Quando fummo pervenute sulla piazza del Serraglio, i gendarmi a furie
di piattonate sbaragliarono quella gran folla di lazzaroni che ci
aveva seguitate. Di poi, fatte fermare le carrettelle innanzi alla
magnifica scala di marmo a due ordini onde si monta all'ampio vestibolo
di quell'immenso edifizio, e fatteci scendere dalle carrettelle,
ci consegnarono capo per capo ad altri assai gendarmi a piedi che
ci attendevano colà presso. I quali, fatto ale di se, ci mossero
per coppie in mezzo a loro, e salendo su per l'ordine destro della
scala, e giunti nel grande adito, dov'erano tre grandi entrate, una
al dirimpetto, e l'altre due a' due lati, entrarono per quella a mano
ritta e ci menarono in un grandissimo e lunghissimo corridoio. Quivi
ci fecero fare alto, avvertiti dai serventi dell'Albergo, che il
governatore non era ancora venuto.
Era quel corridoio una specie di pubblico ritrovo d'ogni sorta di
persone. Quivi eran uomini, quivi eran donne, d'ogni sorta condizioni,
quivi erano Inglesi e Tedeschi a dovizia che traevano a pagare
religiosamente il debito che ha ogni forestiero di vedere, o di poter
dire d'aver veduto, quell'ospizio. E poichè era già andata per tutto
la voce che noi eravamo le trenta più riottose fra le figliuole della
Nunziata che avevano preso a zoccolate ed a piattellate in sul viso e
in sul parrucchino il nostro duca governatore, tutta quella gente, che
senza noi sarebbe entrata e uscita spacciatamente, ciascuno pe' fatti
suoi, ci si fermava e faceva calca intorno per vederci e considerarci.
E ci consideravan tutti, massime gl'Inglesi, con una maraviglia e uno
stupore così grande, che ben si pareva quanto gli uomini anche più
liberi sono fatti per essere schiavi; che sempre par loro una gran cosa
strana, che l'oppresso pigli un tratto a panate, o a tegamate, o a quel
che meglio gli è alle mani, il suo oppressore.
In questa gogna s'ebbe io non so se dire la stoltezza o la barbarie di
tenerci per cinque lunghe ore, dalle tredici alle diciotto, allorchè ci
fu recato che, questo gran governatore che s'aspettava, era finalmente
giunto per una sua scala segreta. Tosto fummo condotte dal corridoio
nella sua sala dove, in vece d'un qualche gran baccalare, com'io m'era
presupposta, trovammo un'abbietta e volgarissima figura, un sudicio e
stizzosissimo vecchio, un pretto lazzarone vestito, ed anche malamente,
con un certo logoro e rattoppato giubbone di questi che s'usavano
a' bei dì de' nostri arcavoli. Costui, con un fragorosissimo vocione
da Masaniello, con un dialetto purissimo di Lavinaio[3], aprendo una
gran bocca, ed arrabbiando e facendo la bava, che non si sapeva qual
diavolo il toccasse, ci disse ex abrupto la più gran villania che mai
nessun reo mascalzone dicesse a nessuna più vituperata sgualdrinella
di Mercato, dicendo così sozze e sconce parole, che, a me almeno,
che non ero mai stata a simili scuole, o riuscivano al tutto ignote,
o m'insegnavano quello che ignoravo. E minacciandoci il capestro, la
mitera e il fuoco, e mordendosi le mani per il gran furore in cui era
montato, alla fine levando su a tutta furia una gran mazza ch'avea in
mano, come per volerci rompere a tutte il capo e l'ossa, fu trattenuto
e fatto quasi a viva forza sedere da due zerbini tutti azzimati,
figliuolo e segretario suo, che gli erano intorno; i quali tutti molli
dalla fatica di tenerlo, e parte sogghignando, fecero cenno ai serventi
ed ai gendarmi di condurci via. E così fu fatto.