Erano, credo, le ventitrè, quando pervenuti in sulla piazza del
Serraglio, la bussola a un tratto si fermò. Non sapendo che fosse,
vinsi la terribile vergogna ch'avevo di mostrare il mio volto alla luce
del dì, e, fatto uno sforzo quasi involontario, apersi lo sportello.
Vidi un mare di popolo sulla piazza che s'affollava intorno a non so
che ch'era in terra all'ultima estremità dell'edifizio; e per quanto
ne richiedessi que' miei feroci, non ne potetti avere una risposta.
Solo dalle voci tronche di chi m'andava e veniva accanto, intesi
che si trattava d'un avvenimento luttuoso; e pure sporgendo il capo
fuori, vidi poco di poi sollevare sur una barella un cadavere non più
conoscibile, tanto era sanguinoso e sfracellato, che cadavere al certo
pareva, se non che dopo che la barella fu progredita di pochi passi, io
vidi ch'era persona vivente che si strappava a gran furia le fasciature
ond'era tutta coperta. Finalmente la barella fu portata dentro la
grande entrata dell'ospizio, e il popolo a poco a poco si diradò, e la
bussola all'ultimo mosse.
I birri fecero montare la bussola insino al vestibolo, e quindi entrare
nel corridoio a destra, dove era il governatore. Ma la confusione, i
gridi, le piattonate de' gendarmi erano tali, che non si potè rompere
per verun modo la calca. Alla fine i birri, consultatisi prima fra
loro e poscia con alcuni serventi dell'ospizio che potettero venir
loro a mano, mi fecero riportare fuori nel vestibolo, e quindi, sempre
in bussola, nell'altra entrata di rimpetto, dove fattosi aprire da
quella vecchia custode, e fattami uscire della bussola, mi condussero
su al secondo piano nel cospetto di madama, a cui esposero il tutto,
aggiungendole, che, nella presente confusione, non potevano altro che
consegnarmi a lei, e domandandogliene il contrassegno.
Quando madama mi vide così travestita e così concia, mi disse la più
obbrobriosa villania che fosse mai detta a nessuna dolorosa bagascia,
e senza volermi pure udire una sola sillaba, comandò ch'io fossi
menata nel carcere delle mal vissute; e quivi menata da due di quei
miei stessi feroci, fui consegnata alla carceriera, che al volto ed al
vestimento, rammentava la badessa del convento della Nunziata.
Io credo che alla prefettura fosse creduto ch'io desinerei poi la
sera all'ospizio ed all'ospizio ch'io avessi desinato la mattina alla
prefettura; perchè nè nell'un luogo nè nell'altro mi fu punto recato di
cibo. Intanto io era digiuna insino dal mezzodì quasi del dì davanti;
onde non riapparendo altrimenti per quella notte la mia carceriera, nè
pure a rifornire una lucernuzza di terra che m'aveva lasciata e che fu
presto spenta, io, tutta sbattuta e stanca e rotta e oscurata nella
mia mente da tante e sì incredibili e nuove sciagure, m'adagiai sur
un sacconcello che quivi era, e mi messi a dormire, non già di sonno,
ma d'una certa cupa stupefazione di cerebro, ch'è sempre conseguenza
e medicina a un tempo de' mali estremi, che strascinerebbero, senza
quella, infallibilmente al suicidio.
La mattina seguente, insino a poco innanzi il mezzodì, la carceriera nè
pure comparve, ed io credetti senza più ch'io fossi stata condannata
a perire sepolta viva, come le antiche vestali. Ma io non m'era
appena rassegnata con tutta pace a questo pensiero, che la carceriera
aprì l'uscio, e m'ingiunse di venire alla presenza di madama. Io le
dissi, con voce a fatica intelligibile, ch'erano due dì ch'io non
mangiava, e che se non mi desse alcun piccolo conforto di cibo, nulla
potrebb'essere del venire a madama. La carceriera, strettasi un poco
nelle spalle come di cosa che niente le calesse, all'ultimo andò per
un poco di cibo, e tornò con un piattellino dell'usata minestra, ch'io
bevetti assai bramosamente; e poco di poi ebbi la forza di levarmi dal
saccone, e condurmi insino a dove madama mi voleva.
Per mia somma e inaspettata ventura, madama m'attendeva tutta sola
in un suo assai remoto gabinetto, dove appena la carceriera m'ebbe
scorta, ebbe ordine di farsi con Dio. Quivi madama, con un viso un
poco meno disumano del dì davante, mi domandò tutto il vero del fatto
della mia fuga e del prete, promettendomi, s'io non le nascondessi
nulla, d'aiutarmi quant'era in lei. Alle quali parole io rompendo in un
dirottissimo pianto, me le gettai ginocchioni ai piedi, ed abbracciando
le sue ginocchia, le narrai filo per filo e segno per segno tutta la
verità dell'accaduto, senza scusare me o aggravare altrui un punto solo
oltra il giusto.
Certo io credo che sia invitta volontà di Dio, che il vero trovi per
se la via di pervenire al cuore degli uomini; i quali, se lo rigettano
o lo soffocano, non è mai in loro buona coscienza. E se non fosse
così, qual sarebbe mai l'innocente che non lasciasse assai presto
il capo sotto la scure dei calunniatori? Finito l'infame racconto,
io non lasciava le sue ginocchia, e tuttavia me le raccomandava. E
levando su gli occhi che avevo insino allora tenuti confitti in terra
per vergogna, vidi, quel che mai non avrei creduto, che madama aveva
versata qualche lacrima. La speranza ch'io ne presi me ne cavò un altro
fiume dagli occhi; e madama sollevandomi:
Datevi pace, mi disse, Ginevrina, e serbate ad altro le vostre
lacrime. Datevi pace di quel male cui non acconsentiste; che solo
nell'acconsentire è la colpa e il disonore. Il resto è opinione
pregiudicata degli uomini, e non vi renderà mai nè meno bella, nè meno
cara, nè meno stimabile a chi non sia indegno di conoscervi.
Quand'io l'udii parlarmi così, mi parve per un istante udire la
voce di suora Geltrude. Tutta riconfortata, e piangendo non più
per disperazione, ma, se non per tenerezza, certo per un sentimento
assai affine a quella, la scongiurai di farmi arrecare una qualche
vesticciuola, acciocchè io mi vedessi un'altra volta nell'abito del mio
sesso, e mi levassi finalmente dinanzi agli occhi l'oscenità di quel
travestimento. Madama, senza chiamar persona, aveva in quel gabinetto
medesimo di che rivestirmi tutta; e me ne fece subito copia. Ed io
strappatimi e fatti per la gran rabbia in pezzi quegli scellerati
cenci, mi vestii gli abiti dell'ospizio con lo stesso contento, che una
novella regina il suo manto reale.
Quando mi vide un poco meno irrequieta, madama mi fece portar da
desinare dalla sua propria cucina, e volle che ai molti travagli
sofferti io prendessi un qualche ristoro un poco più ragionevole della
solita minestra. E tenutami in molti ragionamenti della pazienza ch'è
mestieri opporre alle tribolazioni onde Iddio visita forse quegli
stessi che un dì saranno suoi eletti e sederanno alla sua destra; e
poscia stata un momento sopra di se, come dubitando se le convenisse
parlare o tacere, finalmente mi disse:
Ginevrina, voi siete destinata ad avere un terribile dolore, al
quale tutti quelli che avete avuti insino a questo dì sono un nulla.
E poichè, appena passato il limitare di questo uscio, lo trovereste
sulle labbra di chiunque vi si parasse davanti, spero che sulle mie vi
riuscirà meno atroce.
Alle quali parole divenuta io tutta bianca nel viso, e gelata le mani
e i piedi e le labbra, ella sostenendomi ch'io già mi veniva meno, ma
pure risolutasi che il mio peggiore fosse ch'ella tacesse:
Raccogliete, mi disse, tutte le vostre forze, o Ginevrina, e sappiate
che il vostro Paolo, ignaro al tutto che voi foste mai stata in questo
ospizio, per tedio della vita oramai non è più.
Lo spavento e l'orrore ch'io presi da principio di questa nuova mi
ridiedero, chi il crederebbe, gli spiriti già quasi smarriti alle prime
parole di madama, e le dissi:
Deh, per pietà, ditemi il tutto.
E n'ebbi che Paolo, alla morte del padre ridotto dall'estrema miseria
in quell'ospizio, e dopo sette anni di patimenti, quali solo noi altri
bastardi e serragliuoli possiamo intendere, noiato dalla fame, dal
freddo e, quello che agli animi generosi è più ancora insopportabile
della fame e del freddo, dal vedersi infallibilmente preporre, insino
nell'esercizio e negli avanzamenti dell'arte sua, i più inetti e
goffi, solo in premio della loro disonestà, s'era precipitato giù dal
sesto piano dell'edifizio, con sì ferma risoluzione di morire, che
raccolto ancora vivo e fasciatogli lo sfracellato corpo dai cerusichi
dell'ospizio, egli più e più volte s'aveva, con quel poco spirito
che gli avanzava, strappate furiosamente tutte le fasciature, e dopo
aver detto, che, se fosse voluto vivere, non avrebbe tolta la fatica
di gittarsi di così alto, aveva finalmente trionfato di questa vita
morendo.