Come più tosto fu potuto dar fine alle trionfanti risa, ciascuna di
noi cominciò a temere nel suo segreto la vendetta del duca. L'essere
io stata la prima a sporgere il capo fuori la finestra, e l'essere
stata lo strumento passivo di rovesciare il monte di quei piattelli,
porse occasione a tutte le cento giovani di convertire in rovina di
me sola ciò che ciascuna temeva per se; e il pensiero dell'interesse
comune passando come una corrente elettrica d'uno in un altro capo, non
indugiarono a giurarmi tutte sul viso ch'io sola aveva rovesciati, anzi
aveva voluto rovesciare, i piattelli in sul parrucchino del duca, e che
da me sola era giusto che se ne portasse la pena convenevole. Tutte
le testimonianze di verità ch'io invocai, tutte le mie protestazioni
furono indarno. In meno che non lo dico andò per tutto l'ospizio il
grido, che la favorita di suora Geltrude, non ignara della cospirazione
del convento, udito il tumulto, era corsa prima dell'altre alla
finestra per precipitare in testa al duca tutto un monte di piatti
ch'era quivi a caso, e tentare d'accopparlo, in vendetta del giusto
divieto di lui ch'ella non seguitasse, anche dopo la morte della sua
protettrice, ad essere la privilegiata, anzi la reina, dell'alunnato.
Qual mai calunnia fu più somigliante al vero? Qual modo ebbi più io
di mostrare l'innocenza mia, se suora Giustina medesima mi giudicò
colpevole?
In breve il convento e l'alunnato furono intorniati di gendarmi. Si
passò la notte come in una città assediata, e la mattina di buon'ora
udimmo battere il tamburo nella corte, ed erano altri gendarmi che
venivano in ordinanza. Alle dodici ore vennero quei due uscieri del
duca con sei gendarmi, e mi domandarono a suora Giustina. Costei,
comunque mi credesse rea, nè mi volesse troppo bene, fu smarrita della
domanda, e rispose che io era affidata alla sua onestà, e ch'ella non
poteva consegnarmi così a un tratto nelle mani di sei soldati. Aggiunse
che avrebbe parlato ella al duca e cose altre; alle quali gli uscieri
rispondendo parole assai villane, ordinarono ai gendarmi di pormi le
mani addosso. Allora io mi volsi loro come invasata da mille demonia,
e, per l'orrore d'essere toccata da gente di polizia, che più tosto
mi sarei fatta toccare dal carnefice, mi levai su, e visto che suora
Giustina m'era troppo debole aiuto, mi messi volontariamente fra i
gendarmi. Quindi, perchè io mi credeva d'essere condotta in carcere,
domandai che mi fosse data qualche mia robicciuola, che gli uscieri,
incorati ancora dalle voci di tutte le alunne che mi gridavano rea, mi
vietarono di prendere; e, così com'ero per casa e senza nulla in testa,
fui condotta nella corte, dove trovai ventinove altre fra vecchie e
giovani di quelle furie del convento assai più ignude di me. E spinta
con loro, anzi stipata in una delle sei carrettelle da nolo ch'erano
nella corte medesima, fummo tutte, accompagnate da assai gendarmi a
cavallo, e dagli scherni e dalle fischiate del più vile popolazzo,
menate per il Borgo di Sant'Antonio al Serraglio.