combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono
scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da
una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato
sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore.
Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza
dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca.
Questa è vera gloria!
Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta
costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si
appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono
lugubremente illuminate dagli incendî.
S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato
di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar
dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era
follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata
più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato
un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il
popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler
combattere ancora.
Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda
libertà italiana!
Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il
combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di
titanica lotta.
Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della
battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo.
Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e
dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la
potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia.
Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da
agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero
donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran
chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie
mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di
carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il
Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le
sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste
di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio
cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni
portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato;
le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le
armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente
resisteva.
Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli
incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie
nemica.
A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello,
per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco,
implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che _nulla
d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini_.
Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti?
Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del
loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.
La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi?
Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, _alla bresciana_.
Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me
fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.»
— «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva
gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei
commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti.
Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle
sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia
piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro
popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia
contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e
torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro
ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo
aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva!
mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù
e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che,
alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo
Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che
levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi
prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: _patria e
valore_. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la
fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai
reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto
della l'esistenza disperata nel sangue.
Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino
all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire
dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze
irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi,
di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati,
martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri
ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè
il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri
di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo,
trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti,
sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di
fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il
fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre
massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per
cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo
un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e
scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette,
per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano,
Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh!
esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande,
il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con
fremiti di sangue.
Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la
libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza
ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente.
Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di
resurrezione.
Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua
eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi
martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle
Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero
dominio.
Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca,
pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con
l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro
paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza
d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca
del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali
avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano
smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le
speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione,
e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare
la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con
l'opera, con la parola, con il sangue.
Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e
le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale,
istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare
in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca
dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era
anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia
soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni
con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con
gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le
persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme
di libertà.
La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa,
milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa
il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato
a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti
di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal,
il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il
patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi
mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.
Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche
mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva
sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa
fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di
Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non
è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte
precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita
a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non
si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli
scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in
confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che
miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire
per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero
averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente
entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la
religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che
ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie
magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di
patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità,
dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora
la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà
del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della
virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di
religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno
bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che,
pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo
misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente
rifiutare la vita per la patria adorata.
Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli
animi, anelanti a libertà.
Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle
provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella
Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie,
che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo
straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà.
Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande
della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il
concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia
di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia.
Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe
comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù
di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di
costituirsi in nazione indipendente.
L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni
cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme
di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme
più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non
domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo —
che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada;
noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e
solo vogliamo esser padroni in casa nostra!»
Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica
ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu
appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.
*
* *
Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli,
unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra
di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata
solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo
della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava
che l'_Austria in Italia era stata sempre attendata_.
Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con
l'ansia del desiderio, gli eventi.
E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola,
commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la
gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per
iscuotere i danni e le onte del servaggio!
Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III
si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi
_Cacciatori delle Alpi_. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi
franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30
sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi,
il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como.
Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi
vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno
Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico
delle popolazioni redente.
Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove,
ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito
austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie,
sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe.
Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo
due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio,
il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli
eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita.
All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di
numero, parevano sorridere probabilità di vittoria.
Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un
richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze
e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del
cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.
Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo
l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i
franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto,
e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.
I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su
quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha
per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura
mantovana.
Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone,
e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata
al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono
Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.
Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli
alleati.
I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni
montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre
da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre
guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova
i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal
Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con
grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale
tenacia.
Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a
Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del
grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente
stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per
molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza,
i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata,
l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia
vincevano ovunque.
Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi
s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili,
sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.
Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri
si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le
importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della
Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma
aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato,
senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile
valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte
ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino
e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo
secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che
abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso
contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non
era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava
di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie,
mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck
raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando
scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di
Francia.
Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare
Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della
Scoperta, presto occupata dal generale Durando.
Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il
pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo
con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi
saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle
armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino
premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La
Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del
Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando
scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo
impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da
violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando,
dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle
offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie
nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano
serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: _Savoia_, da migliaia
di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati
d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le
difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le
baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i
sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna
in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri
acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era
stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati
giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!»
Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la
vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue
francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei
austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi,
tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634
e 9290 scomparsi e dispersi.[1]
L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a
raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta,
la giustizia era fatta.
A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di
Villafranca.
Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto
le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un
pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul
Reno.
Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino
avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e
San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo.
Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato
ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle
prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della
Toscana, dell'Emilia.
Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di
Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera
Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che
sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele
«che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero.
Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio
Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise
da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di
resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva:
«Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete
presa.»
Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour,
che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de
Villafranca.»
Sacra antiveggenza del genio!
Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì
resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma
avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la
quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di
popolo.
Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti
italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli
avvenimenti.
Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento
del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio
della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla
Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico
cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso
dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio.
Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour
di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello
spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca
finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola
far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o
Italia!
Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene,
Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava
sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor
della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante
illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce
del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino
all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi.