Sempre, dunque, travestita di quello strappato e sanguinoso abito
da marinaio, senza che mai nessuno di que' feroci, nè anche il
commessario, ai quali tutti io me n'era pietosamente raccomandata, mi
volessero fare la carità di procacciarmi una gonna qualunque, io fui
chiusa in una bussola, e da molti feroci e gendarmi accompagnata a
casa quel barbassoro. Quivi, fermata la bussola nella corte, mi fecero
salire ben cinque piani, e fummo nella colui sala. S'aspettò, io credo,
un'ora, bestemmiando gendarmi e feroci, che poi quando ci fu imposto
d'essere alla presenza di sua signoria, gli si prostrarono quasi ai
piedi, come i Tibetani al loro gran Lama.
Era costui un uomo altissimo e grassissimo, con una pancia che pareva
il panteon di Agrippa. Il naso non era dei grandi, ma aveva le guance
d'una così disonesta rotondità, che parevano essere due parti di
tutt'altro membro che il viso: avea la fronte larga e corta, e i
capelli inamidati, tutti ravviati con gran cura verso di dietro; e la
sua testa tutta insieme pareva più tosto un grandissimo cocomero che
un capo umano. Avea le mani appoggiate sulla pancia, che girando a
tondo per tutta la persona, non dava loro altro posto da giacere: ed
aprendo la più sgangherata bocca ch'io vedessi mai, con certi piccioli,
neri, rotti e rarissimi denti, con una voce e un dialetto della Ruga
Catalana[4]:
Vedete com'è bella! vedete com'è bella! esclamò proverbiandomi rivolto
a quei feroci; vedete come m'è venuta bella innanzi, con que' crini
rabbuffati, e quegli abiti d'arlecchino tinti in rosso! Mi vorreste
insegnare a me simili sorta di bagasce? Ora vedete mo com'è bella!
Mettetela in mezzo agli sbirri e menatela alla prefettura! Alla
prefettura in mezzo agli sbirri!
E così continuava a gridare come uomo ebbro o deliro, non guardando più
nessuno, ma volgendosi intorno intorno come un energumeno, e mettendo
ormai fuori non più parole intelligibili, ma certi urli confusi, fra i
quali si distinguevano solo le voci: sbirri e prefettura. Finalmente
i feroci, guatatisi così un poco fra loro, e visto ch'essi medesimi
erano quegli sbirri in mezzo ai quali il furente baccalare aveva
loro ingiunto di pormi, mi condussero via che ancora per le scale e
nella corte s'udiva di lontano quel bocione, che rimbombava tuttavia:
prefettura e sbirri.
Richiusa nella bussola e condotta alla prefettura, quivi fui messa,
alla presenza di tutta Napoli, in una di queste carceri, come ora si
direbbe, provvisorie, e consegnata vita per vita al carceriere. Quivi
era un giovane onesto e biondo, di assai trista sembianza e tutto
a bruno; il quale era sì stanco e addolorato, che non pose al tutto
mente a me quando ci entrai, nè pareva che avesse posto mente a due
male femmine che gli civettavano dappresso. Queste, appena mi videro
in quell'acconciatura, mi giudicarono una loro onesta compagna, e
cominciarono a parlarmi assai compagnevolmente delle cause che le
avevano condotte a trovarsi nella mia conversazione. Poco di poi
sopraggiunse, accompagnato dal carceriere, un uomo di mezzana statura
ed assai male in arnese, di viso assai umile e rimesso, e lasciato dal
carceriere, si raccolse quivi in un canto come un povero carcerato.
Donde, levati gli occhi verso noi tutti, ma in ispezialtà verso quel
giovane, cominciò a raccontarci una sua favola della ragione del suo
essere in prigione, ed a domandarci con assai disinvoltura di quella
per la quale v'eravamo noi, dicendo il peggior male di tutti gli
ufficiali grandi e piccoli della polizia, ed invitandoci a fare il
somigliante, con tanto maggior pericolo che altri desse nella pania,
quanto egli diceva il vero. Ma le male femmine nè pure intendendo
quel ch'egli gracchiava, per risposta gli domandavano se gli facesse
mestiere di loro; e il giovane o non badava a udirlo, o udendolo, gli
sorrideva di pietà. Nè a me, avvezza a vivere nelle pubbliche comunità,
dove le spie abbondano, poteva essere occulta l'arte assai grossolana
di quel provocante delatore; e parte avevo ancora io la mente altrove,
e non che di rispondergli, non mi curai più d'udirlo.
Sette ore fui tenuta in quel carcere col giovane a bruno, la spia e
le due meretrici. Erano, credo, le ventidue, quando venne per me il
carceriere e mi condusse su al primo piano in una stanzetta a volta,
dov'erano assai ufficiali, tutti per lo più giovanotti azzimati e
attillatuzzi, con certi baffini ch'erano una grazia, e che mostravano
in istrano innesto come il pelo può talora essere indizio di
effeminatezza. Costoro, tutta venutami considerando, già mi guardavano
con occhi cupidissimi e investigatori d'ogni mia più deplorabile
miseria, quando, sbatacchiato un grand'uscio ch'ivi era, venne fuori
quel furioso della mattina, il quale, avvedutosi che quei giovani mi
consideravano un poco attentamente, disse loro la più gran villania che
mai fosse detta a nessun discolo; e di me, dopo che m'ebbe carica di
assai epiteti che la mia modestia non mi consente di ripetere, diede
ordine che fossi rimessa fra gli sbirri, e ricondotta nella presenza
del governatore al Serraglio.