Così si sciolse questo episodio della breve tragedia della mia vita.
Io mi svenni, mi riebbi, mi tornai a svenire e mi tornai a riavere, mi
stracciai i capelli e il viso, mi picchiai il petto e il seno, gridai,
stupii, piansi e bestemmiai a posta mia. E quando ebbi ben fatto tutto
ciò, ritornata in me stessa, vidi che nè Paolo, nè l'onore che il prete
m'aveva tolto, era risuscitato. Tediata della figura umana, impetrai
da madama che m'avesse lasciata insino a sera in quel gabinetto; e
quando madama fu partita, ricominciato il mio verso del piangere e del
picchiare, le quattro mura di quello rappresentarono la parte che la
natura prende alle nostre sventure.
La sera, a ora d'andare a letto, madama venne per me, e mi disse:
Ginevrina, le leggi dell'ospizio non mi consentirebbero di porvi
a dormire ed a lavorare con le altre fanciulle, che o sono, o sono
tenute pulcelle. Ma l'innocenza del vostro cuore fa forza al mio; ed
io ho disposto che voi siate ricevuta fra le prime compagne, al vostro
proprio letto, come se nulla fosse stato della fuga.
E visto ch'io era disperatamente vergognosa degli scherni delle mie
compagne:
Di scherni o di motteggi, mi disse, non accade che vi mettiate
pensiero. Io ho dato ordini rigidissimi intorno a ciò; nè ho lasciata
indietro cura veruna acciocchè la novella si spandesse per l'ospizio in
un modo poco meno che onorevole per voi.
Detto ciò, mi condusse quasi per mano nella mia sala, al mio posto,
nell'ora appunto che le giovani se n'andavano a letto. Ma ella non era
appena fuori dell'uscio, ch'io ebbi per ricevuta uno scroscio di risa
universale.
Per un savio ordinamento delle cose, le gravi sventure ci rendono
insensibili alle piccole, e le reali alle immaginarie. Qualunque altra
sera della vita mia io mi sarei morta di vergogna a quello sghignazzío.
Ma quella sera io non ne feci più caso che aveva fatto dei quattro muri
del gabinetto stati testimoni del mio racconto e delle mie querele;
e raccoltami come potetti nel mio lettuccio, l'allagai tutta la notte
delle mie lacrime.
Il dì seguente, poco prima del desinare, fui fatta domandare da madama,
che m'attendeva in quel medesimo gabinetto del dì davanti. Quivi era
un ufficiale di corte con un suo scrivano, ch'era venuto a prendere la
mia deposizione per iscritto. Io, interrogatane solennemente da lui,
non senza rossore gli dissi il vero. Ma l'ufficiale non dettava mai
allo scrivano quel ch'io gli diceva, e solo m'interrompeva di quando
in quando, esclamando non poter l'opera stare com'io la contava. Allora
io, fra noiata e sdegnosa, gli dissi con parole assai risolute, che io
non aveva altra deposizione a fare, e che scrivesse quella o nessuna:
ed egli cominciò, tutto svogliato, a dettare allo scrivano parole che
sonavano ben altro di quello che io gli aveva detto e ripetuto più
volte. Madama ed io gli dicemmo mille volte che egli non dettava il
narratogli; mille volte egli racconciò la sua frase; e mille volte ne
uscì un sentimento o non verace o inintelligibile. Finalmente egli si
levò, gridando con un viso marmoreo, che il suo sacro ministero non
gli permetteva di alterare il vero per cicalare di donne: e, voltoci il
tergo, andò via minacciando.
Dopo pochi dì, non so qual tribunale dichiarò me consenziente al prete,
e il prete, i due cagnotti e la ruffiana incolpabili; e come tale don
Serafino ritornò alle sue ordinarie lezioni, che, come richiesto a
corte, era stato costretto a intermettere. E benchè io me gl'involassi
sempre come al più velenoso e mortale serpente, nondimeno mai il
demonio non me gli parò davanti, ch'egli sottocchi non sogghignasse.