Io vi dirò prima ciò che seppi dappoi, acciocchè non vi sia oscuro
l'ultimo avvenimento che m'avanza a narrarvi.
Un brigante di Sonnino aveva guerreggiato quarant'anni con l'esercito
romano, e n'era stato sempre vittorioso. Il santo padre gli aveva assai
volte profferto generosamente cinquanta colonnati il mese, ed egli si
levasse dalla strada; ma il brigante non era stato contento, perchè
dicea che la strada gli era un'entrata assai più grossa. E nondimeno
un dì, non fu già vinto, ma colto in un agguato, e cento carabinieri e
mille soldati aveano ancora paura mentre lo trascinavano ammanettato a
Castel Sant'Angelo. Ma quegli una notte, fatto delle sue lenzuola una
lunga corda, si calò, novello Benvenuto, dal torrione, e disarmata per
istrazio la sentinella del muro, fece, dopo averla schiaffeggiata, una
lenta e minacciosa partenza.
Il dì seguente andò tutta Roma in iscompiglio, e si mosse l'esercito
e l'armata; ed essendo andato il grido ch'egli si fosse recuperato
nella foresta ove noi eravamo, ed eccola inondata da molte migliaia
di soldati. Questi, o fosse zelo o paura, s'avvolsero più e più dì
per quante latebre e recessi v'aveva più reconditi; ed alla fine un
viluppo di carabinieri, schieratisi in ordinanza di guerra, sollevarono
tremando la forcatella della nostra grotta, e divennero il coraggio
stesso, quando in vece del terribile ladrone, trovarono due pie ed
innocenti religiose, ed un cervo tutto domestico, ch'esse educavano e
nutrivano delle loro mani.
Dov'è il brigante?... ci domandaron tutti con fiera voce. E poichè noi,
tutte smarrite nel volto e nella favella, rispondevamo come chi sogna
d'essere all'inferno, ed ecco andar sossopra quant'era d'uso umano
nella grotta, e per valentía ucciso il cervo.
Frugarono da per tutto quei bellicosi, e visto in un cantoncello
il terreno smosso, s'ebbero l'oro, e saltavano d'allegrezza; e
non dubitando più che noi non fossimo due segretarie del ladro, ci
condussero a Castel Sant'Angelo ammanettate.
Quivi un grosso carabiniere volea esaminarci coi tormenti, e già le
nostre protestazioni e le nostre lacrime erano tutte indarno. Ma e il
ladrone fu quel dì medesimo saputo a Frosinone, e noi, col testimonio
ancora della fidata minente, ci demmo in fine a conoscere per quelle
ch'eravamo, Teodelinda in tutto, ed io da Cammillo in su, che ben mi
guardai di profferir solo il nome di Nunziata.
Allora l'ambasciatore di sua maestà sarda e l'ambasciatore di sua
maestà siciliana, tennero fra loro un congresso, e distesero un
protocollo; e, come per modo di confiscazione, divisi fra loro i
marenghini amichevolmente per metà, e noi dichiarate vagabonde, ci
fecero condurre entrambe fra i carabinieri a Civitavecchia, dove
Teodelinda fu fatta entrare a buona guardia in una feluca carica
di doghe che n'andava a Genova, ed io in una carica di carboni a
guardia della ciurma. Dalla quale non fui appena esposta sulla marina
napoletana, che una mano di birri mi condussero, come orfana e povera,
a questo convento.