accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più
stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea
condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»
_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte
della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla
pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi
regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia
rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I
plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860
s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele
II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.
Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini
che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro
vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed
è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone.
Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.
Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti
intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai
la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini
che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli,
Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano
così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento
della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della
unità nazionale.
Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta
all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui.
Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche
più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro,
rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti
accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici.
Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe
che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi,
che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico
istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di
tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi
aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e
la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione.
E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la
nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando
pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro
sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti
verso le presenti miserie e meno pessimisti.
Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli
errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni
di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60.
Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica,
che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di
veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto
di queruli, di critici e di mediocri.
Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.
Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.
La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella
piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle
industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del
'59 e del '60.
IL RE GALANTUOMO
(1849-1859)
CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.
Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re
e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di
Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran
state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi
d'oltraggi e di sangue.
Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma,
pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva
dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si
accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in
tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie
civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il
popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava:
la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età
poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva
fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere,
si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante
un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo
incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.
Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria:
volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino.
Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande
cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e
tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano
ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che
dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli
altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la
sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano
la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non
sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto,
cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano
numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o
stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al
sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima
ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante,
incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata
ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il
vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e
possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente
difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della
vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e
fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra
fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere
avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da
Alessandria e da Genova.
E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in
quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente
potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla
indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e
nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri,
artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e
impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta
della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli
austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono:
lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato,
supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una
vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia
del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere,
tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i
nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta,
minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra
e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento
abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce
dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani
rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un
coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.
Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir
parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva
uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano
incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza.
Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni
dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che,
nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto
innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali,
il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna,
in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che
rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono
votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio
di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle
arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta.
Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere
la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei
sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul
campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa
corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono
più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio,
mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui,
gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando
quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura
e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e
lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli
astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non
ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori,
batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei
morenti.
Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più
rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così
chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»
E partì verso la morte.
*
* *
Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane,
che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul
campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era
che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in
quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede.
Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori
compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,»
avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli
attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi
uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una
parola.
Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo
pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi
chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze,
fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più
efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico
mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni
si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A
questo debito noi non abbiamo fallito.
Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore,
di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le
istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei
popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla
nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»
Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire
con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale.
Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i
pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati,
qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un
grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il
vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo
volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e
gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re,
desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la
regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva
bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi
l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser
mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi
siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo
vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido
e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso
tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli,
nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a
questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno
imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata
e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i
perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli
che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun
sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati.
Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete
giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e
per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii,
l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato
e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare
come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia.
Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente
patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra
le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i
principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che
ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo
trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto
nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro
destino.»
«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come
principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia
e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso
dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono
a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire.
Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non
tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li
compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per
stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre,
per crescermi di potenza.»
E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel
vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione
indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo
capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui
chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed
era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza,
l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente
italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa
ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra
piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui
si curvava il tempo mortale.
In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta
l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.
Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite
cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci
avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele
incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e
un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo
aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna
esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue
e l'amore della patria.
*
* *
Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il
generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera
salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e
per rincominciare.»
Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di
Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva
la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee
e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire
dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella
metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa
una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione
di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato
al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle
recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più
disperati.
Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo
Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo
Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia
cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge,
appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare,
senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul
trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare
che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto
che si dà sempre ai Sovrani.
Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua
negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare
tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo
intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non
piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava
la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro
tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera,
indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori
aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era
impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera
compiere.
Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo,
Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio.
E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte
vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a
persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi
a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio
quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano
il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor
signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro
desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse
in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un
quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e
vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli
fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi,
ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li
meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più
avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo
ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si
votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati
che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che
v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed
estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica;
più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso
di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si
accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del
Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare,
colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa
si sfogava l'ira) dice:
— Vorrei sapere chi è quel signore!
— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._
— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi?
— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ —
E poi vòlto alla Camera:
— Messieurs.... — egli incomincia.
— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la
parola. —
E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.
Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno,
sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai
traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo
guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità
disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo,
dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente
Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo
di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi
non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro,
vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo,
spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso
ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico,
l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il
giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a
Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai
rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua
nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella
pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle
agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che
si voleva continuasse.
La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un
avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai
diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della
politica.
Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento
della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore
penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come
se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla
patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose
collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a
penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che
Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva
minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo,
il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui.
Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano
al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano,
chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e
paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio
di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_
al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra
un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva
mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la
sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli
anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a
una grande e incrollabile fermezza.