LXXV.

Poichè il prete ebbe attutata in quel mio morto corpo la sua rabbia

bestiale, nè la terra s'apri, nè io invocai mai più l'aiuto celeste

in nessun'altra delle mie sventure. All'orribile ritorno de' miei

sentimenti, che l'ultime parole di quell'assassino m'avevano al tutto

vinti, io vidi e lui e l'altro che tenendomi sempre inchiodata in

terra, pendevano a capo rilevato dalla bocca del prete; il quale, tutta

rassettandosi la persona, ragionava loro assai tranquillamente, che

a voler avere mercede e sicurezza intera, bisognava che m'uccidessero

senz'altro. E quelli pur dubitando alcun poco, non già per pietà, ma

per paura, non si sapendo in che modo potersi liberare del mio cadavere

ch'altri non lo scoprisse, il prete ridendo della loro semplicità,

diceva:

O come? non avete voi quella cantina qui sotto, ch'è proprio il fatto

nostro? Sapete come n'è tenero e smosso lo spazzo. Vi scaveremo una

fossicella della sua misura, che vedete ch'è piccolina, io intonerò

sommessamente il _vade in pace_; e l'anima sua e le nostre ne saran

tutte salve.

E così sia:

Risposero ad una voce i due sicarii, e levando su i coltelli, ed ecco

atterrato l'usciuolo da via, e la stanza piena di birri e di gendarmi,

e il prete, gli assassini e la vecchia ammanettati, ed io troppo tardi

liberata, e tutti condotti al corpo di guardia del commessariato del

quartiere di Vicaria.

Dai minacci e dagli scherni dei birri intesi, che madama, appena

tornata all'ospizio e non trovatami, ne aveva data notizia al

governatore, e questo al commessario di polizia del quartiere di Foria;

e costui, esaminata la vecchia custode, ed avutone come il prete mi

aveva visitato poco dianzi la mia fuga, essendo uomo assai pratico

di somiglianti rigiri, aveva avuto sospetto che il fatto stesse come

stava veramente, e non solo aveva operato che si fosse cerco nella

casa del prete, ma ancora che tutti i suoi andamenti fossero stati per

qualche dì vigilati; che i feroci del commessariato di Foria, come

quelli che il prete s'aveva al tutto obbligati, non avevano cercato

molto diligentemente nella sua casa; ma che pure vedendolo per tutto

un dì andare e venire non so quante volte da quell'abitacolo dai Santi

Apostoli, non avevano potuto mancare di farne partecipi i loro fratelli

del quartiere di Vicaria; i quali, ponendo la notte uno di loro che

spiasse e origliasse a quell'usciuolo, avuto finalmente avviso da

costui che il prete era dentro con la giovane travestita, e che vi

s'udiva grida e percosse, erano tratti con la rapidità ch'avete letta.

Pervenuti che fummo al commessariato, ci messero tutti giù nel corpo

di guardia, dove il prete domandò tosto da scrivere a non so qual

barbassoro, al solo nome del quale quelle spie cominciarono ad avere

un gran rispetto al prete, a' due suoi cagnotti ed alla ruffiana, e,

salvo me, non maltrattarono più nessuno. Fu portato da scrivere al

prete, che, incorando que' suoi bravi e motteggiando i birri, scrisse

un gran foglio con una serenità e una sicurezza del fatto suo che

ancora mi reca stupore. I feroci, non so se per gratificarselo o per

vendicarsi sopra di me de' suoi motteggi, mi dissero con mal piglio,

che mi conveniva montar su dal capo squadra (com'essi dicevano al

loro decurio) che mi voleva. Io montai su con loro; e que' ribaldi

cominciarono per le scale a trafficarmi villanamente. E quando fui

su, il capo squadra, vedutami in quel mio vestito da marinaio, e tutta

lacera e insanguinata, cominciò a fare le grasse risate, ed a dirmi i

maggiori vituperi che mai intorno alle cagioni del mio travestimento

e del sangue, e brancicatami alla volta sua, così più tosto per modo

di correzione che per altro, m'impose di non mutarmi di dietro ad

una certa panca dove i feroci m'avevano ridotta a furia di picchiate,

ed egli si pose a sedere con loro accosto a un gran braciere dov'era

acceso un gran fuoco di puzzolentissimi carboni.

Abbenchè io fossi assai impedita del mio discorso, che ad averlo intero

io credo che ne sarei morta allora allora, nondimeno io udii quella

notte quanto mai è possibile alla più corrotta e sfrenata fantasia

d'immaginare di più vile, e d'abbietto, e di lordo, e di crudele,

e d'incredibilmente bestiale nella natura umana. Quella nefaria

canaglia non ragionò tutta notte, che di frusta, di mitera, di gogna,

di boia, di capi mozzati e di colli strangolati. E quando questa

materia mancava al loro sollazzo, ed essi parlavano di postriboli e

di meretrici, con parole di non mai nè pure immaginabile oscenità,

che parevano fabbricate nell'inferno. E spesso interrompevano quelle

parole, scagliandosi or l'uno or l'altro verso di me, a chi poteva più

infamemente stazzonarmi: sì ch'io posso dire che per diciannove anni

ch'io fui nutrita ed allevata fra la più scellerata plebaglia di questo

reame, non imparai il milionesimo del male ch'io fui a mio malgrado

costretta d'imparare in una sola notte che dimorai fra le mani di

quella che si chiama giustizia.

La mattina seguente il commessario non era ancora arrivato, e già

era venuto per il prete quel gran barbassoro di cui v'ho toccato. Un

momento di poi giunse il commessario, che, fatte le liete accoglienze

al barbassoro, gli diede subito a guarentigia, o, come qui si dice,

per consegnato, il prete, i cagnotti e la ruffiana; i quali tutti,

sogghignando verso di me, n'andarono alle loro ordinarie faccende.

Ed io poverina, condotta dinanzi al commessario tutta vergognosa e

tremante, e desiderosissima che la terra m'avesse prima inghiottita,

poscia ch'egli, con un brutto cipiglio spaventato, m'ebbe, con

grossissima e fiera voce, detto:

Che il diavolo vi branchi tutte, brutte troiacce di serragliuole, che

nè anche i preti ci lasciate stare.

Diede ordine, che ammanettata e ben chiusa in una bussola, m'avessero

condotta a casa non so qual alto ufficiale di polizia, che non mi

ricordo proprio il nome di quel carico, la qual casa era ivi non

molto discosta, perchè gli pareva che a costui si fosse appartenuto il

sentenziarmi.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 109 / 140 题