Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse
posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci
viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333]
com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad
un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'_Antologia_ trattò
da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; con uno
stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né
questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le
coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un
continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime
isole„; né avrebbe scritto che “l'_antropogonia_ fu l'opera piú
momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338].
Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi
“virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non
negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„
e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori
questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.
Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi:
“ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo
conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici
scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'_Antologia_, e
però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„.
Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta
lire per l'associazione di un anno al _Gabinetto_, che l'amico con
gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse
ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse
sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta —
scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue
nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure
il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le
sole cicatrici„.
*
* *
Prima che scritti del Pepe, ebbe l'_Antologia_ dall'ottobre del '24
scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al
vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo
Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. E
Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di
mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346]
all'_Antologia_ che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine
erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio
Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno
scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla
Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria
tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la
deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come
altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci
il patrimonio dell'ingegno„.
Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a
incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo
lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti
diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi
dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti
dell'_Antologia_ notavasi certa servile docilità verso i potenti; come
quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi,
imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni
coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di
lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori
dell'apoteosi.
Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi
de' romantici Carlo Botta, che pregatone dal Vieusseux prometteva[349]
in quel tempo scrivere per l'_Antologia_. Prometteva “volentieri„,
purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si
levasse; tanto piú che l'_Antologia_, a parer suo, se ne andava “per
certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio
maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] del
rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue
opinioni, quali che fossero, mandò varî scritti, composti per un
giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici
italiani, la censura vietò. E di lui nell'_Antologia_ comparve quella
famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo
contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354]
intorno al _Salvator Rosa_, opera di lady Morgan, a proposito della
Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme
d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di
“sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di
briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola
non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú
poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni
intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo
compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle
debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse
stesse.
*
* *
Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella
quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza,
scriveva[355] al suo _adorato Giacomino_ per parlargli di uno de' piú
bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse
che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E _voleva_ ch'egli
desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui.
“Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca....
potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e
all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima
consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux,
desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima
per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti
ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli
proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità
scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al
quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo
com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli
uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto
inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e
dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece
qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il
Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative,
quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle
_Operette morali_, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso
e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere qualcuna su
l'_Antologia_; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina
(che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per
saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo
inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel
fascicolo dell'_Antologia_, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In
questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza
affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro
dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.
Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio:
avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose
morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un
_hermite des apenins_, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i
pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata,
e la stessa _Antologia_: e poi un _cittadino dell'Arno_, lepido,
epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino,
il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il
solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti
insieme i loro scritti avrebbero formato lo _Spettatore italiano_. Per
queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi
e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli Appennini„ —
scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio
conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che
l'_Antologia_ sia letta con frutto da questa generazione, che va
crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma
suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo
dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui
mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle
cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro
fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea
dell'amico, benché la stimasse “opportunissima in sé„. Anni dopo,
ritornato nel suo _deserto_, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364]
al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io
scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo,
non fo cosa alcuna„. E cosí quell'_Antologia_, ch'egli stimava[365] tale
da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con
tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.
*
* *
Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i
lettori dell'_Antologia_ trovarono per la prima volta in fondo a un
articolo[366] le tre lettere _K. X. Y._ “Il mio nome nell'_Antologia_
non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi
scrissi la sigla _K. X. Y._[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto
italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor
dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto
dall'amore ch'io porto all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe
miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non
male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'_Antologia_,
da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva
profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito
felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito
indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e
non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma
per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in
Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia.
“Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le
bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di
lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe,
né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a
sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo —
egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me
altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere,
né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime
espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere
solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo
spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti irritava quella sua,
piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per
cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia,
rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'_onagro_; e
il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú
preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú _bue_ del Montani ed
affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui,
scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre
un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava
davvero.
E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'_Antologia_,
ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né
romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione;
perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il
sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo
delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con
piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la
mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura
popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto,
come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta
sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'_Antologia_„,
scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte
viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il
Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, che il Montani non si
era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il
Tommaséo„[379].
Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli
argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son
quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle
regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di
poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva
non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta
seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non
ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente
propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati
svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú
viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il
pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro,
arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti piú disparati:
e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il
principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di
pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva
d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche,
politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e'
trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva
magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose
occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi —
scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la
versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e
cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che
sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi
arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai
bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una
giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che
il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.
*
* *
Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il
Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'_Antologia_. E il
professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile,
tra le non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui.
Capitategli infatti tra mano _le Lettere su l'Inghilterra_, di Augusto
De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero
piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano
le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne
notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza
usatagli, ma piú che tutto, sollecito di far intendere che scopo
dell'_Antologia_ era non tanto il far risaltare i difetti di un libro,
quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori
dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E
intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo
comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra
volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al
Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva
davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco
poter egli per le sue occupazioni giovare all'_Antologia_, che pur
riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire
di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la
tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di
Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme
Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas
point„.
[Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI
(da un quadro ad olio anteriore al 1819)]
Piú operoso del Carmignani fu per l'_Antologia_ Silvestro
Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a
lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto
ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha
l'_Antologia_ dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi
non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria:
scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di
letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, un
articolo[390] su la _Teoria delle leggi della sicurezza sociale_, vólto
a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391]
procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu
inteso da molti[392].
Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il
Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse
dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del
Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux
indirizzò egli la lettera[394] su 'l _Giornale dei contadini_, piena di
quella _mite sapienza_ che è frutto della virtú illuminata
dall'esperienza e dal senno. Poi nell'_Antologia_ scrisse di cose
agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con
quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia
l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno
scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non
dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395]
— s'avanzano nella carriera che la Provvidenza ha loro tracciata; e
l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente
da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa.
Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi,
egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.
*
* *
Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini,
che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco
Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane.
Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto
meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto
potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e
il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti
che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di
argomenti storici e civili. _Sensista_ in filosofia, voleva[401]
“dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e
pensando[402] che la scienza del Diritto altro non fosse se non “una
filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici,
cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di
scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava
la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo
svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero
quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe
che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta
si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma
questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi
scritti suoi quasi meravigliosa„.
Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito:
disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute
letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e
perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure,
l'_Antologia_ ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura;
quello famoso, tra gli altri, su' _Dubbi ai romantici_[407], che parve a
torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero,
non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere
doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed
eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la
giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi
imitatori de' gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento
però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili;
e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri
stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse
alla natura e a' bisogni del popolo italiano.
Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del
Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe
risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'_Antologia_ però lo
pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti
bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu
grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'_Antologia_; il
Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle _Instituzioni
civili_ provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.
*
* *
Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto
la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú
innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da
sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se
non uno _spillatico_ che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva
molto al _nome_ e bastava a poco piú che alle _spille_„. Costretto a
campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo
primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi
nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per
l'_Antologia_: e cosí a ventott'anni diede il primo suo scritto[409], e
de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti
filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva
fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza
fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora
scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi
parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione
dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome
governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e
foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú
“religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non
lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare —
com'egli diceva[411] — _il brutto traviamento_, è l'elogio migliore che
dell'_Antologia_ e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.