Veniva a fare le lustre d'insegnar leggere alle più provette fra
quelle giovani un prete calabrese di forse cinquant'anni, ma di soda
e robusta complessione, e domandavasi don Serafino; nè di serafico
aveva altro che il nome. Il quale, per essersi nutrito e riparato
gran tempo in casa non so qual eccelso barbassoro della reggia, aveva
avuto non so che carico nell'ospizio, e per la ragione detta dianzi
temuto e però amato e venerato dal governatore, n'era stato, novello
don Ignazio, eletto a maestro delle fanciulle, non ad altra cagione,
se non se acciocchè gliene venisse a crescere il salario. Costui,
quantunque rozzo ed ignorantissimo, non era però tanto insensato,
che non sentisse una gran noia di farsi ogni dì ripetere l'abbiccì da
quelle milense: e nondimeno, per il bene della scarsella, comunque a
malincuore, vi s'adattava. Un dì, abbattutosi a caso a ragionar meco,
era rimasto stupefatto di aver trovata colà dentro chi sapesse tanto
più di lui: che di ciò gli fu troppo agevole d'avvedersi. Egli dunque,
o per alleviarsi la cotidiana noia che l'attendeva, com'io credetti
veramente, o per non so qual altro disegno m'avesse fatto addosso,
quasi ogni dì non cercava che me, non ragionava che con me, e della
lezione e di tutte l'altre fanciulle faceva come di cose che per verun
modo non gli appartenessero.
Essendosi per tanto costui, quasi a mio malgrado, dimesticato alquanto
meco, non potette essere che non si accorgesse del mio repentino e
inesplicabile cangiamento; e che, com'è sempre la mente umana vaga e
curiosissima degli altrui segreti, non cercasse ogni via di strapparmi
dal cuore il segreto ch'io gli nascondeva. Ed essendo furbissimo e
maravigliosamente pratico delle cose di questo mondo, non istette guari
ad accorgersi che il male mio era amore. Della qual cosa non si fu
appena accorto, che un dì, coltami in disparte da ogni altra, mi disse:
Ginevrina, io credo che perch'io sia corvo, e additò il suo vestito
nero, voi crediate che sia mio mestiere di andare disvelando gli
amori altrui, o veramente m'abbiate per degli scopatori, ch'io abbia a
scandalezzare che una bella giovane, quale voi siete, siesi condotta
ad amare. Ma se Dio v'aiuti, io sono d'ossa e di carne come voi: ed
amai anch'io furiosamente nella mia età più fresca; e se ora non amo
più, non però non m'incresce insino all'anima di chi ama, e non farei
ogni opera di soccorrergli. E però, se voi amate, nè già sarete ardita
di negarlo a chi calpesta da tanto prima che voi questa terra, e se
non siete matta, che vogliate infelicissimamente morire potendo vivere
felicissima, palesatemi colui che amate, e lasciate a me la cura del
rimanente.
A queste parole, all'aria franca e sicura ond'egli le pronunziò, a
quel non so che d'imperioso e d'affidante a un tempo ch'è sempre nella
sembianza di chi è più vecchio di noi quando s'inchina a parlarci
umanamente, mi sentii scoperta già prima di aprire la bocca, e nulla
più non seppi tacergli. Ed egli, che teneva inchiodati gli occhi
suoi ne' miei, come più tosto ebbe udito del giovane, li schiodò con
mirabile celerità, e li raccolse in giù qualche momento, aggrottando
le ciglia in un certo modo che tutto il sangue, senza ch'io sapessi
perchè, mi si gelò nelle vene. Di poi, ritornandoli tutti umani e
soccorrevoli ne' miei:
Sia lodato il sommo Iddio, mi disse, con un'enfasi tutta religiosa,
che mi concede, con nessun mio danno, di poter fare una vera opera
di pietà; che così gli uomini di senno intendono la pietà; e così
l'intendeva Gesù Cristo. Addio Ginevrina, stai di buona voglia, e non
volere, per soverchio di fanciullaggine, sciupare una tanta bellezza;
ch'io ti annunzio che fra qualche dì sarai la più lieta donna che mai
nascesse.
Era, quando questo colloquio seguì, il dì ventuno di giugno; e quale mi
fosse la notte che gli seguitò, sarà più facile a voi l'immaginarlo,
che a me il potervelo dire. All'usato martello della mia furibonda
passione, s'aggiunse quest'altro, che ora mi pareva d'aver fatto il
meglio del mondo, ed ora il peggio, d'essermi fidata del prete. E
mischiandosi alla disperazione la speranza, ne surse una terza maniera
d'angoscia, della quale io non conobbi mai il più infernale flagello.
Il dì seguente il prete, ch'era usato di venire ogni dì, non ci venne,
con non poca maraviglia di tutte: e la mia agonia se n'accrebbe.
Finalmente l'altro dì, ch'era per l'appunto la vigilia della solennità
del Precursore, riapparve don Serafino, tutto lieto nel viso che pareva
la pasqua stessa; e raccontata all'altre giovani una sua favola del non
essere venuto il dì davanti, ci fece un poco ridire l'alfabeto. Di poi,
preso il suo cappello e trovato con incredibile destrezza il modo di
cogliermi un istante in disparte:
Ginevrina, mi disse con la rapidità che l'occasione imponeva, se
dimane, quando l'altre giovani vanno a spasso, tu ti saprai rimanere
a letto come inferma, che pur troppo sei, io ti porrò nelle braccia il
tuo Paolo.
E disparve che poco mancò che non fosse udito.
Ne' brevi e quasi convulsivi istanti ch'io aveva ragionato, era già
otto anni, col garzonetto, ne aveva avuto tutta l'infelice storia della
sua famiglia e non il suo proprio nome. Il che sempre che poscia mi
tornò alla memoria, o che così fosse veramente, o che amore nobiliti
tutto nella persona amata, mi parve esempio rarissimo di modestia e di
gentilezza d'animo; che come agli stolti nulla viene sì rapido sulla
lingua quanto il parlare di se stessi, così nulla viene più tardi agli
assennati.
Quando udii il prete pronunziare quel nome, io mi composi in meno che
non balena la più rosata novella, e vidi proprio con gli occhi miei
don Serafino che, ai miei contrassegni ed alla storia della famiglia,
domandava del giovane tutti gli ufficiali dell'ospizio, e cercava e
investigava, e finalmente, come per miracolo, ritrovatolo, ne aveva
nome, casato, famiglia, istoria, tutto, e narratogli i casi miei, ed
ecco il giovane gettarsi a' suoi piedi e scongiurarlo di soccorrere
alla sua disperata passione, e don Serafino intenerirsi e sollevarlo
e lacrimare di tenerezza; e promettergli che il dì di san Giovanni lo
farebbe il più felice uomo che nascesse.
E con quest'aurea novella perduto quell'ultimo fiato di senno, o, per
parlare con più esattezza, quei lucidi intervalli che m'avanzavano,
diedi l'ultima perfezione alla mia pazzia.