Dopo così nobili ricevute, per le quali non ci si disdisse di
aspettare cinque ore in quello stato, fummo, per il medesimo corridoio,
ricondotte nel grande adito onde eravamo entrate da prima, e quindi
introdotte nell'entrata di rimpetto a quella onde uscivamo. Quivi era
una gran sala, ove fu picchiato a un uscio che dava in un corridoio
simile a quello di là, ove eravamo state si gran pezzo alla berlina. Ed
apertosi l'uscio, apparvero certe bruttissime suore, poco dissimili,
di forma e d'abito, a quelle del nostro convento, delle quali vi era
più d'una presenzialmente fra noi. A queste fummo dai serventi e dai
gendarmi consegnate a coppia per coppia; e non appena il caporale ebbe
profferito il numero quindici, che l'uscio si riserrò, e noi rimanemmo
dentro, che parve un sogno.
Le suore facendoci, in su quelle prime, un certo viso arcigno e
spaventato, ci condussero dal corridoio in un'altra sala non troppo
ben grande, dove era una vecchia francese che tutte chiamavano madama.
Costei, da principio appaltatrice e poscia, per aver fatti assai ben
ricamare non so quali arredi di corte, direttrice delle fanciulle
dell'Albergo, con cento buoni ducati al mese, ci considerò un momento
così tutte insieme, senza troppo fermare gli occhi sopra nessuna.
Di poi, com'è il costume di Francia, motteggiate alquanto e noi e il
duca, domandò a quelle suore che cosa avesse a farsi di noi. Le più
vecchie e stizzose fra quelle dissero che noi non c'eravamo venute ad
albergo, ma sì veramente a correzione; e che però ci si volea allogare
in qualche canto appartato, e tener segregate al tutto dal consorzio
dell'altre fanciulle, che ne potevamo corrompere l'innocenza. Ma le più
giovani, e per questo medesimo meno ree, si opposero al crudo partito,
ed allegando che quella legge del segregare era per quelle fanciulle
che non s'erano portato intatto il loro fiore, e però non da applicare
a noi ch'eravamo tutte pulzelle, posero, che ci si conveniva lasciar
vivere in compagnia di tutte l'altre. E si vinse: e madama sentenziò
cianciando, che potevamo andarne libere e sciolte con le altre giovani,
ed acconciarci in sui lettini ch'avanzavano voti.
Io credo che voi sappiate che questo straordinario edifizio,
cominciato, d'ordine di Carlo terzo, a rizzare dal Fuga, doveva avere
un terzo di miglio di lunghezza, quattro vastissime corti, e una
chiesa a cinque immense navate, e in mezzo l'altare che da tutte si
potesse vedere il sacrifizio. Ma, come sempre segue nelle monarchie,
che con la partenza o con la morte di ciascun principe parte o
muore quel poco di bene che il popolo ne aspettava, e solo rimane
quello ch'è loro connaturale, il servire, come più tosto Carlo andò
a regnare in Ispagna, l'opera pendette dismessa ed interrotta, e la
metà solo ne rimase in piedi. Questa metà non basta a ricettare tutti
i tremila giovani e le settecento fanciulle che per l'ordinario vi
sono ricoverati. Laonde, benchè ai giovani s'entri per dove entrammo
in prima noi per attendere il governatore, ed alle giovani donne per
l'entrata opposta, nondimeno queste non hanno che solo la metà di due
ordini di piani de' sei ond'è superbo l'edifizio, e tutto il rimanente
è occupato da quelli.
Ristrette, dunque, in così anguste prigioni, quelle meschine giovani
si può dire che non hanno luogo nè per dormire nè per lavorare. I
telai e tutti gl'istrumenti dell'arti che vi s'esercitano, sono sparsi
qua e là per quei corridoi che dovrebbero servire di solo passaggio;
e fanno un ingombero e una confusione non più veduta. Nè ci si vede
a lavorare, che la luce vi viene a pigione per certi finestroni
ferrati distanti fra loro un buon migliaio di palmi. Nelle sale ove si
dovrebbe lavorare, in vece vi si dorme, e vi sono i letti così fondi,
che meglio sarebbe a unirli tutti e dormirvi su stipate alla foggia
groenlandese. Questi letti, che potrebbero dirsi incoati, consistono
in un muricciuolo a foggia di sedile che corre intorno intorno al
muro, e sopra questo ciascuna appoggia la notte due piccole assicelle,
sostenute dappiedi da un piccolo trespolo anche di legno, e sopra
quelle adatta un sacconcello con entro un poco di paglia, e un lenzuolo
che Dio vel dica, e, secondo la stagione, una coperta di lana o di
tela grossissima; e quivi s'adagia e dorme, rotta dalla fatica e dalla
fame; che tutto dì e fieramente vi si lavora, e una minestra con un
lieve vestigio di lardo a mezzodì, e una la sera, e non molto pane,
sono il nutrimento ordinario. Vero è che due dì la settimana vi s'ode
ragionare di carne, che poi a mensa a mala pena n'è alcun sospetto. E
queste erano le cagioni vere per le quali madama era sorda, inesorabile
a chiunque più la scongiurava di lasciargli vedere quelle sale e que'
corridoi, e non la temenza che la pudicizia delle giovanette ne potesse
essere offesa, che dalla gente educata non poteva.
Menate da una di quelle suore in una sala meno ingombera dell'altre,
quivi ci allogammo alla meglio le mie compagne ed io; e cominciammo a
condurvi la vita che ho detta dianzi, a me inusitata e durissima, ma a
quelle fra le mie compagne della Nunziata, che non erano delle suore,
assai più portabile di quella che menavano nel convento.