Io ebbi per l'ultima volta la volontà di morire, e credo che oggimai
non mi sarebbe fallita la lena. Mi scagliai, con quella forza che
m'avanzava, per precipitarmi nella fonte, ed avendomi la Nanna
trattenuta per un braccio, feci ogni prova di spezzarmi la tempia
sulla coda d'uno di quei delfini di marmo. Ma la Nanna era troppo più
vigorosa di me, ed afferratami con ambe le sue robustissime braccia, mi
ritrasse a viva forza dalla fonte, e mi costrinse a sedermi sul primo
scalino della Trinità dei Monti.
Quivi cominciò, con quanta dolcezza le fu possibile, a raumiliarmi, ed
abbracciatami e strettami al suo seno e datimi io non so quanti baci,
che, ancorchè dati da una donna, hanno pur sempre il potere di mitigare
la sovrabbondanza del dolore, mi offerse la sua casetta per quella
notte, e quivi si sarebbe consultato di quel che s'avesse a fare.
La donna abitava alle Quattro Fontane, e quivi mi menò a grande stento,
sostenendomi quasi sempre in sulle braccia. Entrammo in un'ampia
corte, e quindi, per un uscio di cui la Nanna aveva la chiave, in una
stanzetta terrena, dove non mancava niente di quello che si appartiene
a persona povera, ma non indigente. Quivi la donna, confortatami
d'un poco di cibo e di alcuni suoi panni più ruvidi de' miei, ma più
asciutti, e fattami parte del suo letto, acciocchè io vi prendessi
riposo ed allora e sempre, mi domandò, quasi indovina del vero, s'io
fossi moglie del pittore. Io, che non seppi mai essere nè amica nè
confidente a metà, le dissi, fra molte lacrime e molti sospiri, il
tutto; ed ella non se ne sgomentò altrimenti, anzi, quando le dissi
all'ultimo della mia gravidanza, allora finalmente mi giurò ogni cosa
più santa, che non mi avrebbe abbandonata.
Io mi stetti più dì rinchiusa in quella stanzetta, insino che la Nanna,
ch'andava fuori per le comuni bisogne, mi riportò che si cicalava
del fatto mio. Quando il cicalío fu finito, cominciai verso sera, in
compagnia della mia minente, e vestita dei suoi abiti, a passeggiare
un poco per quei luoghi sacri e solitari di Roma, che sono e saranno
la più cara memoria che io porterò meco nel sepolcro. E già, senza
il figliuolo che mi si chiudeva nel ventre, e senza ch'io avessi
temuto d'essere troppo a carico a quella mia povera donna, io non
avrei desiderato nessun'altra cosa al mondo, e mi sarei vivuta e morta
appresso a lei. Ma il ventre ingrossava ogni dì, e più d'una vicina,
com'è il costume di simili donnicciuole, traeva e spiava; ed il cielo,
che m'aveva già punita di due aborti, non si sarebbe appagato se non
m'avesse punita anche del secondo figliuolo, e, dopo avermi fatto
vedere gli occhi e udire i guai del figliuolo di don Serafino, non
mi avesse condannata a nutrire del mio seno e porre amore di madre al
figliuolo di Cammillo.
La Nanna mi veniva l'un dì più che l'altro scaltrendo, che a Roma non
era nulla che fosse veramente vietato; ma nulla non si poteva fare
a scoperto, e v'era bisogno d'assai destrezza; che a partorire così
pubblicamente, non potendomi troppo confidare nella legittimità del mio
figliuolo, io avrei messa me al rischio d'esser mandata fra le donne
disoneste a San Michele, e il mio bambino fra i bastardi, che vedeva
che al solo pensiero io ne montava in tutte le furie. Ma quand'ella
vedeva che il suo necessario scaltrirmi m'era causa di troppo cocente
afflizione, concludeva sempre abbracciandomi e baciandomi, e dicendomi,
che stessi pure di buona voglia, che sarebbe stato suo il pensiero
di salvare me e il figliuoletto. E così per sette mesi trovai io
fra l'ultima plebe romana il più onesto e generoso e disinteressato
soccorso che mai nessun poeta figurò nelle sue fantasie; che veramente
a chi ha conosciuti gli uomini pare cosa impossibile; e se talvolta
segue, è di quei veri che hanno faccia di menzogna.
Io aveva già valico l'ottavo mese, nè poteva più nascondermi, e
mi struggeva, e mi moriva, quando la Nanna un dì mi destò innanzi
l'aurora, e mi disse:
Sora Ginevrina, vestitevi, e usciamo insieme, che vi condurrò dove
potrete partorire ignota al mondo intero, e, se fosse possibile, a voi
stessa.
Io non messi tempo in mezzo a vestirmi, e, fatto un fardellino di
quella biancheria che si potè, c'inviammo in sull'aurora verso
la Basilica di Santa Maria Maggiore. Quindi tirammo dritto per
Sant'Eusebio, e passando pe' trofei di Mario, come si dice, che se
non eran quivi, pure troppo m'è dolce il rammentarli, per fuggire
più presto che si poteva la città, ne uscimmo per Porta Maggiore.
Quivi girammo a dritta, e per molte ora vie, ora viottoli, tutti di
più che dicibile bellezza, ci conducemmo, benchè lentissimamente,
per le condizioni in cui io era, in su una delle più incantate di
quelle colline che sono a cavaliere de' due laghi d'Albano e di Nemi,
ove tutto quell'incanto si specchia. Quivi sono foreste ed ombre e
solitudini sovrumane, che sembrano sfidare e Turno e Lavinia, e tutte
le più remote memorie laziali. Quivi sono antri eterni, ignoti non
che agli uomini, al sole. Quivi sono silenzi fidatissimi, dove è dato
all'infelice di chiamare la matrigna natura a render quasi ragione
della sua incomprensibile ingiustizia.
Era nel fianco d'un vivo ed arcigno balzo una maniera di grotticella,
della quale imprunava per traverso la metà della bocca una forcata
di spini, e l'altra metà l'era come spiraglio del poco dì che vinceva
l'eterna notte di quelle selve. Tirò a se la minente quella forcata,
ch'era movibile e pure non pareva, e mi mise dentro la grotticella,
dove io rimasi stupida a vedere mille segni d'abitazione umana e
presente, benchè nessuno per allora vi fosse. Quivi erano intorno
intorno petroni di vivo masso, che parevano quasi muricciuoli o sedili
tagliati dalla mano più tosto dell'uomo che della natura. Per terra
assai strame, e sui muricciuoli due sacconcelli. Brocche e mezzine
con acqua non mancavano, ed alcun piattello ed alcun tegame, e legna,
e pane, e qualunque altra cosuccia, in fine, è necessaria alla vita
umana.
Or che vi pare, sora Ginevrina? mi disse la minente quando ebbe
richiusa la forcatella. Vedete che la Provvidenza non abbandona mai
gl'innocenti che si confidano in lei. Qui da diciotto anni vive ignota,
salvo che a me, a tutti gli uomini, ma notissima a Dio, una santa, alla
quale io debbo la vita mia presente e quella immortale che spero di
vivere alla destra del Padre Eterno. Io inseguiva per questi latibuli
un mio amante traditore, che fui tradita anch'io, al quale io aveva
giurato da romana di nascondere questo spillone nel cuore (e m'additò
quello stiletto o punteruolo d'argento con che le antichissime romane
traversavano, e le minenti ancora oggi traversano, l'intrecciatura de'
loro capelli). Trassi furibonda quelle spine, che qui proprio mi pensai
di dover cogliere lo scellerato; e in quella vece trovai quest'angelo.
E in così dire baciò la mano a una solitaria, di austera ma bellissima
presenza, ch'entrava, e le cadde innanzi ginocchioni; ed io, a malgrado
di tutte le mie lezioni filosofiche, le caddi ginocchioni anch'io,
che dove parla il cuore, la filosofia tace. La solitaria ci sollevò
entrambe, e c'invitò a sedere sui muricciuoli che ho detto. Ed allora
la mia angelica minente, con un'eloquenza di cui io non aveva ancora,
non che l'esempio, il pensiero, con una passione, con una vivezza ed
evidenza d'immagini da indormirne Demostene, da scrollare, non dico
una pia solitaria, ma una rupe, le fece il racconto di tutte le mie
sventure, e le rappresentò il mio caso presente, e pianse lacrime
cocentissime, e piansi anch'io, e pianse finalmente la solitaria, che
ci si promise parata ad ogni nostra necessità.
La minente partì, promettendomi di tornare fra pochi dì, ma per allora
non voleva mostrare alle vicine che anch'ella a un tratto mancasse
insieme con me: ed io mi rimasi con la solitaria, che cominciò ad
abbracciarmi e baciarmi come madre la sua figliuola.