LXXX.

Le sale delle pericolate sono meno spaventose delle grotte che si

domandano convento; ma vi si mena la stessa vita. Ivi non è nulla

a comune, ma ciascuna pericolata ha le sue quindici once di pane e

i suoi cinque grani il dì; e le converse che le reggono, un dì per

avventura pericolate anch'esse, vi fanno il solito traffico de' letti,

de' lumi, de' lavori e dell'altre cose. Ma la licenza e la lordura de'

costumi v'è maggiore, perchè nella via del vizio solo il primo passo è

disagevole.

Laonde io non era appena pervenuta nella prima sala, non era appena

ritornata dalla ubbriachezza della mia vergogna, che già tutte le

quarantadue pericolate ch'allora conversavano colà, mi furono tutte

intorno, e una mi dimandava di chi ero gravida, un'altra di quanti

mesi, un'altra di altro. E parlavan tutte con una voce così risoluta

e sicura, mi guardavano con un viso così schietto e franco, e, direi

quasi, casto d'ogni timidezza o pudore femminile, che, se non che ben

si pareva tutto insieme, e nella più parte al ventre, ch'eran femmine,

più tosto che fra le donzelle della santa Casa della Nunziata, io mi

sarei creduta nel caffè al canto di Porta a San Gennaro, fra un viluppo

de' più sfrontati fra quei giovanastri.

Oh Dio! come è insopportabile supplizio a un cuore onesto, di sentirsi

fra gente disonesta, che in buona coscienza ti creda sua pari. E

come io non sarei paruta tale a quelle giovani, tutte naturalmente

proclivi a lussuria, s'io portava in me una testimonianza così viva

e irrefragabile d'aver mal fatto con un uomo? Raccontare il vero

sarebbe stato indarno; perchè nessuna favoletta da vecchiarella sarebbe

stata mai meno creduta di quel mio vero. Ond'io, disperata del fatto,

dell'opinione, del passato, del presente, dell'avvenire e di tutto

l'universo mondo, come più tosto suora Giustina m'ebbe lasciata, mi

raccolsi nel cantoncello ove m'avevano allogata, e giurai, che che

ne dovesse seguire, di non guardare in viso a nessuna, nè a nessuna

parlare, o, domandata, rispondere. Così mi giacqui assai tempo, mezza

tra viva e morta, non avendo la forza di disprezzare, nè vivendo, nè

morendo, l'opinione degli uomini, cosa in se stessa così essenzialmente

disprezzabile.

Correva, intanto, il più crudo e nevoso inverno del quale io abbia

memoria alla vita mia, voglio dire l'inverno del trenta; ed io moriva

di fame e di freddo in quelle lugubri ghiacciaie, e le naturali angosce

della gravidanza mi divennero finalmente una specie di prolungata

agonia. Dalla quale se pure avevo tregua di qualche istante, la

mostruosa novità de' miei pensieri, che sottentravano inevitabilmente

ai dolori materiali, m'era essa medesima in luogo di mille agonie.

Io sentiva muovermi il bambino nel seno; e questo primo lampo del

sentirsi madre ha un non so che di così involontariamente e, direi

quasi, elettricamente allegro, che in su quel principio non v'ha nè può

avervi luogo alcuno la riflessione. Ma s'egli è vero, nè v'ha nulla di

più vero al mondo, che il dolore è tanto più grande quanto sopravviene

più prossimo al piacere, immaginate voi, o padre, che orrendo spasimo

mi era a pensare, che quel bambino era figliuolo di don Serafino.

Se i dolori che la natura ha frammessi necessariamente al suo corso

sono talvolta così insopportabili, immaginate che debbano mai essere

quelli che sono al tutto fuori dell'ordine suo, o che, per meglio dire,

all'essere dolori aggiungono l'essere mostruosi. E nondimeno nè pure

qui s'arrestavano i mali miei.

Gli uomini in tutti i loro studi, in tutte le loro letture, in tutte

le loro peregrinazioni, non cercano mai quello che per se stesso è

notabile o utile a sapere, ma per l'ordinario quello che per una causa

qualunque sembra acconcio ad irritare la loro curiosità. Per soddisfare

a questa passione, vivissima ed irresistibile nei più, che sono gli

sciocchi, e mal collocata e ridicola sempre nelle cose in che si

esercita, che non hanno mai attenenza veruna a chi da essa è posseduto,

tutti coloro, napoletani o non, che traevano all'ospizio per visitarlo,

la prima parte che desideravano vederne erano quelle nostre sale, e

le prime abitatrici, noi altre pericolate. Una schiera di giraffe, di

orangutanghi, di cinocefali, di fenici, o di qualunque altro più raro

animale sia nella natura o nei sogni degli uomini, avrebbe tirata a

se meno e con meno furia la gente. Nè bastava l'essere espressamente

vietato dal duca che le nostre sale e noi fossimo mostrate a persona.

Qualunque più spilorcio giudeo vi fosse venuto, trovava la forza di

metter mano alla scarsella, e cacciare qualche piccolo nelle mani di

quella ingordissima canaglia di serventi che ci erano a guardia, e non

passava mai dì che non ci fossero addosso d'ogni maniera giovanastri,

o, quel ch'era ancora peggio, vecchiardi mal vissuti e importuni.

Com'è possibile ch'io possa mai dirvi con parole il furore nel quale

io veniva quando comparivano di queste torme di scioperati, che

donzellandosi per la sala dov'io era, mi cacciavano certi occhiacci

di bue addosso, e sogghignavano, e si pestavano i piedi a vicenda,

affisandosi in sul mio ventre? Io configgeva gli occhi in terra,

e talvolta mi voltava verso il muro, e spesso mi copriva il viso e

tutta la persona con la rozza coltre del mio lettino, e piangeva e

mi struggeva. Ma era tutto niente, e l'ozio spietato di chi veniva,

e l'ingordigia insaziabile de' serventi, e la civetteria di quelle

medesime pericolate, bramosissime tutte di ritornare pericolanti,

rinnovavano ad ogni ora il mio supplizio.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 114 / 140 题