Appena s'imbiancava l'aurora, e il russo comperò di presente un'assai
bella carrozza, che l'oste, che ne soleva far continuo mercato, avea
fatta venire di Napoli per mandarla a Roma. Incontanente vi si lanciò
dentro, e noi nella carrettella, e gli schiavi sul carretto, e fu
cacciato a tutta briglia i cavalli, che la saltatrice quella sera
appunto spiccava l'ultimo suo salto a Tordinona.
Valicammo, come il baleno, la bella Linea Pia (venticinque miglia come
il primo viale della Villa Reale di Napoli), che Pio Sesto, d'immortale
memoria, rifrenando la sfrenata palude, fece spianare sull'antica via
Appia. Di qua e di là correva lentamente, anzi stagnava, la placida
laguna: e il suo stagnare e il fulminare dei nostri cavalli, parea
che mi rappresentassero alla fantasia il vivo contrasto fra la mia
vita passata e la presente. Oh! come io mi sentiva leggera su questa
terra, e trionfatrice dell'universo! Oh come eran rapidi tutti e vivi
e sfolgoranti i miei pensieri e le mie speranze! Oh padre, quanto mai
v'è di corporeo in tutto quello che pare più etereo e più spirituale
nell'uomo!
Di speranza in isperanza, e di pensiero in pensiero, fui tosto stanca
di vagare, e l'egualità del prospetto tosto m'ebbe profondata in me
stessa. Ripensai il fine, che sempre tale ci pare l'ultimo avvenimento
che c'è incontrato, a cui era riuscita la vita mia, e mi parve, se
non un piacere innebriante, certo una conversazione assai dolce. Non
accogliendo più nell'animo nessun dubbio di non essere moglie di
Cammillo, mi parve che il matrimonio fosse il solo stato naturale
dell'uomo. Tutta scarica e serena nella mia mente, io non sentiva
più in me quella strana mistura d'oppressione in un tempo e d'impeto
tormentoso all'ignoto, ond'ero stata travagliata dal primo dì che mi
sentii donna, e che in un bacio del mio garzoncello di Santa Sofia
attinsi il primo sorso alla tazza misteriosa della vita. Tutto mi
pareva piano, tutto sopportabile, nè il conoscere che Cammillo non mi
valeva per l'ingegno, mi afflisse tanto, quanto avrei per avventura
presupposto. Era un bel giovane, ed avea un braccio vigoroso per
sostenermi, e per lui io non mi sentiva più sola sulla terra: e della
mia superiorità assai agevolmente mi consolavo.
Intanto, stancata a vicenda di profondarmi in me medesima, mi versai di
nuovo fuori di me, e la scena mi parve di nuovo mutata. Tutto ciò che
mi circondava mi parve che inspirasse non più servitù, ma comando. Io
non vidi più monti arcigni o soprastarmi sul collo, e quasi minacciarmi
s'io ardissi levare il capo e credermi libera; o tarpare crudamente
le ali ai miei sguardi, ch'io desiderai sempre di spingere quanto più
potetti lontano nell'infinito dell'orizzonte. Io spinsi il volo degli
occhi miei di là delle curve lontanissime e maestose che mi ricamavano
a dolcissimi tratti l'orizzonte, e mi pareva che l'universo intero
fosse mio. Gli alberi, i cavalli, gli animali tutti s'ingigantivano di
mano in mano, e sembravano prenunziarmi che la natura si preparava come
a uno sforzo per mostrarsi maggiore di se stessa. Ah padre, ma quand'io
imparai a conoscere l'uomo romano, il vero discendente di Cesare,
il carrettiere; che più? quand'io imparai a conoscere il mendicante
romano, che, nel domandarti la vita per Dio, non s'avviliva, ma pareva
ancora comandare, e dirti, tu fosti mio schiavo un dì; allora conobbi
la più bella cosa creata, e conobbi che se Iddio n'aveva mandato il
germe nel Lazio, aveva voluto che il Lazio comandasse all'universo;
e conobbi che il divino decreto, ch'ora sembra mozzo e interrotto,
avrà forse un dì, nella resurrezione d'Italia, il suo ultimo e fatale
adempimento.
[Illustrazione: TAV. IV. ... che il Lazio comandasse
all'universo; e conobbi che il divino decreto, ch'ora sembra
mozzo e interrotto, avrà forse un dì, nella resurrezione
d'Italia, il suo ultimo e fatale adempimento. — Carte 336.]