XC.

Io aveva più volte rammentato a Cammillo, che mi pareva tempo ch'egli

mi sposasse legittimamente. Nè potevo mai terminare la frase, ch'egli

non m'interrompesse, esclamando:

Sì, angelo mio, nessun'altra cosa io desidero tanto al mondo.

Ma con la medesima celerità soggiungeva una qualche ragione che con

suo dolore gl'impediva di farlo di presente; ora che bisognava condur

l'opera assai destramente, non il curato domandasse alcun contrassegno

dell'essere mio; ora ch'era pasqua di ceppo; ora che correva la

quaresima; ora che aspettava che fosse mutato il curato della Trinità

de' Monti, ch'era la nostra pieve; ora che doveva venirne un novello

ambasciatore napoletano, del quale egli era un gran favorito, ed

avrebbe potuto fare a fidanza. E mi diceva queste cose con un'aria di

viso così franca e dolce ed affettuosa a un tempo, ch'egli non aveva

ancora finito di dire, ed io era già amaramente pentita d'avergli fatto

oltraggio sospettando.

Così mi lasciai io levare in barca un lungo anno, ignara e nuova della

scelleratezza umana così com'era il primo dì che venne per me la donna

di Sant'Anastasia. Nè già mi giovarono nè le mie eterne letture, nè la

mia propria lunga e dolorosissima e non comune esperienza, nè l'aver

sentite sulla gola le punte de' pugnali del prete e de' suoi sicari.

Non v'è al mondo propria o aliena esperienza che basti, e troppo nuove

vie trovano gli uomini e la fortuna per ingannarci. E pure che l'arte

non manchi, così come ogni rocca o debole o forte è espugnabile, così

io credo che sia tanto facile d'ingannare il più astuto vecchiardo,

quanto il più candido fanciullino.

Intanto io ebbi troppo luogo di notare, ch'ebbero una gran ragione gli

antichi, i quali, benchè non illuminati dalla vera religione, a volere

che gli affetti fossero incorruttibili ed immortali, li presupposero

figliuoli, non di questo corpo fragile e caduco, ma di un'anima, come

volevano che quelli fossero, incorruttibile ed immortale. Io cominciai

ad accorgermi che in quanto concerneva quel che poteva essere di

corporeo fra Cammillo e me, egli non prendeva di me, e, forse, io non

prendeva più di lui, la primiera impressione. Ma quel primo affetto

ch'io gli aveva posto, forse un poco più ardente che non si sarebbe

richiesto a chi tanto era stata già battuta dalla fortuna, s'era

convertito in una consuetudine d'amicizia tenerissima, di necessità

più che dolce, che quasi mi pareva una cosa più cara ed intemerata

ed immortale di quel medesimo primo ardore; e così credetti che fosse

stato in lui.

M'ero incinta, in vero, due volte, e due m'ero sconciata in due

fanciulli maschi; e la Provvidenza, ch'aveva permesso ch'io conducessi

a buon fine il frutto della più scellerata violenza che fosse stata

mai fatta, non mi consentì a questa volta ch'io mi vedessi sorridere

un figliuoletto dell'amor mio; o forse non ignara del fatto che

m'attendeva, degnò d'essere a me ed al fanciulletto pietosa.

Di queste due sconciature io presi un'amarezza non mediocre, non solo

perchè, non avendo mai avuta la consolazione di dir madre ad alcuna,

avrei bramata almeno quella d'udirmelo dire, ma ancora perchè m'accorsi

che Cammillo se n'era, benchè si sforzasse di celarmelo, sdegnato,

per quel non so quale orgoglio che menano gli uomini, d'aver avuto

figliuoli. Ma finalmente mi confortai di buona speranza: e sentendo che

l'amore ch'io gli aveva, e che immaginavo ch'egli m'avesse, bastava

a consolarmi di questa amarezza, e giudicando, al solito, dalle mie

impressioni le sue, credetti che fosse bastato a consolarne anche lui,

e non me ne diedi più pensiero.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 124 / 140 题