Il pittore, come intendete, non fu ammesso nella mia sala nè nei
quattro dì ch'io fui partoriente, nè nei molti che durò il mio
puerperio. Il suo palchetto rimase immobile dov'era, e la sua copia
rimase interrotta accanto il bellissimo originale: non però interrotta
di tanto, che il volto non fosse quasi al tutto terminato. E poichè
m'era al dirimpetto, quindi, in presso che trenta dì che non potei
levarmi, pascetti gli occhi miei, satolli oggimai e sdegnati d'ogni
altro oggetto terreno.
Per verità, lasciando dall'un de' lati la venerazione e l'affetto che
risvegliano sempre nel nostro cuore i fantasmi di quella religione che
succhiammo dal seno e dalle labbra delle nostre nutrici, io non seppi
mai trovare in tutta l'antichità, e nella storia di tutte le umane
fantasie sognate a consolazione delle nostre sventure, un ente più
amoroso e più soccorrevole della Madonna, Vergine e madre a un tempo,
ella sembra creata ad accogliere nel concetto che abbiamo di lei quanto
si può immaginare di più candido e puro e innocente, da un lato, e di
più tenero ed affettuoso e misericordioso, dall'altro. Divina e umana,
ella sembra creata a congiungere, e congiunge veramente, ne' pensieri
del credente, il cielo e la terra, ed entra naturalmente mediatrice
e interceditrice fra l'uomo e Dio. A tante rosate fantasie, che mi
rilucevano e odoravano nella mente, si aggiungeva la bellezza, compagna
inseparabile e sovrumana d'ogni pensiero che ci leva al cielo; nè mai
la Vergine m'apparve sotto forme più belle di quelle, sotto le quali
l'aveva espressa quella giovane dipintrice. Ed io a fantasticare, se
forse il secolo in cui ella visse fosse stato meno reo di questo e
più nutritore di pensieri verginei, e s'ella veramente era vergine
ancora, e non contaminata dall'afflato di nessun uomo, quando accolse
nella mente un concetto così verginale, o se lavorò di memoria e
d'immaginativa, e seppe rapirsi da se stessa nei dì più intatti e
puri dell'età sua, in quei dì che fuggiti che sono, mai più, mai più
non ritornano. E qui pensavo della bellezza di lei stessa, e della
bestialità atrocissima del marito, che ruppe un corpo ed un pensiero sì
bello. Nè potevo impedirmi di pensare talvolta del giovane che aveva
scelta sì bella cosa a ritrarre, e che sì bella l'aveva ritratta. E
facendomi un poco dall'altra sponda del letto, contemplavo l'originale,
e poi contemplavo la copia, e più e più la contemplavo, e più mi pareva
che di poco fosse meno bella di quello. In fine, insensibilmente e
senza quasi ch'io me n'avvedessi, il solo aspetto di quell'immagine
mi trasse al tutto dal sozzo baratro delle idee scellerate e schifose
in che ero vivuta da dieci mesi, e mi sollevò a poco a poco come in un
aere più puro, a un'altezza incommensurabile dalla bassezza in cui ero
rovinata, fra pensieri meno terreni e quasi celesti, che mi ridiedero
la forza, ch'è sola bussola di questo oceano senza lidi che si chiama
vita, io dico la forza di non disperare.
Io non posso negare a me stessa, che, di verginità in verginità, io
perveniva ad ogni ora coi miei pensieri al giovane pittore, così come
per incidenza, o più tosto come per quel fatto di quella copia, ma, in
somma, io perveniva ad ogni ora a lui. Per non avere bambini a petto,
o frammettermi più di cose che mi potessero rammentare i sentimenti
mostruosi d'amore o d'odio implacabile che il primo e solo aspetto
di quel mio figliuolino m'aveva destato, io trovai modo, non senza
un mortale discapito della mia sanità, di far quello contra cui in
vano scrissero e perorarono tutti i fisici della terra, e che tutte
le nostre dame fanno e forse faranno in sempiterno, voglio dire, di
sforzare e sviare la natura, e mi mandai, come volgarmente si dice,
il latte addietro. E fingendo che per una mia naturale infermità io
non fossi tanta ad allattare verun bambino, non solo io mi liberai da
quella importabile noia, ma ancora, scioltami al tutto e quasi come
distaccatami da tutto il laido della mia vita passata, ch'ogni laidezza
è come morbo violento nella vita di chi ha il cuore retto, e quasi non
parendomi più d'essere la Ginevra contaminata del Serraglio e delle
pericolate, ma la pura e intatta e peregrina allieva di suora Geltrude,
ritornai al mio stato, come i moderni direbbero, normale, e non pensai
più che della mia immensa infinita superiorità a tutta la canaglia
che mi circondava, della mia vergine, e del mio umile, discreto ed
affettuoso pittore.
Questi, quand'io mi fui levata, riammesso nella sala per finire la
sua pittura, mi si venne ogni dì mostrando più umano ed amoroso in
tanto, ch'io non ebbi più verun luogo di dubitare, che, vistami da
principio casualmente e per brevi momenti in quelle sue accompagnature,
la copia di quella Vergine non fosse stato il pretesto ch'egli aveva
tolto per avere cagione di vedermi e di parlarmi a maggior agio. E
tante, e sì dolci, e sì penetrevoli parole mi veniva l'un dì più che
l'altro movendo, che alla fine mi fu impossibile, io non dico di non
corrispondere alla passione ch'egli mi mostrava, ma di non entrare
talvolta in alcun ragionamento con lui.
Cominciammo a parlare di cose indifferentissime, di pitture, di
proporzioni e di belle arti, e, come sempre avviene, ciascuno de'
due mischiava, per un naturale instinto, la sua propria storia alla
storia della pittura, e le proprie sventure a quella di Anna de Rosa. E
poichè, se nel convento e nell'alunnato il mandare a marito una giovane
era considerata cosa utile e pietosa a un tempo, fra le pericolate poi
era considerata come una specie di necessità, un dì, o fosse caso,
o che le suore medesime, alla cui custodia io era affidata, per le
anzidette ragioni se ne adoperassero, rimanemmo al tutto soli nella
stanza il giovane pittore sul suo palchetto, ed io adagiata sulla
sponda del mio lettino, che avevo fissi involontariamente gli occhi
ora in lui ora nell'immagine. Ed entrati ambidue, con voce più tremante
del solito, nei soliti ragionari, io non so come si divenne a parlare
del bello domandato ideale, e se esso fosse o potesse essere al mondo,
e quali ne fossero gli attributi metafisici, e cose altre di questa
fatta. Alle quali parole quel giovane, tutto tintosi in volto d'un
bellissimo ardire, discendendo rapidamente dal palco, e cavandosi dal
petto una miniatura in cui io appariva, come per magia, rapita a me
stessa:
Deh, in nome di quell'Iddio che ti fece, mi disse quasi lacrimando, o
angelo celeste, lascia la metafisica, e vedi qui nella tua adoratissima
immagine come il Sommo Artista volle o che il bello non fosse più detto
ideale, o, quello ch'io più tosto crederei, che tu non fossi detta
mortale, ma un'immortale idea della sua mente.
E così dicendo, mi s'inginocchiò quasi adorandomi, e mi baciò così
affettuosamente e pure così leggermente la mano, che parea che, come a
cosa divina, le sue labbra non osassero d'appressarsele.
Vedi, mi dicea continuando a' suoi detti, vedi, o divina idea del tuo
Fattore, com'egli m'ha fatto degno di rapirgli la più bella favilla che
gli brillava nel pensiero, e d'accenderne la mia mente ed il mio cuore,
e sotto il mio pennello informarla delle tue forme. E se ti parrà
ch'io, lontano da te nelle mie luttuose vigilie, abbia potuto esprimere
così viva la sua idea senza che egli reggesse la mia mano, e tu allora
dirai ch'egli non ti destinò mia sposa ab eterno.
Io era donna, o padre, nè le mie molte lezioni, nè le mie crudeli
sventure, non erano potute pervenire a disnaturarmi. Ero ne' venti
anni, primavera nell'altre della vita, in me per avventura autunno, di
tanto il dolore n'aveva divorata la via. Nè v'è stagione più pericolosa
a donna, parte perchè, uccisi dalla tempesta tutti i fiori e le piante,
la vita comincia a parerle e ad esserle veramente deserto, ed ella
sente mancare la lena, già in ogni età nulla nel suo sesso, di reggersi
sola in quel deserto, parte perchè la bellezza già quasi la fugge,
ed ella, quanto più da prima n'era inseguita, tanto più furiosamente
si pone da ultimo a inseguirla. Per la prima volta della mia vita io
sentii l'innebriante piacere d'essere chiamata bella, e quanto più io
era, non dico persuasa, che mai tal persuasione non entra in cuore a
una donna, ma insospettita che l'eccesso de' mali avesse illanguidita
la mia bellezza, tanto più l'udire che ciò non fosse, mi scendeva
nell'anima come celeste e irresistibile armonia. Io non so che gli
balbettai, nè so che altro egli m'aggiunse, se non che mi rammenta
che pur mele e nettare celeste mi parea tutto che gli scorrea dalle
labbra. Alla fine fu udito venir gente, ed io, annegata in un mare
di dolcissima confusione, lo sollevai soavemente, fra tanta dolcezza
afflitta di un solo amaro, ch'egli non fosse stato ardito di cogliermi
un bacio.