LXXIII.

Varcato, adunque, l'ultimo termine che divide il senno dalla pazzia,

mi finsi il dì vegnente malata, il che, per l'estrema pallidezza in che

s'era cambiato il vivo colore del mio viso, mi fu di leggieri creduto.

Alle ventidue le giovani andarono a spasso, madama n'andò altrove; e

di tanta turba non rimanemmo che una vecchia custode in una cameretta

ch'avea presso all'entrata, ed io a un piano e a non so quante sale e

corridoi di distanza da lei.

Io non era più nè in quella sala, nè in terra, nè in cielo, ma aveva

già valichi milioni di milioni di universi, e ne valicava ancora altri

milioni, quando il prete m'apparì, tutto rosso nel viso e quasi come

brillo. Ed essendomi io levata furiosa nel letto, e sporto il capo di

traverso come per vedere chi entrava dietro lui, ed ecco il prete porsi

il dito dal mento al labbro, ed accennarmi con gran serietà di tacere.

Io, tacendo, pure sporgeva il capo per vedere entrar Paolo, e vidi

in vece la vecchia custode. Il prete, che come seppi dappoi, tastava

polsi, ordinava ricette ed era tenuto gran fisico in quell'ospizio,

sedutomisi dappresso, e toccomi il polso:

Per mia fe, disse a voce alta, sempre accennandomi con l'occhio di

star cheta a' suoi detti, voi mi fate chiamare come se infermaste a

morte, ed io vi trovo più sana di me. Per Iddio sommo! chi s'impaccia

con voi altre, non ne puole aver bene. Via via, ho inteso. Voi volete

annaffiarvi il gorgozzule con qualche rimedio a uso rinfresco.

E volto alla vecchia:

Suora Rebecca, le disse, andrete giù in farmacia e faretele fare una

limonea delle buone con entro mezz'oncia di cremore di tartaro.

E poichè già la vecchiarda moveva:

Aspettate, le disse, che mi possiate prima far uscire; che sono atteso

(e nominò una gran principessa) da forse un paio d'ore.

E levandosi, sempre accennandomi di non fare motto, andò via con la

vecchia.

Io rimasi stupida, e stupida in breve lo rividi venire a me più acceso

ancora di prima ed afferrarmi improvvisamente la mano, e baciarla più

e più volte, e dirmi:

Ora ecco: Paolo è là nel mio quartiere che t'attende per disbramarsi

una sete d'ott'anni: e ti manda questi baci anticipati.

E stato un istante sopra di se:

Ginevrina, m'aggiunse, ora è il tempo di mostrare se sei l'altera

allieva di suora Geltrude o una vile serragliuola. La vecchia è già

in farmacia, e la stolta vide uscire prima me; ma poi, com'io già

sapeva essere sua sciocca usanza, s'è tirato l'uscio dietro che chiude

a saliscendi, ma non l'ha inchiavato con la chiave grossa, che le

pesa soverchio di portarsela addosso. Io, data una volta, e rifattomi

all'uscio, mettendo un mio grimaldello nel serrame, ho alzato il

saliscendi; ed eccomi di nuovo a te. Levati su e seguimi, che mai non

fu sì solitario il vestibolo; e sai che la farmacia è sotto la scala di

fuori. Ma spácciati, che la vecchia non torni.

Io non badai a rispondergli, ma mi levai su, e cacciatimi in furia i

miei panni indosso, mi messi a seguitarlo.

Per uomo di oltre a cinquant'anni, don Serafino menava assai

leggermente le gambe. In meno che non lo dico si fu usciti da

quelle chiostre; e passato il vestibolo, entrati per un corridoio

tenebrosissimo dall'altra banda, e montati per una strettissima scala a

chioccia, pervenimmo a un usciolino, che il prete aperse speditamente,

e messami dentro e riserratolo, e dato una subita volta per le due

stanzette di che si componeva questo suo quartiere:

Poffar Iddio! esclamò; l'insofferente Paolo c'è venuto incontro per

l'altro corridoio; ma io l'ho bell'e giunto.

E riaperto e riserrato l'uscio a chiave, mi lasciò chiusa là dentro e

disparve.

Ora io non v'intratterrò più, o padre, delle meditazioni e de'

soliloquii che mi causarono da quel dì le continue e strane rivolte

della mia fortuna. La vita, o almeno la mia vita, somiglia quel

nuotatore che mosso dall'estrema sponda d'un faro, tutto librato

e leggero sull'onde, fa lente e riposate le sue volte e quasi può

noverarle; ma poi sopravviene la stanchezza ed il fiato ingrossa, e

le volte sono più rapide ed affannose ed innumerabili, finchè, a vista

dell'altra sponda, guarda per l'ultima volta il cielo e cade in fondo

all'abisso.

Ma a comprendere quanto fosse la miseria mia, vi basterà il conoscere

che batterono le ventiquattro, e poi l'un'ora, e poi le due, e poi

le tre, e poi le quattro, e poi la mezza notte, ed io brancolava a

tentoni per quelle due stanze, ed il prete non veniva. E benchè io mi

dimorassi colà al tutto fuori del senno, e come briaca mi cacciassi qua

e là quasi per afferrare il giovane che mi fuggisse, pure ad ora ad ora

ero come tocca e quasi destata da un certo oscuro ma assai sinistro e

spaventoso presentimento: e quando mi balenava nella mente il pensiero

di non essere stata ritrovata nell'ospizio al ritorno delle mie

compagne, io sentiva non so che di molto nuovo nell'essere mio e nella

mia vita, sentiva, benchè confusamente e come per sonno, ch'io aveva

oltrepassato un certo punto da cui non era più possibile di tornare

indietro, e che ormai la colpa e la vergogna entravano a parte delle

mie sciagure, insino allora così involontarie e immeritate.

Era passata, io credo, di non poco la mezza notte, quand'io udii

voltare la chiave dell'uscio ed entrare alcuno, ma non si vedeva chi.

Morta d'incertezza e di paura in un canto della prima stanza, la prima,

la sola parola che mi venne sulle labbra, fu: Paolo. Ma nessuno mi

rispose, ed io udii il calpestio nell'altra stanza, e subito vidi luce,

e don Serafino accendere con uno di questi lumettini accensibili una

lucerna d'ottone. Ma non pronunziava sillaba, ed era come perplesso di

quello che avesse a farsi o a dire.

Io stava in quel canto assai più perplessa di lui, anzi morta non

d'una ma di mille paure. Ma finalmente, fattomi un poco di cuore, e

paratomegli sotto l'uscio della sua stanza:

E il mio Paolo?... gli dissi.

Allora egli, posata la lucerna sur un cassettone ch'aveva accosto al

suo letto, e come risolutosi nel suo pensiero, mi s'appressò, e presami

per la mano, e tutto tremante, ma non già di paura:

Ginevrina, mi disse, il tuo Paolo è fuori di se dal dolore di dover

prolungare d'una notte ancora la sua e la tua felicità. Ma egli ti vuol

far sua, non un istante, ma sempre, e vuole fuggirti dall'ospizio, e,

con un po di danari ch'io gli ho dato, condurti in Francia, dov'egli

col suo mestiere, ch'è valente tipografo, ti renderà cara ed agevole

la vita. Ma noi ci siamo indugiati troppo oggi, ed egli, temendo non

fosse scoperto, aprendo quest'uscio con un'altra chiave ch'io gli aveva

lasciata, s'è tornato all'ospizio; ove non ha voluto mancare stanotte,

ch'è già troppo pericolo che vi manchi tu, e n'è già piena, si può

dire, la città. Tu dunque starai qui meco acquattata stanotte, che

sono spie da per tutto per iscoprirti; e però mi è convenuto tornarci

all'ora mia che son solito. E doman da sera, quando questo volgo

si sarà renduto certo che tu non ci sei, ed io ti condurrò in luogo

libero, dove ti stringerai al seno mille e mille volte il tuo Paolo,

ed egli te, e sarai fuori per sempre da questo carcere e da queste

sventure.

E sempre più crescendo il suo tremore, con un viso fra pallido e

ardente, e con la mano gelata:

Or vieni, mi disse, a riposarti un istante su questo mio letticciuolo.

Ed inclinando il capo, mi baciò, quasi succhiando, la guancia.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 107 / 140 题