Così passai l'inverno, il più crudo e sconsolato di cui io abbia
memoria, e venne l'aprile, o più tosto io lessi nel calendario ch'era
venuto. Perchè qual primavera poteva penetrare in quelle volte, o nel
mio cuore divenuto un sasso?
Un dì s'era a desinare nel refettorio, dov'era una finestra che
rispondeva nella corte. Io sedeva assai ben prossima a questa finestra,
le cui vetrate erano entrambe aperte, per essere a quei dì la stagione
tiepidissima. All'improvviso fu udito un grandissimo tafferuglio nella
corte, vocioni d'uomini, strida acutissime di femmine e un certo romore
come di proietti gittati per ogni verso. Per il che, levatesi assai di
quelle giovani ed io con l'altre, fu corso alla finestra, alla quale
una delle prime a farsi fui io, per l'impeto naturale dell'indole
mia, e perchè v'ero più da presso. Come più tosto ebbi sporto il capo
fuori, vidi, con mia grande ammirazione, quasi tutte le furie del
convento aver fatta come una specie di sortita nella corte, e fra
urli spaventevoli avere assaltato il duca, mentre era per montare in
carrozza, chi con seggiole, chi con trespoli e chi con predelle, chi
con tegami, chi con pani, e le più con zoccoli di legno grandissimi
che avevano ai piedi; e i donzelli e gli altri straordinari del duca
fare ogni loro estrema prova per difenderlo, ed essere nondimeno
conciati assai male; ed esso duca, tutto pesto e rotto, essere senza
pettine carminato in tal guisa, ch'era una pietà a vederlo. Ma io non
mi fui appena affacciata, ch'io ebbi, per così dire, a sostenere tutto
l'alunnato addosso. Perchè la stessa curiosità, passione furiosissima
delle donne, che aveva spinto me ad affacciarmi, spinse anche le altre
tutte a precipitarsi sopra di me per guardare nella corte. Ed essendo a
caso sulla finestra un monte di piattelli tutti brodolosi ancora della
nostra vivanda, i quali, affacciandomi, io aveva ben posto mente di non
rovesciare, pure lo spingere e il calcare e il pigiare di quella frotta
fu tale, che finalmente io non mi potei tener più sui miei gomiti,
ed accasciandomi sotto l'enorme peso, i piattelli si rovesciarono,
e la più parte, tombolando dalla finestra giù nella corte, vennero a
cadere ed a rompersi propriamente, che pare un miracolo a dirlo, sul
parrucchino del duca, che tutto imbrodolato si volse verso su e ne
giurò memorabile vendetta.
Alla fine venne una mano di gendarmi, che a furia di colpi di baionette
respinsero, non senza sangue, nel convento quel popolo di furibonde,
e il duca, ficcato finalmente, come potette il meglio, il suo capo
nello sportello della carrozza, ebbe di buone spinte in sul groppone
dai suoi donzelli, che, cacciatolo dentro, chiusero lo sportello. Il
cocchiere toccò i cavalli e la carrozza disparve; e noi, dal soverchio
reprimerci, già quasi divenute splenetiche, tornammo a mensa alle
nostre frutte, non senza dare finalmente, in compagnia delle nostre
medesime maestre, un qualche sfogo di riso alle nostre oppresse milze.