fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si
emancipa per mezzo degli eroi.
«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale,
la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la
storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono
gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la
massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte
le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore
materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri,
che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe
giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.»
Non vi è niente di meno vero.
Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono
stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli
determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di
sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non
possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli
l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime
doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India
o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata
uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto
biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di
milioni di uomini passati da allora per il mondo.
Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque
qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i
quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una
minoranza più audace e più forte.
La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata,
rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della
descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie
terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense
montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita
degli uomini meno importanti.
Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura:
pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie
in cui viviamo.
«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo
viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi,
dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha
traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai
sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo,
perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un
cataclisma.»
Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia
collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di
cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici.
È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci
la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono
grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e
perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.
L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e
dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai.
Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una
specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento
difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche
adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo
sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se
avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi,
e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.
Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto
che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico
Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle
teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali
riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non
riesce nè meno a concepire.
In questo senso vi sono gli eroi.
Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna,
vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi
speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle,
egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di
rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro
è sempre un eroe.
Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male:
cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà
moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande
depressione.
L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero
fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque
l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese
depresso.
Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il
sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero
degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella
Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna!
Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo
che vince o vincerà soggiacciono!
Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la
coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non
ha eroi.
Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono
per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa
disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata
e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era
sempre immensa.
Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno
ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile.
Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il
vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini
marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe
Moltke?
Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia
scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che
guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra.
Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà
è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri,
politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi.
L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non
avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli
fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso.
I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di
sviluppo e di solidarietà.
L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero
di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora
noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano
pure gli abissi.
E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale,
dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura
stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e
sperare nella riuscita di essi.
*
* *
La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno
conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così
inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi
come quelli di Ruffo e di Garibaldi.
Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza
colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati,
pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne
avessimo conosciuti gli attori.
Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto
a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la
libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime,
tante se ne son tentate!
In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi
gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno
imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti!
Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo
finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse
lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo
ora sì come Garibaldi.
Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime
eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria,
poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia
circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice.
Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece
con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era
fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino
al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui
assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di
Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane.
In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi
posteriori.
Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga
fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli
a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata
proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato
nella Sicilia.
Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte,
pareva quasi disperato.
Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che
nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito,
che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava
non era uomo d'armi.
Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia
e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi
fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il
primo nucleo del suo esercito.
Il suo piano era semplice.
Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi
medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della
monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia:
i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe
tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino.
Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione.
Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore
del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un
eroe.
Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non
avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a
riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno?
Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di
parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa
per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse
l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci
parrebbe quasi un uomo divino.
Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva
riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano
predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non
avea quasi nessuno seco, contare su altri?
Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che
avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno
sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I
un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta
sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per
conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di
cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con
_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel
male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso
predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere
un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e
non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale
Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata
a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli
si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per
riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per
riescire.
Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe
raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo.
Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che
importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un
eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi
inverosimile per la causa in cui credeva.
Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla
riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più
grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante
volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali!
Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni
non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una
cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono
borbonico?
Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di
seguire il piano di Ruffo per una causa opposta!
Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco;
furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia
pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali.
Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere
per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il
viaggio trionfale del prelato reazionario!
L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai
rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo
straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi
rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale.
Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia,
che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti
facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi.
La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da
una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri
di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio,
non si conoscono nemmeno.
Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono
strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima
del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla
costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime.
Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono
recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore!
Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella
indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per
inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non
conobbero tutte le difficoltà.
Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi,
le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella
di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani
s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che
avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì.
Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio
della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come
alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo
servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari,
essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli
in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e
di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che
decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme
a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno
sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare
le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme
tutto il regno di Napoli.
Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera
partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento
di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio
Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri
concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per
utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e
saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i
petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza,
della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.»
Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza
di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella
cui essi si avventuravano.
La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa
calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era
tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono
all'arrivo.
Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche
nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro
arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la
indifferenza.
Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda
religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui
parecchi morirono, dovettero arrendersi.
Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio,
in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della
rivolta.
Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi,
di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le
gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi
il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a
Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava:
Bevve la terra italica
Del vostro sangue l'onda,
E piova più feconda
Giammai non penetrò.
La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi
anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata
e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto
confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni.
Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che
non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed
è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice.
Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si
basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di
tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile,
per la ingenuità con cui fu compiuto.
Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni
di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il
tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò
che fece che per ciò che si proponeva di fare.
Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e
importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile
famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea
combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio;
era esule a Genova nel 1857.
Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici
delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare
sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di
congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a
capo di esercito numeroso e ribelle.
L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di
Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le
distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale.
Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che
allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma
nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si
manifesta sinceramente anarchico.
Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e
si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini
abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e
sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste,
in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro
l'ordine naturale delle cose.
Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa
sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle
anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i
violenti.
Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la
concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera
di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai
fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano
scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.
«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza
popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le
istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio.
Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece
più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete,
gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il
suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser
libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle
concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal
bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se
la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità
per giudicare degli uomini e dei loro concetti?»
Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano
per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune;
abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della
produzione.
Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le
difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani;
come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle
difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli
uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare
a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di
rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza
commozione.
Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto
combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso
irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la
spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo.
La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena
coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.
E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il
suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono
leggere senza emozione profonda.