LXXXIX.

Io vidi da Albano il sole che si tuffava misteriosamente nell'onde, e

vidi sciami infiniti di gracchianti uccelli quasi accompagnarlo nella

sua caduta. Ed io, sorvolando con loro mille e mille anni, già quasi ne

prendeva i buoni o rei augurii della vita mia. Poi si corse furiando

sul deserto lastricato, fra cento file di tronchi acquedotti e mille

rovine di sepolcri: ed io diceva: O tempo, tu dovevi perdonare alle

tombe! E mancava poco alle ventiquattro, quando fummo in sulla piazza

di san Giovanni in Laterano.

Io levai gli occhi a sinistra, e vidi la facciata della basilica. O

nomi sonori, che varcherete mille secoli, ed ancora affaticherete gli

orecchi dell'universo invidioso, quanto più grandi di voi paiono quelle

grandezze che significate, allo stupido pellegrino che s'inurba! O

Costantino, o Silvestro, quanto mi tornarono grate nella memoria insino

le vostre favole!

Valicammo una lunga via, in fondo alla quale era il Colosseo; poi

m'imbattei nella colonna Traiana; e quindi uscimmo a Piazza di Spagna.

Quivi scendemmo a un grande albergo, dove l'albergatore, che la facea

da cavaliere col suo servidorame o con altri più modesti viaggiatori

che uscivano o entravano all'albergo, porse la servile mano allo

sportello del Russo; e quegli e la moglie balzaron giù come due matti,

e senza mutar abiti, nè montar pure le scale per vedere l'appartamento

da abitare, rientrati in una carrozza da nolo dell'albergatore, e

ordinato al siniscalco che fosse loro portato da merendare nel palco a

Tordinona, si scapolarono come invasati, gridando al balordo cocchiere,

che menasse a tutta furia que' suoi balordissimi cavalloni.

Partita quella coppia, il segretario s'inviò al teatro di mala voglia,

come quegli a cui sarebbe troppo più convenuto letto che saltatori

o strioni: ma quivi l'arco dell'esilio lo balestrava. Il siniscalco

s'andò per le sue faccende nelle cucine; gli schiavi nelle stalle

a sdraiarsi sullo strame; e Cammillo ed io, più felici di tutti, ci

ricoverammo in una modesta stanzetta che ci fu assegnata, in un modesto

lettino, caro segretario, e quella notte e cento e cento altre, de'

nostri piaceri.

La mattina seguente fummo a far riverenza ai due signori russi, che

trovammo un poco meno invasati del dì davanti nella loro frenesia;

non però che consentissero di ragionar d'altro che della saltatrice. E

il principe in persona (ch'egli era un principe), levatosi da sedere,

cominciò a volerci far vedere materialmente come proprio la sua eroina

moveva i piedi: ed alzava le zampe, e col suo fischio s'accompagnava,

e pareva uno di questi orsi che danzano qui talvolta per la città al

suono rusticale d'una sampogna. E noi facemmo una gran prova di frenare

il riso, e, lodata la disinvoltura ond'egli imitava la sua dea, ci

accommiatammo e n'andammo a spasso.

Così cominciai a vivere i giorni più placidi della mia vita; almeno, i

più secondo natura. Io era già fuori di tutte le illusioni della nuova

età, e nondimeno conservava ancora tanta vivacità nella fantasia e

nel cuore, quanta mi bastava a godere. Quando Cammillo usciva pe' suoi

lavori, o era dentro a lavorare, io leggeva; ch'egli non mi lasciava

mai mancare di libri. E quando era scapolo, giravamo per Roma e pe'

contorni, e mille anni e mille volumi non mi basterebbero a dire il

millesimo de' piaceri, delle consolazioni, de' rapimenti di sovrumana

felicità in ch'io n'andava, contemplando tante e sì ineffabili

e sempiterne bellezze. La sera ci riducevamo di buon'ora nella

nostra stanzetta, dove venivano spesso a veglia il segretario ed il

siniscalco; e l'uno co' suoi racconti di Francia mi tornava dolcemente

la memoria di suora Geltrude; l'altro mi sollazzava parlando della

schiavitù come della cosa più dolce e più desiderabile della terra, e

che non era nessun uomo più felice di lui, e che un dì il suo padrone,

o fosse più brillo o più amoroso del solito, gli aveva profferta la

libertà, ch'egli aveva ricusata come il più funesto de' doni.

Di tanto mi stimai io felice, e questa fu l'ultima delle mie illusioni.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 123 / 140 题