Intanto la solitaria, come sempre segue ai cuori ritirati dagli uomini
non per poco ma per troppo affetto, mi pose un amore tale, che non si
può dire con parole umane. Ella vedeva per gli occhi miei, udiva per le
mie orecchie, parlava per la mia bocca, e, come s'io fossi stata sua
figliuola, o fossi convivuta seco insino dal mio nascimento, viveva
tutta in me, anzi in tanto viveva, in quanto viveva io.
Come più tosto io ebbi perduto il figliuoletto, la minente venne per
me per volermi ricondurre nella sua casetta. Ma la solitaria si gettò
ai piedi di entrambe, e ci giurò fra molte lacrime, alle quali non era
troppo facile, che dopo l'amore che mi aveva posto, dopo la dolcissima
usanza ch'aveva preso meco, ella non era più bastante a sostenere
quella solitudine, che per diciotto anni aveva riguardata come il più
gran bene de' mortali; e il portarmele via era come portarle via il
cuore e la vita. E tanto pregò e tanto pianse, che la minente s'andò,
benchè dolorosa, con Dio, e, lasciatami quivi, si contentava di tornare
di quando in quando a visitarci.
Ma io non era la minente; ed era impossibile che alla lunga ella
potesse continuare a farla meco da inspirata e da santa. Onde,
domandatane incessantemente da me nelle lunghe ore di tranquillità che
passavamo insieme, dopo aver molto dubitato, e molto considerate le
forze della mia mente, alla fine un giorno prese a dirmi così.
Io sono figliuola unica del principe di Monsanese: bevvi le prime aure
in Torino, ed il mio vero nome è Teodelinda. Mia madre morì ch'io aveva
appena diciasette anni, e tutti mi gridarono, convento, convento, dome
solo porto della mia virtù in pericolo.
Fatta di terra sensibile, io m'era innamorata del mio maestro di
musica, ch'era un giovane bello e sventurato; nè a mio parere, v'è cosa
più irresistibile al cuore d'una donzella ben nata, che l'impressione
della sventura in un volto avvenente e giovanile. Mi pareva ad ogni
ora ch'egli mancasse di tutto quello di cui io abbondava; non mi curai
più de' miei abiti e de' miei conviti, perchè vedevo lui assai male in
arnese, e supponevo peggio del suo nutrimento; e parendomi da principio
che il non amarlo fosse crudeltà, mi condussi alla fine a non aver
bene se non quanto lo vedeva, ed a struggermi ed a consumarmi per lui.
Mio padre non tardò ad avvedersene, e scacciò da se l'innocentissimo
giovane. Questi morì di miseria e di malinconia; ed io, data la più
sanguinosa repulsa a un brutto ceffo di mio cugino che voleva sposarmi
per la dote, colsi io stessa volonterosa l'occasione portami dalla
morte di mia madre, e mi chiusi in un monastero.
Mio padre era non solo religioso, ma superstizioso, e insino dalla mia
infanzia m'aveva parlate di continuo parole ascetiche e contemplative.
E più d'una monaca, pagata, come poscia riseppi, dal mio scellerato
cugino, ch'aveva eletta questa seconda via di pigliarsi il mio, mi
sonava incessantemente agli orecchi la vanità e l'amarezza del mondo,
la pace del chiostro e le bellezze eterne del paradiso. Ond'io, ch'avea
il cuore afflitto e l'immaginazione ardente, e cui pareva ad ora ad
ora che il mio primo amore contemplasse dal cielo tutte le mie azioni
e tutti i miei pensieri, e dovesse gioire del mio sacrifizio, vinta
ancora dalle prime impressioni prese dalle parole di mio padre, e dalle
continue esortazioni delle monache, mi rendetti nel convento medesimo
professa.
Stetti quivi tredici anni negli esercizi più austeri di pietà, insino
che mio padre, infermando a morte, impetrò dall'arcivescovo il permesso
di rivedermi un istante. Fui condotta a lui in un cocchio ben chiuso,
e lo trovai moribondo. Egli mi strinse l'ultima volta al seno, e con
la forza che gli avanzava cavò di sotto il suo guanciale una borsa
con entro tre mila marenghini d'oro, e me la diede, dicendo, che se il
mio cugino ereditava di tutte le mie sostanze, almeno m'avessi avuta
quella somma per una necessità straordinaria. Io gli baciai piangendo
la mano e il viso, e strascinata al convento, quivi il dì seguente mi
fu annunziata la sua morte.
Io gettai quell'oro nel fondo d'un cassettone, e piansi sei altri
anni quelle colpe che non avevo mai commesse; e mi trovai annoiata di
piangere allora giusto che il pianto solo m'avanzava.
Trentasei anni! fiera età per la donna! Io lanciai un terribile sguardo
indietro, e vidi che la gioventù era partita, e ch'io non aveva goduto
una sola delle tante dolcezze che la mia stessa inesperienza mi faceva
supporre che fossero veramente nel mondo. Presi un odio mortale per
tutto quello che avevo più amato insino allora, per il mio velo, per
le monache tutte, per quelle mura nefande che mi vietavano insino il
sereno del dì; e se non fossi stata ben ferma ne' miei principii, avrei
preso orrore insino della religione stessa, che produceva frutti così
amari. Alla fine quell'oro stesso che aveva indotto alcune monache a
bendarmi la fronte, le indusse a sbendarmela, ed io, avuto il modo di
fuggirmi, mi ricoverai in Firenze con un giovane fratello d'una delle
monache, ch'ella, forse non senza cagione, m'aveva profferto a guida.
Questi aveva trent'anni, ed era scultore, ed era l'uomo più bello e
virile e robusto che mai immaginazione di femmina potesse sognare.
Ond'io, a cui un dì parea mill'anni a bere di questa coppa, di cui
trovai il fondo sì amaro, non fui appena pervenuta al primo albergo,
che mi sbramai con lui quella sete naturale che nei chiostri diventa
furore.
Quel giovane veniva in Roma, dove mi condusse come sua moglie, e
dove si giovò di me finchè io conservai qualche bellezza, e che non
gli venne a mano nessuna più giovane e più bella di me. Ed io, tutta
lieta e contenta e trionfante della mia stessa sozzura, ritornava
col pensiero a' miei dì passati, e paragonandoli coi presenti, faceva
amaramente beffe del mio primo amore, del convento, della verginità, e
di tutti quegli affetti, in fine, che m'apparivano allora morbosi, per
i quali quello che v'è di divino nell'uomo vince quel che v'è di bruto
e di ferino.
Ma come più tosto il mio Lorenzo, che così gli dicevano, si fu
stracco di me, che fu dopo un anno, accontatosi con la figliuola di
un oste, che gli soleva giacere nuda a modello, e ch'era bellissima,
e rubatimi mille marenghini, si fuggì verso Napoli con la donzella,
e mi lasciò sola, non già invendicata; perchè, fra Terracina e Fondi,
quei ladroni che qui si domandano briganti si fecero esecutori della
divina giustizia, e ucciso lui e rubato l'oro, uccisero in fine anche
la donzella, dopo averla infamemente violata.
Ma io che poteva fare in tanta derelizione? Qual dio o qual demonio
mi restava ad invocare? Ripresi gli abiti miei monacali, e mi nascosi
in seno mille marenghini che m'avanzavano, e corsi furiosa tutta la
campagna per trovare un sicario che m'uccidesse il traditore. Poi un dì
a Genzano seppi che i briganti m'avevano vendicata, e venni in questa
selva, in questa grotta, per nascondere all'universo intero l'infamia
della mia morte, e strinsi uno stiletto ch'avevo, e me lo appuntai sul
cuore.
Ma in questi silenzi l'uomo è troppo vicino a Dio, e s'anche medita,
non può compiere il delitto. Dal più profondo del mio cuore sentii
sorgere una forza che mi trattenne, una voce che mi gridò, che
quest'antro poteva nascondermi agli uomini, ma non a Dio. A Dio,
dunque, al solo confidente che m'avanzava, rivolsi la mente e il cuore,
e caddi ginocchioni, e piansi la mia molta stoltezza, e giurai di mai
più, insino ch'egli non mi richiamasse dalla terra, non abbandonare
questa grotta, nella quale aveva degnato la prima volta d'illuminarmi.
Così mi rimasi già diciott'anni, e tessetti con le mie mani quella
forcatella di spine, e ne incoronai questa mia grotta, quasi simbolo
di quella corona di che, da Cristo in giù, fu incoronato ogni giusto.
Nascosi in questa terra i mille marenghini, e non mi bisogna che un
paolo il dì, onde ne consumai appena il quinto, e vedi che n'ho per
te e per me insino alla morte di entrambe. Ogni settimana una volta
mi conduco ora a Frascati, ora ad Albano, ora a Marino, ora a Faióla,
ora a Tivoli, ora a Palestrina, ora altrove, a procacciarmi le cose
necessarie alla vita. Tutti mi chiamano la santa; ed io di questa
sola menzogna, alla quale mi sforza la necessità stessa della mia
vita contemplativa, ho a dimandar perdono a Dio, che ad Albano dico di
venire da Tivoli, a Palestrina da Roma, ed altrove d'altronde, e salvo
la nostra minente, cui io con le parole che Iddio m'inspirò conservai
l'innocenza, ella a me col silenzio la pace, nessun altro mortale
scoperse insino ad ora i miei vestigi; che gli uomini rare volte si
curano di chi veramente non si cura di loro.