_alberetto della libertà_, presso la fonte della piazza non chiamata
allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi:
“_Piccolo son, ma crescerò sull'Arno_„[120]: e di giacobino ardente
convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando
a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú
tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie.
Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, _segretarii di Stato_,
erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don
Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto
economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio
dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la
Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di
qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e
dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando,
spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in
Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma
perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue
convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della
rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo
toscano dormiva il suo sonno tranquillo.
Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del
narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva
il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il
toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva
tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva
tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva
poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la
Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli
di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva
trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.
Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità
del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie,
chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni
dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa,
Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte
il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo
guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di
Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto
epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica
accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti
fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da
richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne
di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i
carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia
furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi
saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i
muscoli tra rivi di sangue[124].
Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in
possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta
chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel
giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato
d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace
del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria
obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di
“legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di
costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i
ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco
si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto
raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza,
non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e
instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di
proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di
pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo
toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî,
si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi
paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra
era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia
l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte
delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori
patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel
cielo d'Italia.
Sotto quel cielo era permesso _pensare_ ed _agire_: vi si leggevano
libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri
luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si
dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo
stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il _Gabinetto_ del
Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno
simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le
calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di
voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per
l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini
viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che
era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli
spettacoli della _Pergola_, ma di politica. Bastava non gridar troppo
forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben
inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.
Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure
libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso
terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della
vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un
paradiso terrestre.
Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende
politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era
stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129]
ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque
lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare,
e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa,
per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse,
si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che
nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa
veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci.
Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno
con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî
sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto
giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto
li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per
quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli
scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine,
comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di
tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per
lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur
giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non
lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„
che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„
di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur
ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola
si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone
opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso
magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„.
“Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.
[Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX
(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)]
Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano
in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché
dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e
tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo —
scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in
Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete
prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo
seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo
s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il
vostro paese _Italia_...., e date mano a rendergli tutti quei servigi
che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si
era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi
quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita;
assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a
lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani,
promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da
Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la
pubblicazione, e lo incitava all'impresa.
Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo
l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di
Nuovo ridavano la vita al vecchio _Giornale dei letterati_: eppure, il
conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino
Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le
cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a
lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava
la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io
_era_ volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma
“venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé
stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú
nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e
modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne
personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore;
e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una
“pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel
mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un
pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella
potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma
l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità
letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.
Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo
equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e
l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio
alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è
carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su
libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le
fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della
sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni
diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza
l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però
toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E
spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per
sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il
Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un
tratto a sedere su 'l letto, e _Lei vuol fare un giornale a Firenze?_,
esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare
la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché
dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon
d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa,
giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.
Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche,
creava la sua _Rivista Enciclopedica_, qualche difficoltà pure a lui
senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee
dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e
rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e
uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi
tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi
necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da
riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il
Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da
soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far
tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la
questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie
grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le
meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le
comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l
Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le
vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare
gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men
facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a
tutto questo.
*
* *
Con una _circolare_[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux,
ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava
ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti
articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani;
raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo:
_Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in
italiano_. E pochi giorni dopo, un _manifesto_ indicava la natura e lo
scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del
Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio
al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti
giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto;
che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che
rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo
intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica
italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far
conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano
scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre
produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte
della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.
Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux
al suo giornale il titolo di _Antologia_; forse non gli era ignoto che,
co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro
giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un
elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il
progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era
strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte
trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata.
L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il
giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole
traduzioni, senza accennare che neppur _qualche volta_ avrebbe accolto
articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella
letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel
_manifesto_ affermava, ch'ei non avesse _mai_ avuta l'intenzione di fare
un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria
opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi,
fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare
in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva
innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del
pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143]
avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano
permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a
raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali
stranieri.
L'_Antologia_, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un
_Proemio_ di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le
restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo
svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote
alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del
giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori,
senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con
che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i
compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli
stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della _Rivista
enciclopedica_. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro
giornale[145], que' dell'_Antologia_ dichiaravano preferire quelli
scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale,
per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra
loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.
Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la
prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la
seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e
letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele
Leoni, il _Discorso_ all'Accademia francese, e le _Riflessioni_ intorno
all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier;
alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso
De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla _Rivista enciclopedica_,
traduceva[149] l'articolo su la _Raccolta_ di elogi storici dal Cuvier
detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il _Discorso_[150] del
prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un
giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan:
Ferdinando Orlandini le _Lettere_ su l'economia[152] di S. James, e i
ragguagli bibliografici[153] dalla _Rivista enciclopedica_. E dalla
stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della
_Maria Stuarda_ dello Schiller.[154]
Come ben si vede, il fonte principale a cui l'_Antologia_ attingeva, era
la _Rivista_ parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie
parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante
nell'_Antologia_ perché comprendeva gli articoli originali. Anche in
questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella
tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi;
quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le
migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla
natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua
_Rivista enciclopedica_; questa, a sua volta venuta in fama, il
Vieusseux tolse a modello per fondare la sua _Antologia_.
*
* *
Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli
entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe
bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare
il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non
con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale
giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il
giudizio della _Biblioteca italiana_[156]. Dopo avere affermato che in
Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora
aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché
niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile
ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente
maligno, diceva bensí che il _Gabinetto letterario_ era “il piú
ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi,
“veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente
carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un
giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma
convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le
persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo
trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era
“pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine
proporzioni). In una nota poi biasimava il _Proemio_, “di 9 (_sic_)
meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso
accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella _Biblioteca_:
“l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno
dormito questi ultimi cinque anni„.
Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel
discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione
maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non
recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto
nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri
giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'_Antologia_,
sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.
Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può
mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra
provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano,
di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava
anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi
facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per
molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per
essere quello a cui mirava.
“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato
il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo
onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella
sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo
annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli
ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere
la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui
invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero
veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura
in que' due uomini profondamente diversa.
*
* *
Nel secondo quaderno, dal _Giornale d'educazione_ di Francia l'Orlandini
traduceva un _discorso_[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione
elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle
_Lettere normanne_. Ma la parte maggiore era data alla _Rivista
enciclopedica_: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una _notizia_[163]
su 'l signor di Volney; il Giovannini, un _ragguaglio_[164] su la
Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo
fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una
parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del
Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco _Kunstblatt_,
di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo,
composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.