Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far dimenticare: un

_alberetto della libertà_, presso la fonte della piazza non chiamata

allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi:

“_Piccolo son, ma crescerò sull'Arno_„[120]: e di giacobino ardente

convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando

a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú

tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie.

Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, _segretarii di Stato_,

erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don

Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto

economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio

dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la

Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di

qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e

dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando,

spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in

Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma

perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue

convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della

rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo

toscano dormiva il suo sonno tranquillo.

Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del

narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva

il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il

toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva

tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva

tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva

poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la

Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli

di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva

trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità

del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie,

chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni

dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa,

Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte

il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo

guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di

Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto

epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica

accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti

fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da

richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne

di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i

carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia

furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi

saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i

muscoli tra rivi di sangue[124].

Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in

possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta

chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel

giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato

d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace

del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria

obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di

“legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di

costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i

ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco

si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto

raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza,

non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e

instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di

proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di

pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo

toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî,

si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi

paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra

era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia

l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte

delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori

patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel

cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso _pensare_ ed _agire_: vi si leggevano

libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri

luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si

dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo

stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il _Gabinetto_ del

Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno

simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le

calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di

voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per

l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini

viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che

era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli

spettacoli della _Pergola_, ma di politica. Bastava non gridar troppo

forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben

inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure

libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso

terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della

vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un

paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende

politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era

stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129]

ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque

lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare,

e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa,

per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse,

si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che

nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa

veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci.

Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno

con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî

sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto

giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto

li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per

quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli

scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine,

comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di

tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per

lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur

giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non

lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„

che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„

di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur

ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola

si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone

opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso

magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„.

“Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

[Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX

(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)]

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano

in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché

dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e

tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo —

scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in

Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete

prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo

seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo

s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il

vostro paese _Italia_...., e date mano a rendergli tutti quei servigi

che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si

era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi

quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita;

assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a

lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani,

promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da

Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la

pubblicazione, e lo incitava all'impresa.

Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo

l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di

Nuovo ridavano la vita al vecchio _Giornale dei letterati_: eppure, il

conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino

Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le

cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a

lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava

la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io

_era_ volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma

“venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé

stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú

nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e

modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne

personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore;

e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una

“pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel

mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un

pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella

potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma

l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità

letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo

equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e

l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio

alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è

carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su

libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le

fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della

sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni

diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza

l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però

toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E

spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per

sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il

Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un

tratto a sedere su 'l letto, e _Lei vuol fare un giornale a Firenze?_,

esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare

la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché

dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon

d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa,

giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche,

creava la sua _Rivista Enciclopedica_, qualche difficoltà pure a lui

senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee

dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e

rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e

uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi

tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi

necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da

riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il

Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da

soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far

tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la

questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie

grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le

meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le

comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l

Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le

vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare

gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men

facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a

tutto questo.

*

* *

Con una _circolare_[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux,

ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava

ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti

articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani;

raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo:

_Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in

italiano_. E pochi giorni dopo, un _manifesto_ indicava la natura e lo

scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del

Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio

al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti

giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto;

che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che

rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo

intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica

italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far

conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano

scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre

produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte

della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux

al suo giornale il titolo di _Antologia_; forse non gli era ignoto che,

co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro

giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un

elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il

progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era

strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte

trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata.

L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il

giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole

traduzioni, senza accennare che neppur _qualche volta_ avrebbe accolto

articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella

letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel

_manifesto_ affermava, ch'ei non avesse _mai_ avuta l'intenzione di fare

un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria

opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi,

fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare

in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva

innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del

pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143]

avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano

permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a

raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali

stranieri.

L'_Antologia_, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un

_Proemio_ di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le

restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo

svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote

alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del

giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori,

senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con

che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i

compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli

stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della _Rivista

enciclopedica_. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro

giornale[145], que' dell'_Antologia_ dichiaravano preferire quelli

scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale,

per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra

loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la

prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la

seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e

letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele

Leoni, il _Discorso_ all'Accademia francese, e le _Riflessioni_ intorno

all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier;

alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso

De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla _Rivista enciclopedica_,

traduceva[149] l'articolo su la _Raccolta_ di elogi storici dal Cuvier

detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il _Discorso_[150] del

prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un

giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan:

Ferdinando Orlandini le _Lettere_ su l'economia[152] di S. James, e i

ragguagli bibliografici[153] dalla _Rivista enciclopedica_. E dalla

stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della

_Maria Stuarda_ dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'_Antologia_ attingeva, era

la _Rivista_ parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie

parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante

nell'_Antologia_ perché comprendeva gli articoli originali. Anche in

questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella

tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi;

quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le

migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla

natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua

_Rivista enciclopedica_; questa, a sua volta venuta in fama, il

Vieusseux tolse a modello per fondare la sua _Antologia_.

*

* *

Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli

entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe

bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare

il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non

con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale

giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il

giudizio della _Biblioteca italiana_[156]. Dopo avere affermato che in

Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora

aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché

niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile

ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente

maligno, diceva bensí che il _Gabinetto letterario_ era “il piú

ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi,

“veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente

carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un

giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma

convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le

persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo

trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era

“pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine

proporzioni). In una nota poi biasimava il _Proemio_, “di 9 (_sic_)

meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso

accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella _Biblioteca_:

“l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno

dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel

discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione

maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non

recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto

nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri

giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'_Antologia_,

sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può

mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra

provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano,

di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava

anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi

facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per

molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per

essere quello a cui mirava.

“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato

il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo

onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella

sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo

annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli

ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere

la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui

invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero

veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura

in que' due uomini profondamente diversa.

*

* *

Nel secondo quaderno, dal _Giornale d'educazione_ di Francia l'Orlandini

traduceva un _discorso_[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione

elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle

_Lettere normanne_. Ma la parte maggiore era data alla _Rivista

enciclopedica_: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una _notizia_[163]

su 'l signor di Volney; il Giovannini, un _ragguaglio_[164] su la

Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo

fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una

parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del

Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco _Kunstblatt_,

di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo,

composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 3 / 36 段