LXXXI.

Veniva spesso, quasi guida delle più strane fra quelle caterve, un

avvenente e bellissimo giovane, ch'era napoletano e pur non pareva,

così dolce e malinconica era la sua sembianza, e così placido e rimesso

il suo parlare. Questi guidava, il più, Tedeschi o Russi, e sembrava

quasi con l'umanità de' suoi sguardi compensare l'inamabile durezza di

quelle geníe. Nè mai, dal primo dì che vi venne, non vi ritornò, che

vi ritornava spessissimo, che non m'affisasse in modo assai diverso

dall'altra gente, e così compassionevole, che quasi mai non distaccava

gli occhi da me senza versare una qualche lacrima. Ed essendovi in

una delle sale nelle quali dimoravamo, e propriamente in quella ove

dimorava io, una bella vergine di Anna de Rosa, giovane dipintrice del

seicento, uccisa nel fiore dell'età dal marito per rabbia di gelosia,

questo giovane seppe così ben pregare il duca e qualunque altro

ufficiale dell'ospizio a cui s'apparteneva di dargliene la permissione,

che finalmente ottenne di poter essere ammesso a copiare quell'immagine

ogni dì dalle sedici alle diciotto ore. Laonde un dì, con grande

stupore di tutte quelle giovani, e mio massimamente, ce lo vedemmo

comparire armato di sue tavolozze e suoi pennelli, e all'ultimo d'un

suo palchetto portatile, ed accompagnato da un usciere, che notificò

l'ordine del duca alle nostre suore. Ed egli, assettato davanti

all'immagine quel suo palchetto, che rispondeva quasi per l'appunto in

sul mio lettino, si messe, tutto umile e tutto modesto, al suo lavoro.

Da principio io fui e scandalezzata e disperata, non tanto di quella

concessione del duca, che mi pareva novissima, ma ancora del mio

nemico destino, per cui mi pareva che mi riuscissero a male anche

le congiunture più fortuite: che, nelle condizioni in cui ero, que'

due occhi scrutatori a perpendicolo del mio letto mi promettevano di

crescere di non poco lo strazio mio. Nè il giovane si asteneva già,

quasi nessun'altra giovane vi fosse stata in quella sala, di alternare

i suoi sguardi solamente all'immagine ed a me. E, in tutto quanto

gli era possibile, al volto, alle parole, che, non mai risposto, pure

talvolta mi moveva, ed alle lacrime che talora parea che suo malgrado

gli cadessero, mostrando che gl'increscesse inestimabilmente di me,

l'un dì più che l'altro si studiava di darmi a divedere, ch'egli si era

preso per me d'un amore ardentissimo.

Quand'io mi fui renduta certa dell'intendimento del mio pittore, se mi

fosse stato possibile di ridere, avrei riso. Chiusa mai sempre in me, e

dimorando in questa terra solo perchè non mi veniva fatto di partirne,

io era come un sasso a qualunque impressione non venisse di dentro

me stessa; nè della virtù e dell'affetto che appariva nel volto del

giovane io presi un'impressione più grande di quella ch'avevo presa del

vizio e dell'indifferenza che appariva nel volto delle pericolate.

Giunse finalmente il termine estremo del mio supplizio, e una notte del

marzo mi presero le più fiere doglie che mai si prendessero a nessuna

partoriente. Stetti tre dì fra la vita e la morte, intanto che al

terzo dì la levatrice, ch'era venuta a ricogliere il parto, pronunziò

ch'io sarei morta sopra partorire, la creatura ed io. La quarta notte

feci un bambino che mi somigliava, e quasi coi suoi gemiti invocava

il mio aiuto, e parea dirmi: o mamma, mi facesti alle pene da cui tu

ritorni. E nel volgere de' suoi occhietti pur balenava un lume sinistro

e calabrese, e rammentava don Serafino.

Io non l'ebbi appena fatto, che cominciai a guardarlo immobile come una

colonna. Una mano onnipotente mi spingeva a baciarlo ed a stringermelo

al seno come figliuolo, ed una mano onnipotente me ne tratteneva ed

allontanava come dal nefando figliuolo di don Serafino. Mai due forze

non furono onnipotenti ed eguali, come erano in me l'amor materno

che mi strascinava, e l'odio al mio carnefice che m'arrestava; e da

due onnipotenze discordi ne uscì il nulla. Il mio bambino, il sangue

mio, ne fu portato dolorando a menare la vita ch'io aveva menata per

vent'anni, ed io non ebbi nè pure la forza di desiderargli altro.

E nondimeno, quando l'innocente creaturina fu disparita, e ch'io ne

udii morire i lamenti in lontananza, l'equilibrio di quelle forze

si ruppe, ed obbliato al tutto don Serafino, i miei scorni e i miei

rancori, io non sentii più se non ch'era madre, e che mi strascinavano

via quel frutto ch'io aveva portato nove mesi nel mio ventre. Piansi

e lamentai, e, com'una di queste pazze malinconiche, ridomandai

lungamente a chiunque mi si parava dinanzi, il mio bambino. Ma forse

per mia ventura queste mie nuove lacrime furono indarno; e le leggi del

luogo non consentivano che i bambini delle pericolate fossero allevati

da esse medesime, ma ordinavano severamente che fossero considerati

come gettati nella buca, e mandati indistintamente in quelle medesime

grandi sale, su quei medesimi lettucci, a quelle medesime balie, ond'io

aveva succhiato quello scarso ed amaro latte che pure bastò a tirarmi

su per questo fatale pellegrinaggio che m'attendeva.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 115 / 140 题