Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e
recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la
prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del
Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro
Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre
cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una
_memoria_ diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire
possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il
migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede
di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il
nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in
quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere,
rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava
infaticabile la bellezza„.
Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi
fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a'
leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il
Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in
Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi,
divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250],
che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in
quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da
potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere,
si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove
scriverebbe per l'_Antologia_, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.
Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose
geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano
nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú
lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore
per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze.
“Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il
Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della
polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il
permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi
giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé
solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo
cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva
Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo
dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui,
sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava
tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a
vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'_Antologia_. Fin
da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove
tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne
cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva
a piene mani raccolto nel _Conciliatore_ lombardo. “A' miei occhi — egli
scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano
Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in
quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso
propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio
e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel
terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente —
disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste
avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de'
vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i
fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della
gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine
l'_Antologia_„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli,
che il Pieri diceva _testa avventata_, si dava interamente allo studio
della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle
eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era
che dell'_Antologia_ il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché
questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi
scritti[258], e che la fortuna dell'_Antologia_ dovevasi a lui in buona
parte.
Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era
ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di
verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua
lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In
quelle sue _riviste_ egli scorreva dieci, venti scritti per volta,
venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti
cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante,
indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano.
Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se
non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel
povero _Paul Louis_ Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da
giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente:
diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la
dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse.
Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un
pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento
nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da
tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché
lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli
antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262],
postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il
filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da
porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non
tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264]
certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni
corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.
Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non
dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e
scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i
tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora
mia sorella, la quale, ricevendo qui l'_Antologia_, è molto contenta
ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri
altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi
ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al
Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto
nell'_Antologia_, e vorrei che su le _Passeggiate_, senza complimenti,
dicesse _tutta la verità_....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani,
vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli
non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non
so dove questo diavolo d'uomo (_ce diable d'homme_) vada a pescare tutto
ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue
_riviste letterarie_„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose
che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi
all'_Antologia_ alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il
Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.
*
* *
Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'_Antologia_ Tommaso
Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio,
Federico Del Rosso[271], professore di pandette e gius canonico in Pisa.
Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti
domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta _de' padri e delle
madri di famiglia_, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato
Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di
un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto
commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e
avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra
l'altre cose l'uso delle cambiali.
Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di
Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del
Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di
Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di
cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere
gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca
libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui
privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon
punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual
cosa Luigi Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il
Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'_Antologia_, e di
talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e
antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di
Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero
certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non
convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che
pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista
pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il
Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel _Saggio di una storia
universale_ dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone
_Chiare fresche e dolci acque_.
Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano
Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo
scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in
Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica
nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche
discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe
vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di
lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte
fatiche„.
Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de'
vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'_Antologia_ il
maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno
stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico
della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le
conosceva senza neppur riguardarle[283].
*
* *
Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran
numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e
dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato,
e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il
lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me —
scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto,
non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la
_imboccatura_ degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui
non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse
gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di
lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la
testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla
lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle
differenze d'origine di condizioni e di idee: se in altri scorgeva
comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e
facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità
sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e
l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí
scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era
possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al
giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un
innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che
circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde
nuove.
Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la
sua _Storia_ lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò
le altre volte: ma il suo nome nell'_Antologia_ rincontrasi raro. Piú
operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che
scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu
aiutato da lui: e operoso per l'_Antologia_, fin dal marzo, fu il
dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288]
trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.
Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux
li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse
Raffaello.[289] Piú sollecito l'altro ogni due o tre mesi diede notizie
copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e
tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al
Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un
giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente
esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.
Ha l'_Antologia_ nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri
non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze
fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione
rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle
altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi
che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli
stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo
conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione
delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo
volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.
Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati,
i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché,
senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che
ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe
nell'agosto il primo scritto di Pietro Capei[296], che sempre trattò le
cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per
mezzo dell'_Antologia_ fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole
per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre
scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando
Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la
vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore
Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e
dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il
Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i
conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo
fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il
Romagnosi nell'_Antologia_ amicamente indirizza cinque lettere[299], ove
espone le idee capitali della sua _Introduzione allo studio del Diritto
pubblico universale_; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come
l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto
nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il
Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come
“esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle
cose umane„.
*
* *
Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare
“all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei
“dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima
sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con
desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, _quando ego te aspiciam!_„.
E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati
dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare,
vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro!
Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe,
si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di
lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'_Antologia_ il decimo
volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo
lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si
era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il
prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo
farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal
Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri
l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che
lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente,
anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del _suo_ Pindemonte,
e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro
articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non
sanno, è che _gratis_ usava de' libri del _Gabinetto_, e _gratis_
riceveva l'_Antologia_. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro
ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente
libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte
egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima
tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era,
forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe
opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del
maestro suo Melchior Cesarotti[311].
Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da
Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo
vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli
chiamava[313] _complimento_ a Monsignor Toschi: e anch'egli come il
Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il
principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia,
“nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli
trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici
e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero
paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux
lo pregò di onorare del suo nome l'_Antologia_, nel primo suo scritto
pubblicamente chiamava[316] _felice_ e _fortunatissima_ la Toscana. Piú
o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in
questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle
lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In
essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e
senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra
di chi riacquista la salute perduta.
Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317]
dell'_Antologia_ e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta
di prosatori italiani, e per l'_Antologia_ molte cose prometteva di suo.
“Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene —
scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'_Antologia_. Vorrei
che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior
giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un
bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al
Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per
l'_Antologia_ e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo
lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse
godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al
Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'_Antologia_ di
Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si
conosce del ben dire e del buon pensare„.
Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una
lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani,
discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la
robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu
messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322]
miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra
gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o
cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche
dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui
tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„,
derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani,
non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per
compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio
universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel
“puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso,
diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del
Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto
nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana
dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al
pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran
peccato!„
Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli
diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché
fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici
ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco
diede all'_Antologia_, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori.
Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo
breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi
perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era
tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare
l'_imprimatur_ censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche
altra cosa al Vieusseux: una _memoria_ su lo _Spasimo_ di Raffaello, che
fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328]
al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto
la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa
ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era
“disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la
censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la _Salve regina_, non volle
al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome
nell'_Antologia_ non comparve mai piú.
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