da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane
dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me
non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere
una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia
ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio
di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il
reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che
la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte
fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la
rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro,
che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo
è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il
popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà
libero.»
La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono
che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese
è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero
questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai;
invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di
cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia
parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe
immediatamente gigante.»
Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore
e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non
ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo,
e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il
plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto,
ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita
consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo
i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto
di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo
non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di
pensarlo.»
Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano
incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio
paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse;
la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro,
e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di
partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse
chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea.
Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera
quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana;
combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione
italiana.
«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo
che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita.
Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della
mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno
cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun
bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria
trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.»
La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane
andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in
certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale
andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il
quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche
non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti
degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere
chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società.
Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema
politico e i difensori del sistema economico?
Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, nè dire com'essa fu
ideata e con quali mezzi.
Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte
incerte e contando sull'incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo
dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò
a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia
Rubattino. L'incontro con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi così
scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, consenziente il capitano
della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati
politici e riunì in tutto 323 uomini.
Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e
tentativi di rivolta nelle province.
La sera del 29 giugno che il _Cagliari_ operò lo sbarco a Sapri, non
trovò quasi nulla.
Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov'è tanto cielo
e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera
eterna.
Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e
i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che
indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano?
Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa
porpora e della croce d'oro e parlava il linguaggio della passione e
della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro
la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri?
Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare.
Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole
pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata così
giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di
morte traversando quel paesaggio di malinconia.
L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in
moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini,
quando sulla collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie.
Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l'arrivo di truppe
reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi,
lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa
duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi pei
boschi e andare a fare insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli
uomini della spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste
con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in
gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed
egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in
pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era
per essi uno straniero? era un nemico?
Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande:
della spedizione di Garibaldi.
Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di
Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno,
in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione.
Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v'è alcuno che ne
ignori la quasi leggendaria fortuna.
Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in
Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed
entrava in Napoli da trionfatore.
Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? e perchè potè esso
riescire? sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila
soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano
così deboli mezzi.
Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima
la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche
allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e
dei liberali. E si può proprio dire che la spedizione di Ruffo non sia
stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario?
Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa è stata il paese ove
le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici,
in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi
dimenticati, quante audaci imprese, quanti tentativi temerari! Per un
eroe che ricordiamo quale turba anonima di dimenticati, quanti uomini
morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera del
sentimento che fu il movimento per l'unità!
Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e
sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che
nessuno ricorderà più!
L'Italia è stata veramente la terra degli eroi.
Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta
di compierle, e per esse muore, l'Italia è stata la terra sacra degli
eroi.
Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù della nostra gente,
noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza.
Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi?
Perchè in essa era debole il sentimento della responsabilità
individuale; perchè la cultura individuale era bassa; perchè mancava
quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri
paesi più educati, o più fortunati.
Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle
grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva.
Ond'è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza
individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini.
Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi
siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini
può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un
popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è
già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo
ancora le antiche illusioni.
Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli
eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere
i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi
finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti
perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi;
quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E
poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere
quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui
nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo
lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo
le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte,
e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia
eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta
individuale ci sorprende.
Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il
fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re
costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò
che è chiaro, ciò che è evidente.
Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta,
ma che si sia mantenuta.
Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio.
Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche
il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola
rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un
fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare
la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo
dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto,
ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza
o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti
doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute
e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di
creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale,
bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo.
Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo
provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale
è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il
mezzo, ma come lo scopo.
L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che
agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei
grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se
si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri
fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in
realtà esistono.
Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo
da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte,
l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare,
ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia.
Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni
uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono
durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale
delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima
collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è
maggiore.
Pensate invece quale effetto deva avere sopra menti incolte, in cui
fermentano l'odio e la superstizione, l'insegnamento che noi diamo.
Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi
già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli.
Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il lavoro
umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo
quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo;
evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più
grande del presente.
Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in
quarant'anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è
sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo
realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto
più ricchi; molto più colti; molto migliori dei nostri padri.
Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poichè la rassegnazione
supina è dei deboli.
Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità:
l'Italia è stata la terra degli eroi, perchè valea poco.
Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della
loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi
morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza; allora non avremo
più bisogno di eroi: potremo avere grandi statisti, grandi tecnici, se
occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo
avuto, finora.
_Signore, Signori_,
Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno tante volte ricordato,
che il romanziere potente ha divulgato.
Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra
franco prussiana, l'esercito tedesco e l'esercito francese non erano
a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte
aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico
con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano
una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi
pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto
eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza comune e della
vittoria immancabile.
Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche
nella disfatta sentirono scendere nell'anima come una nube di dolore e,
più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non
lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea
un'anima sola.
Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi
abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi?
DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO
CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.
No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia,
con meraviglioso esempio di virtù guerresca, dimostrò come non
bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata
Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.
E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia
rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando
l'Aleardi cantava:
Brescia dai monti fertili di spade
Niobe guerriera de le mie contrade
Lïonessa d'Italia,
e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra
le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava:
Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d'Italia
Beverata nel sangue nemico.
V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero,
breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con
impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa
la più eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione,
la quale, or è mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico
d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè la patria,
nei dì del dolore fortemente sofferto, più santa appare che in quelli
dell'esultanza.
In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che
fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trovò subito in prima linea; e
cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare
la bandiera nazionale sul colle Cidneo.
La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì in breve, e la
tirannide straniera calò ancora tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla
sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i
soldati stranieri rientravano in Brescia.
Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle
fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva
torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e
delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti.
Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo
tricolore, tuttora sventolante su due città gloriose, Roma e Venezia,
e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati
diritti.
Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si
avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione
lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione.
Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella città, apparve,
con una squadra d'armati, araldo di libertà, il prete Boifava, anima di
apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere
per la patria.
La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza
delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga
la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello
dominante, entro le mura la città. E dal Castello, a mezzanotte,
incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde
lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti,
augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese.
Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato,
scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate;
con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque
rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a
distrugger sè stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero.
Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent
correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della città, trovarono
animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare
che Brescia non era preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti
e braccia e ostinata virtù di resistere. Con impeto di prodezza eroica,
i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore
imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato
di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato
e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche.
Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del
Nugent, il quale rivolto ai parlamentari:
«Entrerò in Brescia per amore o per forza.»
A cui lo Speri:
«Per forza, forse: per amore mai.»
Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria.
Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero
traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana,
Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era
sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il
pensiero.
Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra
e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone
tedesco e il martellare delle campane bresciane.
Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti
perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del
nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito.
Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a
Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio.
Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso,
e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai
nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue.
Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia
assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di
lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor
capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati.
Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di
Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello,
insieme con molte milizie.
Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco,
dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva
superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro
le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della
città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile.
I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla
custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le
popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di
ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si
scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si
estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via
nei cinerei vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante
d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio
cielo, dal sole della libertà.
Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello
straniero? Ah! è solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la
giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari.
Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel
micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo
senza dimora la resa della città, minacciando saccheggi e devastazione.
Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza
del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a
brandire le armi,
No, Italia non vide mai un coraggio così determinato.
Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho
partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo
figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti
combattere e ne sentirono orgoglio!
Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone
diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e
la città fu investita da tutte le cinque porte.
La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte
mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava
verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti
salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di
resa.
Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso
una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.»
Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati
bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal
Castello l'epica zuffa.
Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.
Non un colpo andava in fallo.
Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria,
furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti,
sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le
coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi
dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le
pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne
il fiato.