LXV.

Così passai l'inverno, il più crudo e sconsolato di cui io abbia

memoria, e venne l'aprile, o più tosto io lessi nel calendario ch'era

venuto. Perchè qual primavera poteva penetrare in quelle volte, o nel

mio cuore divenuto un sasso?

Un dì s'era a desinare nel refettorio, dov'era una finestra che

rispondeva nella corte. Io sedeva assai ben prossima a questa finestra,

le cui vetrate erano entrambe aperte, per essere a quei dì la stagione

tiepidissima. All'improvviso fu udito un grandissimo tafferuglio nella

corte, vocioni d'uomini, strida acutissime di femmine e un certo romore

come di proietti gittati per ogni verso. Per il che, levatesi assai di

quelle giovani ed io con l'altre, fu corso alla finestra, alla quale

una delle prime a farsi fui io, per l'impeto naturale dell'indole

mia, e perchè v'ero più da presso. Come più tosto ebbi sporto il capo

fuori, vidi, con mia grande ammirazione, quasi tutte le furie del

convento aver fatta come una specie di sortita nella corte, e fra

urli spaventevoli avere assaltato il duca, mentre era per montare in

carrozza, chi con seggiole, chi con trespoli e chi con predelle, chi

con tegami, chi con pani, e le più con zoccoli di legno grandissimi

che avevano ai piedi; e i donzelli e gli altri straordinari del duca

fare ogni loro estrema prova per difenderlo, ed essere nondimeno

conciati assai male; ed esso duca, tutto pesto e rotto, essere senza

pettine carminato in tal guisa, ch'era una pietà a vederlo. Ma io non

mi fui appena affacciata, ch'io ebbi, per così dire, a sostenere tutto

l'alunnato addosso. Perchè la stessa curiosità, passione furiosissima

delle donne, che aveva spinto me ad affacciarmi, spinse anche le altre

tutte a precipitarsi sopra di me per guardare nella corte. Ed essendo a

caso sulla finestra un monte di piattelli tutti brodolosi ancora della

nostra vivanda, i quali, affacciandomi, io aveva ben posto mente di non

rovesciare, pure lo spingere e il calcare e il pigiare di quella frotta

fu tale, che finalmente io non mi potei tener più sui miei gomiti,

ed accasciandomi sotto l'enorme peso, i piattelli si rovesciarono,

e la più parte, tombolando dalla finestra giù nella corte, vennero a

cadere ed a rompersi propriamente, che pare un miracolo a dirlo, sul

parrucchino del duca, che tutto imbrodolato si volse verso su e ne

giurò memorabile vendetta.

Alla fine venne una mano di gendarmi, che a furia di colpi di baionette

respinsero, non senza sangue, nel convento quel popolo di furibonde,

e il duca, ficcato finalmente, come potette il meglio, il suo capo

nello sportello della carrozza, ebbe di buone spinte in sul groppone

dai suoi donzelli, che, cacciatolo dentro, chiusero lo sportello. Il

cocchiere toccò i cavalli e la carrozza disparve; e noi, dal soverchio

reprimerci, già quasi divenute splenetiche, tornammo a mensa alle

nostre frutte, non senza dare finalmente, in compagnia delle nostre

medesime maestre, un qualche sfogo di riso alle nostre oppresse milze.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 99 / 140 题