Io vidi da Albano il sole che si tuffava misteriosamente nell'onde, e
vidi sciami infiniti di gracchianti uccelli quasi accompagnarlo nella
sua caduta. Ed io, sorvolando con loro mille e mille anni, già quasi ne
prendeva i buoni o rei augurii della vita mia. Poi si corse furiando
sul deserto lastricato, fra cento file di tronchi acquedotti e mille
rovine di sepolcri: ed io diceva: O tempo, tu dovevi perdonare alle
tombe! E mancava poco alle ventiquattro, quando fummo in sulla piazza
di san Giovanni in Laterano.
Io levai gli occhi a sinistra, e vidi la facciata della basilica. O
nomi sonori, che varcherete mille secoli, ed ancora affaticherete gli
orecchi dell'universo invidioso, quanto più grandi di voi paiono quelle
grandezze che significate, allo stupido pellegrino che s'inurba! O
Costantino, o Silvestro, quanto mi tornarono grate nella memoria insino
le vostre favole!
Valicammo una lunga via, in fondo alla quale era il Colosseo; poi
m'imbattei nella colonna Traiana; e quindi uscimmo a Piazza di Spagna.
Quivi scendemmo a un grande albergo, dove l'albergatore, che la facea
da cavaliere col suo servidorame o con altri più modesti viaggiatori
che uscivano o entravano all'albergo, porse la servile mano allo
sportello del Russo; e quegli e la moglie balzaron giù come due matti,
e senza mutar abiti, nè montar pure le scale per vedere l'appartamento
da abitare, rientrati in una carrozza da nolo dell'albergatore, e
ordinato al siniscalco che fosse loro portato da merendare nel palco a
Tordinona, si scapolarono come invasati, gridando al balordo cocchiere,
che menasse a tutta furia que' suoi balordissimi cavalloni.
Partita quella coppia, il segretario s'inviò al teatro di mala voglia,
come quegli a cui sarebbe troppo più convenuto letto che saltatori
o strioni: ma quivi l'arco dell'esilio lo balestrava. Il siniscalco
s'andò per le sue faccende nelle cucine; gli schiavi nelle stalle
a sdraiarsi sullo strame; e Cammillo ed io, più felici di tutti, ci
ricoverammo in una modesta stanzetta che ci fu assegnata, in un modesto
lettino, caro segretario, e quella notte e cento e cento altre, de'
nostri piaceri.
La mattina seguente fummo a far riverenza ai due signori russi, che
trovammo un poco meno invasati del dì davanti nella loro frenesia;
non però che consentissero di ragionar d'altro che della saltatrice. E
il principe in persona (ch'egli era un principe), levatosi da sedere,
cominciò a volerci far vedere materialmente come proprio la sua eroina
moveva i piedi: ed alzava le zampe, e col suo fischio s'accompagnava,
e pareva uno di questi orsi che danzano qui talvolta per la città al
suono rusticale d'una sampogna. E noi facemmo una gran prova di frenare
il riso, e, lodata la disinvoltura ond'egli imitava la sua dea, ci
accommiatammo e n'andammo a spasso.
Così cominciai a vivere i giorni più placidi della mia vita; almeno, i
più secondo natura. Io era già fuori di tutte le illusioni della nuova
età, e nondimeno conservava ancora tanta vivacità nella fantasia e
nel cuore, quanta mi bastava a godere. Quando Cammillo usciva pe' suoi
lavori, o era dentro a lavorare, io leggeva; ch'egli non mi lasciava
mai mancare di libri. E quando era scapolo, giravamo per Roma e pe'
contorni, e mille anni e mille volumi non mi basterebbero a dire il
millesimo de' piaceri, delle consolazioni, de' rapimenti di sovrumana
felicità in ch'io n'andava, contemplando tante e sì ineffabili
e sempiterne bellezze. La sera ci riducevamo di buon'ora nella
nostra stanzetta, dove venivano spesso a veglia il segretario ed il
siniscalco; e l'uno co' suoi racconti di Francia mi tornava dolcemente
la memoria di suora Geltrude; l'altro mi sollazzava parlando della
schiavitù come della cosa più dolce e più desiderabile della terra, e
che non era nessun uomo più felice di lui, e che un dì il suo padrone,
o fosse più brillo o più amoroso del solito, gli aveva profferta la
libertà, ch'egli aveva ricusata come il più funesto de' doni.
Di tanto mi stimai io felice, e questa fu l'ultima delle mie illusioni.