La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei

fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si

emancipa per mezzo degli eroi.

«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale,

la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la

storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono

gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la

massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte

le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore

materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri,

che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe

giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.»

Non vi è niente di meno vero.

Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono

stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli

determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di

sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non

possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli

l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime

doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India

o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata

uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto

biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di

milioni di uomini passati da allora per il mondo.

Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque

qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i

quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una

minoranza più audace e più forte.

La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata,

rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della

descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie

terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense

montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita

degli uomini meno importanti.

Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura:

pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie

in cui viviamo.

«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo

viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi,

dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha

traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai

sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo,

perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un

cataclisma.»

Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia

collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di

cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici.

È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci

la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono

grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e

perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.

L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e

dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai.

Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una

specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento

difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche

adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo

sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se

avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi,

e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.

Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto

che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico

Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle

teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali

riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non

riesce nè meno a concepire.

In questo senso vi sono gli eroi.

Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna,

vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi

speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle,

egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di

rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro

è sempre un eroe.

Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male:

cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà

moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande

depressione.

L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero

fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque

l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese

depresso.

Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il

sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero

degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella

Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna!

Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo

che vince o vincerà soggiacciono!

Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la

coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non

ha eroi.

Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono

per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa

disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata

e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era

sempre immensa.

Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno

ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile.

Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il

vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini

marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe

Moltke?

Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia

scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che

guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra.

Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà

è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri,

politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi.

L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non

avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli

fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso.

I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di

sviluppo e di solidarietà.

L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero

di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora

noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano

pure gli abissi.

E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale,

dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura

stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e

sperare nella riuscita di essi.

*

* *

La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno

conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così

inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi

come quelli di Ruffo e di Garibaldi.

Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza

colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati,

pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne

avessimo conosciuti gli attori.

Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto

a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la

libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime,

tante se ne son tentate!

In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi

gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno

imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti!

Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo

finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse

lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo

ora sì come Garibaldi.

Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime

eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria,

poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia

circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice.

Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece

con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era

fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino

al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui

assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di

Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane.

In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi

posteriori.

Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga

fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli

a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata

proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato

nella Sicilia.

Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte,

pareva quasi disperato.

Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che

nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito,

che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava

non era uomo d'armi.

Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia

e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi

fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il

primo nucleo del suo esercito.

Il suo piano era semplice.

Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi

medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della

monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia:

i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe

tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino.

Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione.

Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore

del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un

eroe.

Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non

avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a

riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno?

Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di

parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa

per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse

l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci

parrebbe quasi un uomo divino.

Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva

riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano

predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non

avea quasi nessuno seco, contare su altri?

Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che

avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno

sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I

un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta

sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per

conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di

cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con

_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel

male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso

predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere

un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e

non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale

Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata

a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli

si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per

riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per

riescire.

Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe

raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo.

Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che

importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un

eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi

inverosimile per la causa in cui credeva.

Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla

riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più

grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante

volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali!

Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni

non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una

cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono

borbonico?

Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di

seguire il piano di Ruffo per una causa opposta!

Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco;

furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia

pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali.

Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere

per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il

viaggio trionfale del prelato reazionario!

L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai

rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo

straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi

rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale.

Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia,

che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti

facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi.

La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da

una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri

di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio,

non si conoscono nemmeno.

Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono

strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima

del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla

costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime.

Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono

recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore!

Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella

indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per

inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non

conobbero tutte le difficoltà.

Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi,

le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella

di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani

s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che

avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì.

Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio

della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come

alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo

servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari,

essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli

in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e

di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che

decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme

a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno

sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare

le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme

tutto il regno di Napoli.

Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera

partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento

di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio

Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri

concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per

utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e

saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i

petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza,

della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.»

Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza

di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella

cui essi si avventuravano.

La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa

calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era

tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono

all'arrivo.

Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche

nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro

arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la

indifferenza.

Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda

religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui

parecchi morirono, dovettero arrendersi.

Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio,

in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della

rivolta.

Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi,

di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le

gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi

il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a

Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava:

Bevve la terra italica

Del vostro sangue l'onda,

E piova più feconda

Giammai non penetrò.

La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi

anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata

e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto

confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni.

Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che

non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed

è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice.

Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si

basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di

tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile,

per la ingenuità con cui fu compiuto.

Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni

di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il

tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò

che fece che per ciò che si proponeva di fare.

Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e

importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile

famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea

combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio;

era esule a Genova nel 1857.

Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici

delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare

sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di

congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a

capo di esercito numeroso e ribelle.

L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di

Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le

distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale.

Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che

allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma

nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si

manifesta sinceramente anarchico.

Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e

si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini

abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e

sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste,

in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro

l'ordine naturale delle cose.

Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa

sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle

anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i

violenti.

Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la

concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera

di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai

fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano

scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.

«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza

popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le

istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio.

Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece

più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete,

gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il

suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser

libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle

concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal

bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se

la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità

per giudicare degli uomini e dei loro concetti?»

Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano

per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune;

abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della

produzione.

Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le

difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani;

come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle

difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli

uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare

a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di

rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza

commozione.

Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto

combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso

irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la

spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo.

La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena

coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.

E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il

suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono

leggere senza emozione profonda.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 1 Quarta serie - Storia · 第 2 / 6 段