Così narrava la solitaria, ed io pendeva dal suo volto, e tornava a
spiare della sua vita, ed ella a narrare di nuovo, ed io nuovamente ad
ascoltare.
Io mi vestii da monaca anch'io, ed ebbi pronuba la solitaria alle
mie nozze con l'eterno sposo. Gli offersi non più il mio fiore di
verginità, che non potevo, ma il mio cuore, ch'era purissimo, non
sull'altare di San Pietro o di Santa Maria Maggiore, ma sopra un
petrone di quella grotta; ed egli, che nascendo, non fece grazia di se
a Roma, ma a Giudea, forse non ebbe a sdegno, anzi ebbe più caro, il
mio sacrifizio.
O come erano dolci l'erbucce e il pane che mangiavamo, condite
dell'altro cibo celeste di cui notte e dì ci nutrivamo! O come era
tutto amore e gioia in quella grotta! O come gli animali stessi
salvatichi, consapevoli che noi non avevamo bisogno delle loro
misere carni per nutrirci, venivano, come placidi ed amorosi amici, a
visitarci ed a lambirci, e m'interpretavano vivamente una gran parte
dei miracoli raccontati nelle vite de' padri.
O Teodolinda! o ultima amica delle mie sventure, dove sei, chi mi ti
tolse? e perchè, se ancora vivi, non vieni a chiudere questi occhi
moribondi, che non rifuggono ancora dalla luce del dì, perchè non ti
hanno ancora ritrovata?
I giorni ch'io menai in quella grotta furono come un simbolo di quel
fine a cui presto o tardi va a riuscire ogni vita umana, e del quale,
prima i deserti della Tebaide e della Palestina, e poi l'universo
coperto di monasteri, furono come una viva rappresentanza. L'uomo, cui
la morte non interrompa a mezzo il suo corso, presto o tardi si conduce
a non aver più nulla a dividere con gli altri uomini, a riuscire loro
tanto esterno o strano, quanto esterni e strani essi riescono a lui. Ed
allora quale minore infelicità che fuggire le moltitudini ed il secolo,
e ritrarsi alla solitudine? Ritrarsi alla solitudine per non essere
interamente solo, perchè quivi, se non ti parlano gli uomini, che già
più non ti parlavano, ti parla in vece Dio con la voce de' venti, e
tutto quello che ti circonda è Dio.
Io vissi tre anni in quella grotta, senza mai uscirne altro che per
pochi passi; nè so perchè gli uomini, nell'immaginare il paradiso,
immaginarono un concorso e non una solitudine. L'aquile e le rose
dell'eterna luce, e tutti i giri eterni, non estinsero il desiderio di
Dante, che s'appuntò solo in quel fulgido amore che illumina e muove
il sole e l'altre stelle. In quel fulgore, in quell'amore m'appuntava
anch'io dal cavo di quella grotta, e dimentica oramai ch'io fossi
ancora sulla terra, e che Teodelinda fosse cosa terrena, pregustai la
beatitudine del paradiso.