E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unit

LA

VITA ITALIANA

NEL

RISORGIMENTO

(1849-1861)

QUARTA SERIE

I.

STORIA

Federazione e Unità ERNESTO MASI.

Gli eroi della Rivoluzione FRANCESCO S. NITTI.

Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia

di San Martino POMPEO MOLMENTI.

Il Re galantuomo DOMENICO OLIVA.

FIRENZE

R. BEMPORAD & FIGLIO

LIBRAI-EDITORI

1901

PROPRIETÀ LETTERARIA

RISERVATI TUTTI I DIRITTI.

_Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte

tutte le copie non munite della seguente firma:_

[Illustrazione: firma manoscritta]

Firenze, 1901 — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33

FEDERAZIONE E UNITÀ

CONFERENZA DI ERNESTO MASI.

Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta in Torino il Parlamento

dell'Italia — «libera ed unita quasi tutta,» — come disse con voce

sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore

quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono

accolte.

Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo

articolo: «Il re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori

il titolo di Re d'Italia».

Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva

nella relazione, che lo precede: «un gran fatto s'è compiuto; una nuova

èra incomincia!»

E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: «ci sono delle oasi

nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei

momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la _poesia della storia_;

momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel

presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni

dell'avvenire.

«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti

abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo

portato la nostra pietra al grande edifìzio, sotto il quale riposeranno

le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero

mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di

Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla

canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella

fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero

le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le

nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo;

qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: _Io sono

l'Italia!_»

Enfasi magniloquente, che però era allora di stagione (adesso par di

leggere una delle _Epistole_ famigliari, varie o senili del Petrarca);

enfasi, che allora altresì, cosa insolita, era perfettamente esatta:

il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di

gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la

presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi

avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. Non mancavano che Garibaldi

e Mazzini.... Peccato!

Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario

del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata

un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare.

Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo parò. «Tutti gli Italiani,»

rispose, «hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma

mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli

ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il

governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo

del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel

Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei

grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia s'è costituita».

Perciò, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare

l'unità nazionale spetta al governo del Re.

E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle

iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche

e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa

stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il

più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era

egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe

potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte

di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora?

Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel

momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così

poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si

potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era

stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi

tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica

dinastica del _carciofo_, e affrettava le annessioni e l'unità italiana

con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da

un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.

Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per

molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita

altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita

dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante,

cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del

Conte di Cavour.

Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto

discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal

1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha

avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento

dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti

a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi

vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per

oggi basta! —

Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour

abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo

_Novara_ sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo

quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è

la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non

fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove?

La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno

appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa

italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario

lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri.

Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita

italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli

di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere

più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era

principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti

all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima

d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle

incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a

Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani.

L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha

notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma

sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il

Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non

soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri

uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui,

non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua

mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo

spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che

gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso

anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte

di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica,

che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po'

appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle

forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari

politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si

cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il

Brofferio e compagni lo chiamavano _Lord Cavour_) ora un reazionario,

ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde

usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di

squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia

liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un

personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo

indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario

politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del _Rinnovamento

Civile_ scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività

mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una

provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine

di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo

per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al

principe nell'opera di cui ragiono.»

Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità

così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur

quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne

sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità

generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse

l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom,

uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si

proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile,

ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del

possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma

il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli

altri uomini!»

Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di

pagare cinquanta centesimi a _Rabagas_, come nella commedia del

Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione

italiana non si perdesse più ad almanaccare _a priori_ di monarchia

e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di

federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei

quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente

dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo

di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a

tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a

sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo,

su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da

farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni

spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col

brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle.

Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile

trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi

e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma

spaventevole anche quattordici anni dopo?

Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di

egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua

mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide.

Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande

inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua

forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime:

l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla

Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione

pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della

sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia,

nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di

stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il

maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità

dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di

mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.

Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo

Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di

cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non

è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele

Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «_Indipendenza, Unità

e Casa di Savoia._» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi

risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di

Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso

in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme

col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel

programma una _Società Nazionale_ da surrogare alla _Giovine Italia_

del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato

solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta

a questa grande trasformazione.

«.... Faccia la _Società Nazionale_; se gli Italiani si mostreranno

maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà

lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno

crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma

prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò

interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro

e dirò: non lo conosco».

Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro

il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla _Società

Nazionale_ nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte,

come associazione consentita dalle leggi, la _Società Nazionale_ fu

pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non

adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli

adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma:

«_Indipendenza, Unità e Casa di Savoia_». E che una cospirazione

politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia

le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia,

offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso

dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo

straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre

alle antiche sètte un nuovo _Credo_ molto determinato, si capisce bene.

Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente

altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi

alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la

guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la

presidenza del Papa.

E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A

buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono

_Magenta_ e _San Martino_, e dalla guerra malamente troncata a

Villafranca uscì l'unità italiana.

Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri

molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte

di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica

tradizione di tutta la storia italiana».

Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po'

passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli

d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima;

alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale

o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva

invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a

nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859

poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e

questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito?

Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere

pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi

guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare

il _sì_ ed il _no_, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti

della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi

offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne

esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea,

italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il

modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere,

che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito

diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando

diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a

volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della

nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo

savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la

civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori

fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in

scienza così credenzoni, in religione così intolleranti.

Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno

alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una

tradizione federale.

Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano)

oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze,

che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi

diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni

italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua

conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare

della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza

ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla,

perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la

penisola, _che il mar circonda e l'Alpe_, compensa ampiamente colla

salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione.

Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di

popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo

esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di

fatto si compì col formarsi dello stato di Roma.

Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici,

uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè

lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto

del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei

soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un

sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio

intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè

federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la

quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come

sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti

Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un

progressivo avviarsi alla dittatura.

Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale

del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le

grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a

cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men

vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè

il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma

non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma

del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li

unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente

le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In

Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei

Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però)

dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il

Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie

nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così

remote cagioni.

Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi,

i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone III incoronò in Roma

Carlomagno, per impedire cioè che mai sorgesse un regno d'Italia e

potesse attecchire uno Stato unificatore.

Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di

carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai

grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna

azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo

ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al

Papa, finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni

straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo

VIII fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a

gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo

II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana e in Lombardia se non

l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo

e Roberto d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano

mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la

Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista

delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non

è traccia nè di unità nè di federazione, e a volte neppure di vero

guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante,

tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e

tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civiltà

nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli

seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera

tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica e burocratica,

che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie

d'un forte Stato unitario!!

Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato di tanta virtù

operativa e di tanta gloria nell'età dei principati.

E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria,

forsechè nell'età dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai

l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per

l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda

preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile

federazione, bensì condusse la lega temporanea di tante città, e

dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui

il Papa, capo della Lega, abbandonò subito i suoi alleati per non

pensare che a sè, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero

i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si

valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorderà ancora

l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un

grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza

e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata,

nazionale, in Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè

in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo dei Comuni leghe

umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e

quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne

furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, la defezione o

il tradimento le sciolsero tutte, nè bisogna nella d'Italia lasciarsi

prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel

secolo XVI, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi

un momento sotto l'unità monarchica francese, o sotto la federazione

di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi di fatto

un'unità politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione

di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No.

Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della

Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si

trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze

straniere. Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti

scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi,

Giulio II, Clemente VII, Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia.

Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran parte è colpa

dei tempi) per tutti _libertà d'Italia_ non significa già l'Italia nè

unità, nè federata, nè libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli

stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e

sotto a questo concetto v'è ancora un altro particolarismo, che sta più

a cuore anche dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa

o quella regione, vale a dire o che sia libera

Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a

discrezione nè di stranieri nè d'italiani: questo soprattutto che uno

Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri,

cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma,

nessun straniero pare più minaccioso di lei alla cosiddetta _libertà

d'Italia_, nessuna preponderanza è più temuta e più contrastata della

sua.

Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non c'è tradizione nè

unitaria, nè federale, ma non c'è più politica propria di nessuna

fatta. La politica d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei tempi,

francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino

ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha così forti e

spiccati segni d'individualità nazionale, essa stessa (molto prima

che il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli Stati

un'_espressione geografica_. Questa divisione dell'Italia, che era di

quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e

la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli

stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non

rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva

nel 1861: «Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma

non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» Il medesimo si potrebbe

dire, e forse con più ragione, delle rimanenti parti d'Italia. E, per

concludere, è opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni

unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti

in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie

saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno

che enumerare più o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per

le quali nè unità, nè federazione non sono mai state possibili.

Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle

visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare

per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di

qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva

ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii

dei poeti, il fatto è vero e giovò certo a tener vivo qualche

barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto

cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno

essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual

maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la

realtà che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle

profezie, che non si verificano? può questo fatto da solo costituire

una tradizione storica?

L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità dell'Impero restaurato,

unità di giurisdizione suprema, non unità di Stato, dalla quale è

difficile arguire che il misterioso _Veltro_, da lui profetato, potesse

mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio IX e

finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo tempo

e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino è, e deve

essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani.

Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalità

italiana. L'ebbe, perchè compose, si può dire, l'unità della lingua

italiana, perchè mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile

della nostra comunanza di linguaggio col verso: «Il bel paese là

dove il sì suona», comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perchè

finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini

geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico,

egli invoca la calata d'un Imperatore, affinchè riconduca la pace,

quella pace imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse

abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale suo grande è la

pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare

che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua

Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, Dante sa bene che esso

non verrà a fare l'unità italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che

Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo.

Egli non ha sperato e voluto che la pace, tant'è che non altro

consiglia a popoli e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per

lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante afferma bensì

la nazionalità italiana, ma non discute l'assetto politico della

nazione: per lui Roma è la sede dell'Impero, la monarchia universale

è necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza

cui l'uomo non può conseguire il proprio fine e la beatitudine

eterna. Oltrediché quella monarchia è per lui la continuazione e il

perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante è nelle sue idee e nel

suo tempo.

Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni,

dei signori e dei condottieri, fra la quale è condannato ad andare

peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema

politico, perchè le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi,

ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino

e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli,

finisce esso pure nell'idillico:

Io vo gridando: pace, pace, pace;

il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti di Abele e

Caino.

Chi può negare che uomini così grandi, rientrando in sè stessi,

abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non

contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria,

superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al

collegarli con ciò che è accaduto nel tempo nostro ci corre, e a

furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non

comprenderli e svisarli del tutto.

Molto più moderno è certamente il Machiavelli, ma anche con lui si

oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei,

quando si afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe magari

accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del

Villari e vedrete che Valentino Borgia non è pel Machiavelli il

personaggio reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, che

con alcune delle sue qualità personali gli inspira il concetto, che

occuperà poi tutta la sua vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il

concetto cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni

considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un

personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha

per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui

giudica egualmente. Tant'è che della meschina catastrofe del Valentino

in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si dà

quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia

medioevale, l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non quella

della nazione. Perciò i suoi _delenda Carthago_ sono il feudalismo,

i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte,

il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in

cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione

dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli è profeta,

in quanto cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, e

di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello

cioè, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione

feudale e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque

pur di lontano accennasse ad una impresa italiana.

In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo

II di Savoia canti in un sonetto:

Italia, Italia, il tuo soccorso è nato;

che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento

patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi

nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo

ed è giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano.

Ma s'hanno a vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi

fra il 1860 e il 1870?

Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore

o principe che tentò in Italia slargare la sua signoria o il suo

principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle

porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze unite di Firenze e di

Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa.

Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta

Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza

la gloriosa città di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta

uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il

che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: «la morte fu sempre

più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvarli

che alcuna loro virtù».

Comunque, finite così, queste imprese non provano nè pro nè contro la

tradizione unitaria o federale.

Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha però

un bel titolarlo _roi d'Italie_, ma che vuol egli in sostanza? Egli

mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale,

e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso;

non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico

pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del

Papato e colle condizioni dell'Italia da poter riescire e non riescì,

nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due

uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo.

Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele

Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle

Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa possa bilanciarsi con

una abilità ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due

contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini

sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi

quasi, nella sproporzione stessa, che è fra questi e le sue forze e

l'estensione del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver l'armi

in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta

unione fra principi e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi per

essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e

gli oroscopi che le predicono:

La tua stirpe dall'Alpi native

Scender deve cogli anni e col Po,

bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre

secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che

la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere

stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di

questa susciti in Carlo Alberto il misterioso _Amleto_ vendicatore;

bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle

insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità

delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la

direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud

della penisola.

Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia

stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini,

repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla

repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a

questo patto siamo tutti con voi; _se no, no_;» nel 1856 per bocca di

Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione

e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole:

«fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; _se no, no_».

Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente

alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè

unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta

nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa

in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti,

soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della

sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra

moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito

di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già

rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore,

che sono i veri precursori!

La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è

sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi,

ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille

diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per

settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo.

Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi

di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate

ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce

per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una

continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana)

verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani

francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il

contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti)

il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia

e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti

dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma

per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli

animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non

bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la

Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia

degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad

avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero.

Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli

altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica,

quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del

1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49.

Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia

d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per

opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo

Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente

tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche

all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna

i nostri tentativi rivoluzionari.

Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro,

dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti.

L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno

napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.

Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare

compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le

abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di

quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più.

Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà

è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega

doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica,

con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si

trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione,

dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma,

al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in

Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.

La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene,

secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno

di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma

l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che

aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu

sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere

soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini

si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella

Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione

piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese

Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che

per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non

si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo

nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della

sua tragica fine.

Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta,

seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il

grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno

degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il

sistema federale monarchico finisce per sempre così.

Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del

Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo,

mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del

Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo

Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in

campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa

di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.

Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di

questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.

Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi

vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo

incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema

unitario repubblicano.

Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè

esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe

Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno,

questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella

terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non

altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro!

A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere

altro risultamento se non questo dilemma: _o finis Italiae_, o unità

nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato

con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour,

gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in

antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate

tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.

Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando

colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie

indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono

irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed

impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in

Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.

Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe

Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari

e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che

strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti

partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana,

ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una

fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci

avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.

Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente

all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi

e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in

verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti

della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano

gli altri, nè gli altri loro.

«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari,

«il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e

di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima

novità stava per accadere, _l'unità italiana sotto la monarchia di

Savoia_. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del

tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto

mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che

dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del

mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in

un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora

infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante

delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e

delle speranze, che cadono ad una ad una».

Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici

della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne

staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e

apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole

ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di

Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al

punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della

nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.

GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE

CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI

_L'Italia è la terra degli Eroi._

Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma

nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo

e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si

chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi?

La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è

un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni,

di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario

molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca,

l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei

piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione

francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e

nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la

tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore

interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa

fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che

soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo.

E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non

c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi:

essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette

insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i

Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e

i nostri.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 1 Quarta serie - Storia · 第 1 / 6 段