Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'_Antologia_ in

Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e

recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la

prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del

Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro

Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre

cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una

_memoria_ diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire

possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il

migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede

di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il

nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in

quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere,

rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava

infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi

fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a'

leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il

Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in

Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi,

divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250],

che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in

quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da

potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere,

si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove

scriverebbe per l'_Antologia_, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose

geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano

nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú

lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore

per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze.

“Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il

Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della

polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il

permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi

giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé

solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo

cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva

Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo

dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui,

sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava

tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a

vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'_Antologia_. Fin

da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove

tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne

cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva

a piene mani raccolto nel _Conciliatore_ lombardo. “A' miei occhi — egli

scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano

Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in

quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso

propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio

e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel

terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente —

disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste

avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de'

vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i

fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della

gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine

l'_Antologia_„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli,

che il Pieri diceva _testa avventata_, si dava interamente allo studio

della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle

eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era

che dell'_Antologia_ il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché

questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi

scritti[258], e che la fortuna dell'_Antologia_ dovevasi a lui in buona

parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era

ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di

verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua

lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In

quelle sue _riviste_ egli scorreva dieci, venti scritti per volta,

venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti

cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante,

indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano.

Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se

non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel

povero _Paul Louis_ Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da

giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente:

diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la

dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse.

Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un

pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento

nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da

tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché

lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli

antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262],

postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il

filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da

porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non

tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264]

certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni

corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non

dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e

scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i

tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora

mia sorella, la quale, ricevendo qui l'_Antologia_, è molto contenta

ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri

altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi

ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al

Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto

nell'_Antologia_, e vorrei che su le _Passeggiate_, senza complimenti,

dicesse _tutta la verità_....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani,

vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli

non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non

so dove questo diavolo d'uomo (_ce diable d'homme_) vada a pescare tutto

ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue

_riviste letterarie_„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose

che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi

all'_Antologia_ alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il

Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

*

* *

Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'_Antologia_ Tommaso

Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio,

Federico Del Rosso[271], professore di pandette e gius canonico in Pisa.

Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti

domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta _de' padri e delle

madri di famiglia_, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato

Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di

un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto

commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e

avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra

l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di

Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del

Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di

Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di

cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere

gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca

libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui

privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon

punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual

cosa Luigi Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il

Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'_Antologia_, e di

talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e

antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di

Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero

certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non

convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che

pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista

pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il

Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel _Saggio di una storia

universale_ dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone

_Chiare fresche e dolci acque_.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano

Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo

scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in

Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica

nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche

discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe

vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di

lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte

fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de'

vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'_Antologia_ il

maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno

stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico

della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le

conosceva senza neppur riguardarle[283].

*

* *

Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran

numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e

dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato,

e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il

lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me —

scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto,

non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la

_imboccatura_ degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui

non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse

gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di

lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la

testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla

lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle

differenze d'origine di condizioni e di idee: se in altri scorgeva

comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e

facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità

sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e

l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí

scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era

possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al

giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un

innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che

circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde

nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la

sua _Storia_ lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò

le altre volte: ma il suo nome nell'_Antologia_ rincontrasi raro. Piú

operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che

scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu

aiutato da lui: e operoso per l'_Antologia_, fin dal marzo, fu il

dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288]

trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux

li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse

Raffaello.[289] Piú sollecito l'altro ogni due o tre mesi diede notizie

copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e

tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al

Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un

giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente

esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'_Antologia_ nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri

non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze

fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione

rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle

altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi

che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli

stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo

conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione

delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo

volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati,

i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché,

senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che

ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe

nell'agosto il primo scritto di Pietro Capei[296], che sempre trattò le

cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per

mezzo dell'_Antologia_ fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole

per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre

scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando

Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la

vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore

Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e

dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il

Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i

conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo

fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il

Romagnosi nell'_Antologia_ amicamente indirizza cinque lettere[299], ove

espone le idee capitali della sua _Introduzione allo studio del Diritto

pubblico universale_; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come

l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto

nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il

Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come

“esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle

cose umane„.

*

* *

Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare

“all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei

“dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima

sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con

desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, _quando ego te aspiciam!_„.

E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati

dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare,

vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro!

Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe,

si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di

lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'_Antologia_ il decimo

volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo

lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si

era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il

prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo

farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal

Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri

l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che

lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente,

anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del _suo_ Pindemonte,

e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro

articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non

sanno, è che _gratis_ usava de' libri del _Gabinetto_, e _gratis_

riceveva l'_Antologia_. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro

ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente

libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte

egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima

tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era,

forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe

opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del

maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da

Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo

vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli

chiamava[313] _complimento_ a Monsignor Toschi: e anch'egli come il

Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il

principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia,

“nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli

trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici

e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero

paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux

lo pregò di onorare del suo nome l'_Antologia_, nel primo suo scritto

pubblicamente chiamava[316] _felice_ e _fortunatissima_ la Toscana. Piú

o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in

questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle

lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In

essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e

senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra

di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317]

dell'_Antologia_ e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta

di prosatori italiani, e per l'_Antologia_ molte cose prometteva di suo.

“Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene —

scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'_Antologia_. Vorrei

che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior

giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un

bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al

Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per

l'_Antologia_ e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo

lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse

godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al

Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'_Antologia_ di

Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si

conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una

lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani,

discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la

robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu

messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322]

miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra

gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o

cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche

dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui

tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„,

derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani,

non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per

compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio

universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel

“puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso,

diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del

Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto

nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana

dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al

pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran

peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli

diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché

fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici

ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco

diede all'_Antologia_, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori.

Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo

breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi

perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era

tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare

l'_imprimatur_ censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche

altra cosa al Vieusseux: una _memoria_ su lo _Spasimo_ di Raffaello, che

fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328]

al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto

la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa

ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era

“disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la

censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la _Salve regina_, non volle

al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome

nell'_Antologia_ non comparve mai piú.

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L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 5 / 36 段