In questo mezzo, quelle fra noi altre della Nunziata, che appartenevano
alla setta delle suore, s'erano aiutate di questo loro straordinario
gastigo a non so qual alto magistrato, allegando che le antiche
consuetudini della casa della Nunziata vietavano che mai niuna
donzella, passata una volta per quella sacra buca, potesse, per
qualunque pretesto o cagione, essere trasferita da quell'ospizio in
un altro. Io non so come facessero ad aversi un avvocato di questi
che strascinano le altrui querele ai piedi di tutte le dominazioni
terrestri e celesti; e finalmente, dopo tre mesi in circa che
dimoravamo nel Serraglio, fu mestieri al duca di richiamarci alla
Nunziata. Non era ancora valico un mese dal fatto del prete, e un
dì venne per noi un ufficiale della Nunziata, con assai uscieri e
serventi.
Io fui contentissima di questa novità, perchè l'aspetto de' luoghi ove
s'è patito di quelle sventure che non sono belle nè pure dal lido onde
ogni tempesta è gradevole, diventa esso medesimo un continuo dolore.
Il pensiero di non vedere il prete era la sola letizia che mi potesse
avanzare; e rendute, ma non senza lacrime, grazie a madama della
protezione materna che m'aveva avuta a quegli ultimi dì, montai meno
trista che per l'ordinario in una di quelle solite carrettelle.
Nell'approssimarmi alla Nunziata, fui assalita da un pensiero molesto,
non forse il duca, per l'odio speciale che mi portava, avesse
ordinato ch'io n'andassi con le altre ventinove nel convento. Ma
mi confortava il sapere ch'io sarei il primo esempio d'una giovane
tramutata dall'alunnato nel convento, essendo ciò assolutamente
vietato dall'instituto del luogo. In effetti non fummo appena smontate
dalle carrettelle nella corte, che un usciere, avvicinandosi a me, e
domandatami s'io era la Ginevra, al mio primo dir di sì, m'ingiunse di
seguitarlo, e mi condusse nell'alunnato.
Quivi suora Giustina, o fosse par una particolare umanità del suo
cuore, o che il tempo soglia essere vera spia dell'innocenza, mi
accolse come s'accoglie chi torna tutto rotto ed affranto da una pena
immeritata, cui lo condusse, non già la colpa, ma la calunnia. Mi fece
ridare il mio antico letto, molti degli abiti e degli arnesi statimi
tolti come soverchi quando il letto mi fu mutato dalla stanza di suora
Geltrude nella gran sala, e benchè non potesse altrove che in quella,
mi fece assegnare un posto che non era de' peggiori. Io le diedi per
grazie quello che solo m'avanzava, le mie lacrime; e come prima mi fui
acconciata nel canto che mi toccò, mi tolsi con impeto senza pari quei
pannacci del Serraglio, e mi messi un abito di mussolo bianco, che
mi trasse nuove lacrime, per la rimembranza di suora Geltrude che me
l'aveva donato.
Così cominciava io a vivermi nell'alunnato, tutta riconfortata di
sentirmi come tornata a casa, massime che essendone tutte quelle
ventinove cicale ite nella loro malora nel convento, nè essendovi,
come già vi dissi, fra il convento e l'alunnato commercio di sorte
alcuna, nulla quivi era trapelato delle mie avventure del Serraglio.
Ond'io cominciava a godermi l'antica stima di tutte quelle giovani,
scema dell'antica invidia, che non ci aveva più luogo, ed a malgrado
di tutte le infinite, e quasi non narrabili, sventure che mi erano
occorse insino a quel dì, cominciava a provare una certa pace, quale
chi, ancorchè diserta e sbattuta dall'onde, pure alla fine si sente nel
porto; quando a un tratto me ne trovai le mille miglia lontana, nella
più fiera burrasca della mia vita.
A tanti dì del mese io m'accorsi d'una interruzione inaspettata
ch'era in me in quel che regolarmente s'appartiene a chi non è
incinta; ed ancorchè ne prendessi una impressione terribile, pure
v'ha tale sventura così abbominosa, che quanto più ci è dappresso,
anzi addosso del tutto, tanto più ce ne stimiamo lontani. Abbenchè
già tutta tremante e convulsa e mezza morta, io mi persuasi che quella
interruzione fosse causata dalla vita miserabile e stentata ch'avevo
tratta al Serraglio, e dalla mancanza del nutrimento; e mi confortava
il sovvenirmi che anche in sul bel principio nel convento m'era seguita
alcuna delle siffatte novità. Ma l'un giorno incalzava l'altro, e
scorse una settimana, e due, e tre, e quattro, e fu compiuto finalmente
il secondo mese, senza che Iddio volgesse gli occhi alla sua innocente
creatura.
Quando non mi fu più possibile di dubitare del mio incredibile caso,
ebbi la prima e sola volta della vita mia una continuazione di furore
per più dì, tanto più terribile, quanto io, tutta chiusa in me stessa,
in null'altra cosa al mondo che in me stessa non potevo disfogarlo. Ed
è mestieri ch'io vi confessi ch'io volli morire, non più di quella vaga
e puerile e indótta volontà che già n'aveva avuta a casa il cuoco e nel
convento, ma saputamente e d'una volontà ferma e discorsa con tutti i
sillogismi della dialettica, che mi mostrarono per mio minor male la
morte; e tale, in fine, che se, procacciatomi un coltello e strettomelo
al cuore, non ebbi la forza di vibrare, quella fu viltà e ribrezzo di
natura, o più tosto temenza di maggiore vergogna, e non già conseguenza
della mia fede; nè Iddio me ne deve avere alcun merito.
Intanto io era spesso veduta percuotermi la fronte come invasata da un
pensiero disperato; spesso prendere la rincorsa per rompermi le tempie
nelle ferrate de' finestroni, ed arrestarmi a un tratto come trattenuta
dalla forza medesima che m'aveva spinta. Anche correndo incontro alla
morte, io non poteva fare di non sopravvivermi un qualche istante nella
mia fantasia; e il pensiero che nel mio cadavere, del quale io era
già gelosissima, sarebbe stata scoperta la causa del mio suicidio, e
che per morte non potevo già fuggire vergogna, troncava il volo al mio
feroce desiderio.
Essendo la dolcezza e la pace dell'indole mia divenuta per sette
anni in esempio, anzi in proverbio, di tutto l'alunnato, come sarebbe
stato possibile che tutto l'alunnato, e suora Giustina in ispezialtà,
non si fosse avveduta d'una mia sì nuova e sì grave mutazione? Suora
Giustina ebbe sospetto che fosse quello che era, e cominciò a spiare e
considerare tutte le mie faccenduzze, e tutti i miei movimenti, e tutta
me stessa. Correva il quinto mese del mio supplizio, e il reprimere gli
sforzi del recere ond'ero di quando in quando assalita, e l'andar curva
per celare la disonestà del mio ventre, cominciava ad essere indarno,
quando un dì suora Giustina, trattami in disparte, mi disse:
Ginevrina, voi m'eravate apparsa finora un fiero peccato della fortuna.
Ma sono pochi dì che mi avete costretta di mutar parere. Oramai le
vostre sventure m'appaiono quello che sono, le conseguenze inevitabili
della vostra inconsiderazione. E la mia coscienza, nè il mio onore,
non mi consentono più di francheggiare il vizio apertamente. Io fui
tutta ghiaccio iersera quando il duca, fattami chiamare a se, per vari
riscontri avuti, mi fece certa di quello ch'io già sospettava del fatto
vostro, e che, per mio rossore, avrei dovuto conoscere e prima e meglio
di lui. Egli mi rammentò ch'era il primo scandalo di simil fatta che
seguiva nell'alunnato, e il tutto per la sua colpevole indulgenza a
suora Geltrude; e che, non sapeva per qual vago presentimento del vero,
egli aveva preso sempre di voi una sinistra impressione. M'ingiunse
alla fine di tramutarvi, il meno scandalosamente che si potesse, di
qua nelle sale delle pericolate, nè a voi, ne' termini in cui vi siete
condotta, può piacer altro, io credo.
Dove mai troverò più le parole per esprimervi la vergogna, la
confusione, i delirii di rossore, ai quali io fui in preda ad ogni ora
in questi mostruosi dì della vita mia! Ad ogni parola di suora Giustina
io mi sentiva come sepolta sotto le Alpi o i Pirenei; e pure, così
sepolta, ebbi la forza di gettarmi a' piedi suoi, e dirle il tutto, e
col fulmine invincibile del vero romperle il duro smalto del cuore, e
sforzarla alle lacrime. E nondimeno le sue lacrime non mi giovarono,
perchè mai le lacrime non vinsero la necessità.
Era quella silenziosa e mistica ora meridiana che già altra volta io
consacrai alla religione delle lettere, e tutte quasi le mie compagne
dormivano, o davano vista di dormire, quando io, fatto un piccolo
fardelletto delle mie più indispensabili masserizie, guidata da suora
Giustina, m'involai da quella sala, sicura di mai più non poterla
rivedere. Il mio letto era presso all'uscio della stanza ch'io già
aveva abitata sette anni in compagnia di suora Geltrude, della Chiara,
dell'Eugenia e della Clementina. Un istante prima di muovere il piede,
non potetti trattenermi di spingere quell'uscio e guardare dentro.
V'era solo il letto di suora Giustina, e nulla più che rammentasse o
suora Geltrude, o me, o alcuna delle altre tre giovani. Ma le mura,
e il cielo, e le finestre, e l'usciolino del gabinetto eran sempre
quelli, e un raggio d'una delle finestre socchiuse dava dappiè del
letto di suora Giustina, proprio come di quei dì medesimi aveva dato
per più anni sul letto mio, e rischiarati que' miei tanto sudati
volumi! Ond'io, versate l'ultime lacrime di vera tenerezza delle quali
ho memoria:
Addio, dissi quasi fuori di me, o primo e ultimo albergo della mia
innocenza e de' miei piaceri. Chi mi ti tolse? Sette anni che ti fui
sposa non t'aveano fatto mio? Questi tuoi muri non olezzano i miei
fiati verginali? Perchè non volesti tu accogliere il mio spirito
fuggente? Ahi! se quand'egli in breve, puro ed immaculato, quale riposò
gran tempo nel tuo grembo, fuggirà da questo corpo che la matrigna
natura ha fatto soggetto alla violenza ed alla sozzura umana, se allora
gli sarà prescritto dal fato d'aggirarsi alcun altro tempo su questo
scellerato pianeta, ancora del tuo grembo, che tu non gli potrai più
negare, egli farà asilo alla sua ignuda peregrinazione.