dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva
impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti
già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la _Rivista
enciclopedica_, giornale notissimo. E consigliava servirsi
principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il
vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'_Antologia_
venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi
scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal
tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese,
intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi
mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era
veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva
un _avvertimento_[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel
quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni
zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la
massima adottata in su 'l nascere dell'_Antologia_, e a dar luogo anche
ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori:
“incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima,
pervenutaci da una città di questo granducato„.
La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele
Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto
volume della _Proposta_; e pur notando che il libro era “sparso di
paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi
dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato
accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro
si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„.
Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico
potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma
“senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la
causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi
sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a
ricambiarli„.
Cosí l'_Antologia_ levava la prima voce in una controversia tanto
agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti
irrompenti, era voce dignitosa e serena.
Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le
facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l _Viaggio in
Italia_ di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui
non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i
fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però
occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il
Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a'
lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva
aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era
pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli
originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali
di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché
dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.
L'_Antologia_ pigliava ardire: simile in questo all'infante che già
sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e
cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese
Cosimo Ridolfi, con alcuni _Pensieri intorno ai fenomeni
elettromagnetici_, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause
nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago
magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come
disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di
disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del
Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la
legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su
le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle
Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di _Ellenofilo_,
alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.
Né solo delle nostre produzioni l'_Antologia_ giudicava, ma già delle
straniere: in un articolo[181], il Niccolini diceva franco il suo
pensiero su' _Rudimenti di filosofia morale_ dello Stewart, né
favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare
qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura
italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi
compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla _Storia dei
Francesi_[183].
Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del
Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti
morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla
giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure
l'_Antologia_ s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto
dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185]
su la _Proposta_ del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che
volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'_Antologia_, tanto
piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo
quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E
vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con
tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli
argomenti„.
La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed
era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il
Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a
scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e
diffusione de' _lumi_, prima che il suo giornale godesse generalmente di
buona riputazione, e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de'
governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare,
prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.
Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe
riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto,
erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi
compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'_I_ e l'_O_,
leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero
nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano
Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due
_errata-corrige_ sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli,
si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi
il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli
accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli
imaginava, co 'l Monti.
Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava
tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose
filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto
nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò
che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la
prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal
principio, essere quello che fu piú tardi; ma aveva in sé tutte le
promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.
Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi
de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di
Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni
Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta.
Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de'
suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i
nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti
imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano,
rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova
direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si
serbasse il nome di _Antologia_, cui si aggiungerebbe quello di
_giornale italiano di lettere scienze ed arti_, e a lui si serbasse
piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero
fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux
accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di
conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al
guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio
di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il
tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del
Vieusseux.
E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí
innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore
complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma
Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo
stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua
_Antologia_ mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il
migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'_Antologia_ non
solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e
fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se
nel mese di giugno del 1821 nella _Rivista enciclopedica_ era
scritto[196] che l'_Antologia_, traducendo e pubblicando articoli
stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era
detto[197] che l'_Antologia_ conteneva articoli interessantissimi, e che
dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre
nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.
Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se
l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né
il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva,
né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi
sufficiente compenso. L'_Antologia_ giungeva, è pur vero, in molti
luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle
comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî
postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí
la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e
ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da
Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro
paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono
quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi
profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di
libri, ed anche della sua _Antologia_, ove io pure sono associato„. E
piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi:
“.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò
pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di
cento erano allora gli associati, e l'_Antologia_ costava all'anno 36
lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano
giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux:
e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta
due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli
affari, in somma, andavano cosí male, che il Vieusseux sentí in
coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il
Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella
pubblicazione dell'_Antologia_; non parendogli giusto che questi
sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto
tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di
ricavare un utile qualsiasi[200].
Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le
difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo
nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle
condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux
persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e
di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato
all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato
il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era
come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice,
e tra le lacrime le sorride.
Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di
pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava
nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non
sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse
pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie
conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno
un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, voi vi siete in tal
modo identificato co' vostri affari, che siete l'_Antologia_
personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a
trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze
il Direttore dell'_Antologia_„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il
Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'_Antologia_, e
posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole,
meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta
piú poesia che non in versi parecchi.
CAP. II.
Lo sviluppo dell'_Antologia_
Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'_Antologia_. — Le
grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via
superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in
Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. —
G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.
Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza
operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi
all'_Antologia_ traduzioni da giornali stranieri, poi scritti suoi
originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni
d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale
tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria,
poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il
trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore
pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità
elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la
_Pulzella d'Orléans_ e presentare a' Georgofili un nuovo modello
d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio
Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] _il cosmopolita_.
Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre
Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad
esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si
mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in
numero da farne piú che un volume ha l'_Antologia_ scritti suoi (benché
assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri
piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non
fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con
ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e
commedie, meglio che attendere con tutto l'ardore agli studî di critica
e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni
meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni.
Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei
stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie
non ne vale la pena....„.
Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede
all'_Antologia_ Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso;
ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte:
cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in
meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto.
Non molto, invece, scrisse per l'_Antologia_ il Niccolini[213]; ma fu
tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne'
primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto
di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi
suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande
diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra
_Antologia_? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su
_Michelangelo_ viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia
parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non
dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato
dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto
soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.
Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il
professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de'
lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi
ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220]
diligente compilatore del _Bollettino scientifico_, da lui fino al '31
continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del
governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i
lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i
progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e
agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale
l'essere nato marchese e di antica famiglia fu non freno ma sprone a
farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi,
che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo
introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in
una sua lettera con l'amico Vieusseux.
Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il
Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il
De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„,
diede anch'egli tra' primi all'_Antologia_ la sua scienza. E ne' primi
numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge
il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione
del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato
ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un
atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle
millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila
ne aggiunse di nuove.
Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista
Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le
eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel
trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava
rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú
spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di
Castelsalvi; amico al Cuvier, che gli concesse in Parigi aprire un corso
di letteratura italiana; e morí povero.
Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne
corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che
desiderato, nell'_Antologia_ non appare se non solo una volta[228]. Né a
lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere:
“manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta
qualche cosa per l'_Antologia_, che non è un cattivo giornale, e per
certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza
amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere
italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una
volta la sua; l'_Antologia_, che si pubblica qui, non è indegna che
l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani,
per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi,
“obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per
compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione
d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi:
“.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, e me
ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.
Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le
vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al
Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi
numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi
e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non
inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e
conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della _Proposta_
con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte
intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo
dell'_Antologia_ ma del tempo.
Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo
suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al
Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non
pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di
proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive
necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via
per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui
augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore
Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'_Antologia_; e
delle altrui innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne
propose.
Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età
già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed
ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani
que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande:
e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani,
che _soli_ avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non
gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo
giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che
quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo
degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che
quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una
città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di
municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto
l'_Antologia_ si levasse.
*
* *
Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237]
aver egli speranza che in breve l'_Antologia_ diverrebbe “tutta
nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a
inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„;
pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'_Antologia_
come “una collezione nazionale„. Primo rispose all'invito con un
giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che
anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai
letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e
recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la
lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà
dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che,
fin dal gennaio del '22, diede all'_Antologia_ Emmanuele Repetti[240];
ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche
discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto,
tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il
valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non
creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242].
Di pratiche agrarie scrisse nell'_Antologia_, anch'egli tra' primi,
Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo
colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e
d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa,
per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí co 'l Vieusseux, che
pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per
vero gran cosa.