XCVI.

Intanto la solitaria, come sempre segue ai cuori ritirati dagli uomini

non per poco ma per troppo affetto, mi pose un amore tale, che non si

può dire con parole umane. Ella vedeva per gli occhi miei, udiva per le

mie orecchie, parlava per la mia bocca, e, come s'io fossi stata sua

figliuola, o fossi convivuta seco insino dal mio nascimento, viveva

tutta in me, anzi in tanto viveva, in quanto viveva io.

Come più tosto io ebbi perduto il figliuoletto, la minente venne per

me per volermi ricondurre nella sua casetta. Ma la solitaria si gettò

ai piedi di entrambe, e ci giurò fra molte lacrime, alle quali non era

troppo facile, che dopo l'amore che mi aveva posto, dopo la dolcissima

usanza ch'aveva preso meco, ella non era più bastante a sostenere

quella solitudine, che per diciotto anni aveva riguardata come il più

gran bene de' mortali; e il portarmele via era come portarle via il

cuore e la vita. E tanto pregò e tanto pianse, che la minente s'andò,

benchè dolorosa, con Dio, e, lasciatami quivi, si contentava di tornare

di quando in quando a visitarci.

Ma io non era la minente; ed era impossibile che alla lunga ella

potesse continuare a farla meco da inspirata e da santa. Onde,

domandatane incessantemente da me nelle lunghe ore di tranquillità che

passavamo insieme, dopo aver molto dubitato, e molto considerate le

forze della mia mente, alla fine un giorno prese a dirmi così.

Io sono figliuola unica del principe di Monsanese: bevvi le prime aure

in Torino, ed il mio vero nome è Teodelinda. Mia madre morì ch'io aveva

appena diciasette anni, e tutti mi gridarono, convento, convento, dome

solo porto della mia virtù in pericolo.

Fatta di terra sensibile, io m'era innamorata del mio maestro di

musica, ch'era un giovane bello e sventurato; nè a mio parere, v'è cosa

più irresistibile al cuore d'una donzella ben nata, che l'impressione

della sventura in un volto avvenente e giovanile. Mi pareva ad ogni

ora ch'egli mancasse di tutto quello di cui io abbondava; non mi curai

più de' miei abiti e de' miei conviti, perchè vedevo lui assai male in

arnese, e supponevo peggio del suo nutrimento; e parendomi da principio

che il non amarlo fosse crudeltà, mi condussi alla fine a non aver

bene se non quanto lo vedeva, ed a struggermi ed a consumarmi per lui.

Mio padre non tardò ad avvedersene, e scacciò da se l'innocentissimo

giovane. Questi morì di miseria e di malinconia; ed io, data la più

sanguinosa repulsa a un brutto ceffo di mio cugino che voleva sposarmi

per la dote, colsi io stessa volonterosa l'occasione portami dalla

morte di mia madre, e mi chiusi in un monastero.

Mio padre era non solo religioso, ma superstizioso, e insino dalla mia

infanzia m'aveva parlate di continuo parole ascetiche e contemplative.

E più d'una monaca, pagata, come poscia riseppi, dal mio scellerato

cugino, ch'aveva eletta questa seconda via di pigliarsi il mio, mi

sonava incessantemente agli orecchi la vanità e l'amarezza del mondo,

la pace del chiostro e le bellezze eterne del paradiso. Ond'io, ch'avea

il cuore afflitto e l'immaginazione ardente, e cui pareva ad ora ad

ora che il mio primo amore contemplasse dal cielo tutte le mie azioni

e tutti i miei pensieri, e dovesse gioire del mio sacrifizio, vinta

ancora dalle prime impressioni prese dalle parole di mio padre, e dalle

continue esortazioni delle monache, mi rendetti nel convento medesimo

professa.

Stetti quivi tredici anni negli esercizi più austeri di pietà, insino

che mio padre, infermando a morte, impetrò dall'arcivescovo il permesso

di rivedermi un istante. Fui condotta a lui in un cocchio ben chiuso,

e lo trovai moribondo. Egli mi strinse l'ultima volta al seno, e con

la forza che gli avanzava cavò di sotto il suo guanciale una borsa

con entro tre mila marenghini d'oro, e me la diede, dicendo, che se il

mio cugino ereditava di tutte le mie sostanze, almeno m'avessi avuta

quella somma per una necessità straordinaria. Io gli baciai piangendo

la mano e il viso, e strascinata al convento, quivi il dì seguente mi

fu annunziata la sua morte.

Io gettai quell'oro nel fondo d'un cassettone, e piansi sei altri

anni quelle colpe che non avevo mai commesse; e mi trovai annoiata di

piangere allora giusto che il pianto solo m'avanzava.

Trentasei anni! fiera età per la donna! Io lanciai un terribile sguardo

indietro, e vidi che la gioventù era partita, e ch'io non aveva goduto

una sola delle tante dolcezze che la mia stessa inesperienza mi faceva

supporre che fossero veramente nel mondo. Presi un odio mortale per

tutto quello che avevo più amato insino allora, per il mio velo, per

le monache tutte, per quelle mura nefande che mi vietavano insino il

sereno del dì; e se non fossi stata ben ferma ne' miei principii, avrei

preso orrore insino della religione stessa, che produceva frutti così

amari. Alla fine quell'oro stesso che aveva indotto alcune monache a

bendarmi la fronte, le indusse a sbendarmela, ed io, avuto il modo di

fuggirmi, mi ricoverai in Firenze con un giovane fratello d'una delle

monache, ch'ella, forse non senza cagione, m'aveva profferto a guida.

Questi aveva trent'anni, ed era scultore, ed era l'uomo più bello e

virile e robusto che mai immaginazione di femmina potesse sognare.

Ond'io, a cui un dì parea mill'anni a bere di questa coppa, di cui

trovai il fondo sì amaro, non fui appena pervenuta al primo albergo,

che mi sbramai con lui quella sete naturale che nei chiostri diventa

furore.

Quel giovane veniva in Roma, dove mi condusse come sua moglie, e

dove si giovò di me finchè io conservai qualche bellezza, e che non

gli venne a mano nessuna più giovane e più bella di me. Ed io, tutta

lieta e contenta e trionfante della mia stessa sozzura, ritornava

col pensiero a' miei dì passati, e paragonandoli coi presenti, faceva

amaramente beffe del mio primo amore, del convento, della verginità, e

di tutti quegli affetti, in fine, che m'apparivano allora morbosi, per

i quali quello che v'è di divino nell'uomo vince quel che v'è di bruto

e di ferino.

Ma come più tosto il mio Lorenzo, che così gli dicevano, si fu

stracco di me, che fu dopo un anno, accontatosi con la figliuola di

un oste, che gli soleva giacere nuda a modello, e ch'era bellissima,

e rubatimi mille marenghini, si fuggì verso Napoli con la donzella,

e mi lasciò sola, non già invendicata; perchè, fra Terracina e Fondi,

quei ladroni che qui si domandano briganti si fecero esecutori della

divina giustizia, e ucciso lui e rubato l'oro, uccisero in fine anche

la donzella, dopo averla infamemente violata.

Ma io che poteva fare in tanta derelizione? Qual dio o qual demonio

mi restava ad invocare? Ripresi gli abiti miei monacali, e mi nascosi

in seno mille marenghini che m'avanzavano, e corsi furiosa tutta la

campagna per trovare un sicario che m'uccidesse il traditore. Poi un dì

a Genzano seppi che i briganti m'avevano vendicata, e venni in questa

selva, in questa grotta, per nascondere all'universo intero l'infamia

della mia morte, e strinsi uno stiletto ch'avevo, e me lo appuntai sul

cuore.

Ma in questi silenzi l'uomo è troppo vicino a Dio, e s'anche medita,

non può compiere il delitto. Dal più profondo del mio cuore sentii

sorgere una forza che mi trattenne, una voce che mi gridò, che

quest'antro poteva nascondermi agli uomini, ma non a Dio. A Dio,

dunque, al solo confidente che m'avanzava, rivolsi la mente e il cuore,

e caddi ginocchioni, e piansi la mia molta stoltezza, e giurai di mai

più, insino ch'egli non mi richiamasse dalla terra, non abbandonare

questa grotta, nella quale aveva degnato la prima volta d'illuminarmi.

Così mi rimasi già diciott'anni, e tessetti con le mie mani quella

forcatella di spine, e ne incoronai questa mia grotta, quasi simbolo

di quella corona di che, da Cristo in giù, fu incoronato ogni giusto.

Nascosi in questa terra i mille marenghini, e non mi bisogna che un

paolo il dì, onde ne consumai appena il quinto, e vedi che n'ho per

te e per me insino alla morte di entrambe. Ogni settimana una volta

mi conduco ora a Frascati, ora ad Albano, ora a Marino, ora a Faióla,

ora a Tivoli, ora a Palestrina, ora altrove, a procacciarmi le cose

necessarie alla vita. Tutti mi chiamano la santa; ed io di questa

sola menzogna, alla quale mi sforza la necessità stessa della mia

vita contemplativa, ho a dimandar perdono a Dio, che ad Albano dico di

venire da Tivoli, a Palestrina da Roma, ed altrove d'altronde, e salvo

la nostra minente, cui io con le parole che Iddio m'inspirò conservai

l'innocenza, ella a me col silenzio la pace, nessun altro mortale

scoperse insino ad ora i miei vestigi; che gli uomini rare volte si

curano di chi veramente non si cura di loro.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 130 / 140 题