più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il
pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con
modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella
reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i
popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla
condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno,
legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e
minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro,
con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà.
«Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque
siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono.
Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera
diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente:
ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su
me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che
potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi
di loro.»
Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel
proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati
di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava?
Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno
agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta
leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande
e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano
invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria
immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la
gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era
veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente,
energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un
grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo
il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione
intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare
il Re finalmente lo intese e come doveva rispose.
La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste
istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la
salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la
Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia,
chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato
mentre tutti disperavano?
Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino
apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una
poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti,
il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi
primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che
il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella
fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose
che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori
insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano
natura.
*
* *
Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa,
lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si
possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia
in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde,
si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino,
il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre
crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme,
si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole
che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour,
provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee,
le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni
dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i
biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato
piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al
cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa
di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di
repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si
sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita,
formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in
quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi
contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che
pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare
il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel
fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza
avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili,
sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non
vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole,
e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre
fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono
tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano.
Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re
soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla
e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie
montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com'è l'idolo
dei soldati e degli operai. È Re sul trono, talvolta severo, talvolta
terribile, e il suo sguardo sdegnato è di quelli che non si possono
sopportare: ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza dei modi
e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli
ostacoli, appiana le difficoltà, rompe gl'indugi, fa tutto quello che
vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno,
è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» gli dice o gli scrive:
lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove,
lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto
della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!)
del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette
a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per
reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour
e pone sull'avviso l'amico: _l'empio rivale_, come lo chiamerà poi il
d'Azeglio, batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo tempo»
dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli
altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai
suoi consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non ho difficoltà
a nominarlo, ma questo signore li manderà via tutti.» Si divide con
rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva
battezzato _Re galantuomo_. — Massimo gli disse un giorno: «Ve ne
sono stati così pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe
veramente bello cominciare la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare
il Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra Maestà ha giurato fede
allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di
questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto
un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si
deve stare.» Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il
mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: «Abbiamo il Re
galantuomo.»
Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un
certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente
nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di
Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto
la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di
mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un dibattito,
il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava
l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli
altri credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era pensiero
suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi
impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa;
spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni
della politica, a tutte le necessità d'ordine parlamentare, cercando,
finché gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri,
ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libertà
di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme più
incomodo che fosse al mondo.
La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di già suonata, e il
Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte,
all'Italia. E gli serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di
Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo,
e, così grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che
l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo è
che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale
e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto
per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole
elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del
Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e
fondamentale condizione della sua politica.
E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e
la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per
noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che
sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati
civili: non voleva sapere nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè
di matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni religiose;
e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano
nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie
regine supplicavano «_Ma mère et ma femme_» scriveva il Re «_me font
dire qu'elles se meurent de chagrin à cause de moi: vous comprenez
le plaisir que cela me fait._» E muoiono a pochi giorni di distanza e
muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a
condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono
comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a così
terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi
sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro
Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verità,
di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere
che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa
prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore
e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto
innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa.
E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali
eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia
ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al
rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo
un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e
commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio
e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne la guerra all'Austria
coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al
grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e,
quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone III dalle sue
promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi
morbosa incertezza d'animo, egli grida che farà come suo padre e
rinunzierà alla corona e diventerà puramente e semplicemente _Monsù
Savoia_ e diventerà repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo
sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il
feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia,
manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge:
«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la
terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici
sovvertitori della quiete generale d'Europa.»
E il Re scrive al Cavour:
«Caro Cavour,
«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione di guerra. Credo che
di conferenze non si discorrerà più. Sono pieno d'ira! La prego di
mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone così
concepito: _Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco
dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni._ Caro Cavour, mi scriva
qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.»
E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'_ultimatum_: la Camera
si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati
al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto
ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la
potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi
può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di
questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di
regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto
e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a
combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo
Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il
Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la
prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.»
E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere
austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San
Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca
tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza,
egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano
atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo
videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e
questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e
mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento
italiano lo consacrava Re d'Italia.
*
* *
Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della
nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè
la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa
concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva
divinato nelle stupende pagine del _Rinnovamento_ Vincenzo Gioberti, lo
aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva
e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva
intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio
Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo:
e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi.
Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si
sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva.
Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il
protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì
per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono
Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco
perchè questa gloria è immortale.
NOTA:
[1] _Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au
dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le
général Blondel._ Paris, Imprimerie Impériale, 1863.
INDICE
Federazione e Unità Pag. 5
Gli eroi della Rivoluzione 41
Dalle dieci giornate di Brescia alla
battaglia di San Martino 75
Il Re galantuomo 105
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.