Le sale delle pericolate sono meno spaventose delle grotte che si
domandano convento; ma vi si mena la stessa vita. Ivi non è nulla
a comune, ma ciascuna pericolata ha le sue quindici once di pane e
i suoi cinque grani il dì; e le converse che le reggono, un dì per
avventura pericolate anch'esse, vi fanno il solito traffico de' letti,
de' lumi, de' lavori e dell'altre cose. Ma la licenza e la lordura de'
costumi v'è maggiore, perchè nella via del vizio solo il primo passo è
disagevole.
Laonde io non era appena pervenuta nella prima sala, non era appena
ritornata dalla ubbriachezza della mia vergogna, che già tutte le
quarantadue pericolate ch'allora conversavano colà, mi furono tutte
intorno, e una mi dimandava di chi ero gravida, un'altra di quanti
mesi, un'altra di altro. E parlavan tutte con una voce così risoluta
e sicura, mi guardavano con un viso così schietto e franco, e, direi
quasi, casto d'ogni timidezza o pudore femminile, che, se non che ben
si pareva tutto insieme, e nella più parte al ventre, ch'eran femmine,
più tosto che fra le donzelle della santa Casa della Nunziata, io mi
sarei creduta nel caffè al canto di Porta a San Gennaro, fra un viluppo
de' più sfrontati fra quei giovanastri.
Oh Dio! come è insopportabile supplizio a un cuore onesto, di sentirsi
fra gente disonesta, che in buona coscienza ti creda sua pari. E
come io non sarei paruta tale a quelle giovani, tutte naturalmente
proclivi a lussuria, s'io portava in me una testimonianza così viva
e irrefragabile d'aver mal fatto con un uomo? Raccontare il vero
sarebbe stato indarno; perchè nessuna favoletta da vecchiarella sarebbe
stata mai meno creduta di quel mio vero. Ond'io, disperata del fatto,
dell'opinione, del passato, del presente, dell'avvenire e di tutto
l'universo mondo, come più tosto suora Giustina m'ebbe lasciata, mi
raccolsi nel cantoncello ove m'avevano allogata, e giurai, che che
ne dovesse seguire, di non guardare in viso a nessuna, nè a nessuna
parlare, o, domandata, rispondere. Così mi giacqui assai tempo, mezza
tra viva e morta, non avendo la forza di disprezzare, nè vivendo, nè
morendo, l'opinione degli uomini, cosa in se stessa così essenzialmente
disprezzabile.
Correva, intanto, il più crudo e nevoso inverno del quale io abbia
memoria alla vita mia, voglio dire l'inverno del trenta; ed io moriva
di fame e di freddo in quelle lugubri ghiacciaie, e le naturali angosce
della gravidanza mi divennero finalmente una specie di prolungata
agonia. Dalla quale se pure avevo tregua di qualche istante, la
mostruosa novità de' miei pensieri, che sottentravano inevitabilmente
ai dolori materiali, m'era essa medesima in luogo di mille agonie.
Io sentiva muovermi il bambino nel seno; e questo primo lampo del
sentirsi madre ha un non so che di così involontariamente e, direi
quasi, elettricamente allegro, che in su quel principio non v'ha nè può
avervi luogo alcuno la riflessione. Ma s'egli è vero, nè v'ha nulla di
più vero al mondo, che il dolore è tanto più grande quanto sopravviene
più prossimo al piacere, immaginate voi, o padre, che orrendo spasimo
mi era a pensare, che quel bambino era figliuolo di don Serafino.
Se i dolori che la natura ha frammessi necessariamente al suo corso
sono talvolta così insopportabili, immaginate che debbano mai essere
quelli che sono al tutto fuori dell'ordine suo, o che, per meglio dire,
all'essere dolori aggiungono l'essere mostruosi. E nondimeno nè pure
qui s'arrestavano i mali miei.
Gli uomini in tutti i loro studi, in tutte le loro letture, in tutte
le loro peregrinazioni, non cercano mai quello che per se stesso è
notabile o utile a sapere, ma per l'ordinario quello che per una causa
qualunque sembra acconcio ad irritare la loro curiosità. Per soddisfare
a questa passione, vivissima ed irresistibile nei più, che sono gli
sciocchi, e mal collocata e ridicola sempre nelle cose in che si
esercita, che non hanno mai attenenza veruna a chi da essa è posseduto,
tutti coloro, napoletani o non, che traevano all'ospizio per visitarlo,
la prima parte che desideravano vederne erano quelle nostre sale, e
le prime abitatrici, noi altre pericolate. Una schiera di giraffe, di
orangutanghi, di cinocefali, di fenici, o di qualunque altro più raro
animale sia nella natura o nei sogni degli uomini, avrebbe tirata a
se meno e con meno furia la gente. Nè bastava l'essere espressamente
vietato dal duca che le nostre sale e noi fossimo mostrate a persona.
Qualunque più spilorcio giudeo vi fosse venuto, trovava la forza di
metter mano alla scarsella, e cacciare qualche piccolo nelle mani di
quella ingordissima canaglia di serventi che ci erano a guardia, e non
passava mai dì che non ci fossero addosso d'ogni maniera giovanastri,
o, quel ch'era ancora peggio, vecchiardi mal vissuti e importuni.
Com'è possibile ch'io possa mai dirvi con parole il furore nel quale
io veniva quando comparivano di queste torme di scioperati, che
donzellandosi per la sala dov'io era, mi cacciavano certi occhiacci
di bue addosso, e sogghignavano, e si pestavano i piedi a vicenda,
affisandosi in sul mio ventre? Io configgeva gli occhi in terra,
e talvolta mi voltava verso il muro, e spesso mi copriva il viso e
tutta la persona con la rozza coltre del mio lettino, e piangeva e
mi struggeva. Ma era tutto niente, e l'ozio spietato di chi veniva,
e l'ingordigia insaziabile de' serventi, e la civetteria di quelle
medesime pericolate, bramosissime tutte di ritornare pericolanti,
rinnovavano ad ogni ora il mio supplizio.