Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente

accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più

stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea

condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»

_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte

della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla

pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi

regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia

rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I

plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860

s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele

II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.

Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini

che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro

vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed

è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone.

Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.

Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti

intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai

la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini

che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli,

Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano

così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento

della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della

unità nazionale.

Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta

all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui.

Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche

più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro,

rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti

accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici.

Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe

che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi,

che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico

istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di

tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi

aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e

la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione.

E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la

nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando

pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro

sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti

verso le presenti miserie e meno pessimisti.

Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli

errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni

di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60.

Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica,

che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di

veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto

di queruli, di critici e di mediocri.

Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.

Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.

La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella

piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle

industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del

'59 e del '60.

IL RE GALANTUOMO

(1849-1859)

CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.

Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re

e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di

Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran

state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi

d'oltraggi e di sangue.

Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma,

pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva

dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si

accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in

tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie

civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il

popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava:

la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età

poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva

fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere,

si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante

un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo

incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.

Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria:

volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino.

Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande

cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e

tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano

ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che

dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli

altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la

sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano

la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non

sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto,

cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano

numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o

stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al

sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima

ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante,

incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata

ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il

vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e

possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente

difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della

vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e

fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra

fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere

avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da

Alessandria e da Genova.

E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in

quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente

potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla

indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e

nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri,

artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e

impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta

della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli

austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono:

lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato,

supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una

vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia

del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere,

tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i

nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta,

minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra

e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento

abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce

dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani

rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un

coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.

Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir

parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva

uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano

incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza.

Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni

dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che,

nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto

innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali,

il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna,

in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che

rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono

votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio

di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle

arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta.

Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere

la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei

sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul

campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa

corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono

più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio,

mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui,

gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando

quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura

e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e

lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli

astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non

ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori,

batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei

morenti.

Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più

rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così

chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»

E partì verso la morte.

*

* *

Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane,

che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul

campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era

che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in

quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede.

Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori

compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,»

avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli

attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi

uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una

parola.

Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo

pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi

chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze,

fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più

efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico

mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni

si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A

questo debito noi non abbiamo fallito.

Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore,

di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le

istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei

popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla

nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»

Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire

con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale.

Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i

pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati,

qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un

grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il

vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo

volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e

gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re,

desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la

regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva

bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi

l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser

mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi

siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo

vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido

e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso

tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli,

nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a

questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno

imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata

e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i

perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli

che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun

sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati.

Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete

giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e

per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii,

l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato

e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare

come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia.

Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente

patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra

le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i

principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che

ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo

trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto

nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro

destino.»

«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come

principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia

e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso

dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono

a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire.

Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non

tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li

compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per

stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre,

per crescermi di potenza.»

E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel

vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione

indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo

capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui

chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed

era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza,

l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente

italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa

ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra

piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui

si curvava il tempo mortale.

In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta

l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.

Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite

cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci

avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele

incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e

un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo

aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna

esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue

e l'amore della patria.

*

* *

Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il

generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera

salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e

per rincominciare.»

Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di

Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva

la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee

e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire

dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella

metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa

una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione

di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato

al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle

recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più

disperati.

Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo

Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo

Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia

cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge,

appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare,

senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul

trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare

che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto

che si dà sempre ai Sovrani.

Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua

negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare

tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo

intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non

piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava

la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro

tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera,

indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori

aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era

impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera

compiere.

Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo,

Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio.

E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte

vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a

persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi

a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio

quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano

il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor

signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro

desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse

in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un

quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e

vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli

fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi,

ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li

meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più

avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo

ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si

votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati

che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che

v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed

estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica;

più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso

di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si

accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del

Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare,

colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa

si sfogava l'ira) dice:

— Vorrei sapere chi è quel signore!

— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._

— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi?

— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ —

E poi vòlto alla Camera:

— Messieurs.... — egli incomincia.

— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la

parola. —

E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.

Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno,

sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai

traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo

guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità

disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo,

dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente

Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo

di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi

non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro,

vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo,

spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso

ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico,

l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il

giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a

Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai

rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua

nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella

pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle

agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che

si voleva continuasse.

La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un

avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai

diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della

politica.

Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento

della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore

penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come

se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla

patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose

collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a

penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che

Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva

minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo,

il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui.

Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano

al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano,

chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e

paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio

di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_

al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra

un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva

mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la

sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli

anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a

una grande e incrollabile fermezza.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 1 Quarta serie - Storia · 第 5 / 6 段