LXIV.

Io rimasi con suora Giustina nella stanza stata insino allora di suora

Geltrude e mia, e guardando intorno, non vidi più il mio letto, nè il

mio cassettone, nè verun altro degli arnesi miei. Ma, mentre guardavo,

vidi entrare due serventi che portavano il letto e le altre masserizie

di suora Giustina, la quale mi disse con assai gravità:

Ginevrina, al duca è parso assai inconveniente che voi foste a dormire

voi sola qui meco, e dice d'averlo consentito a suora Geltrude,

buona memoria, per non turbarle gli estremi giorni della vecchiezza

contrariandola in questo suo capriccio. Però sono stata costretta a

porvi nel posto che vi spetta, dove sarete subito condotta.

E volta ai due serventi, accennò loro di condurmi al mio posto.

Io, abbassando gli occhi senza guardarla, mi messi a seguitare i

serventi, che conducendomi per tutto il grandissimo camerone, quando

furono presso all'uscio, si rivolsero e mi mostrarono l'ultimo letto,

e s'andarono con Dio. Io m'accostai al letto, e riconobbi la mia

biancheria e il mio cassettone, ma il letto era stato cambiato. Tirai

fuori le cassette del cassettone; e vidi che mi mancava i tre quarti

della mia robicciuola, acciocchè, come mi disse la mia vicina di letto

non punto richiestane da me, non si vedesse più lo scandalo di una sola

fra loro tanto meglio di tutte l'altre parata e addobbata.

Quel camerone era similissimo a quell'altro che gli è giusto di

sopra, all'altro piano, e che si chiama la sala grande; la quale,

se vi rammenta, io aveva abitata in compagnia delle balie quando fui

rimessa nella buca dalla donna di Santa Anastasia. Era larghissimo ed

era altissimo, e nondimeno la sua larghezza e la sua altezza erano un

nulla alla sua sterminata lunghezza. Tutta l'aria e tutta la luce gli

veniva da due smisuratissimi finestroni ch'erano alle due estremità

della sua lunghezza; dei quali l'uno dava nella via della Nunziata, e

l'altro, ch'era volto a tramontana, nella via dell'Egiziaca, parallela

alla via della Nunziata; e sapete quanto queste due vie sono distanti

fra loro. Erano tutti a piccoli vetri assai sudici; le invetriate quasi

mai non s'aprivano, e di luce non entrava quasi nulla. In vece di luce

entrava aria notte e dì, ed appena spirava un'aura, tutte le coltri dei

nostri lettini parevano vele di bastimenti, e restavamo tutte scoperte.

E se qualche diavolo zoppo avesse alcuna notte sollevato il palco di

quel camerone a qualche novello don Cleofas, i costui occhi avrebbero

vedute assai delle forme non dispregevoli. Il grand'uscio di sala era

prossimo al finestrone che rispondeva sulla via dell'Egiziaca, ed il

mio letto, ch'era presso all'uscio, godeva a un tempo del vento di

tramontana dalla parte del finestrone, e del vento di maestro dalla

parte dell'uscio.

Così fui trattata io ventiquattr'ore dopo che suora Geltrude m'era

spirata nel seno; e così fui consolata del più terribile dolore ch'io

avessi a' giorni miei. Senza suora Geltrude, senza la mia stanza,

senza la mia robicciuola, mia propria da più anni, e, quel che più di

qualunque altra cosa m'era intollerabile, senza i miei libri. Lacrime

non ebbi luogo di versarne, perchè la morte di suora Geltrude mi

destò nel cuore un odio implacabile contro lo scellerato ordinamento

delle cose di questo mondo, ch'io andava chiamando fortuna e fato e

destino; e l'amarezza, anzi il furore di questo sentimento uccisero

nel mio cuore ogni avanzo di quel non so che di tenero che solo vale

a risolvere in lacrime la durezza del dolore. Tutto dì ravvolta fra

quella plebe ancora invidiosa, se non più della mia fortuna, certo

del mio essere da più di loro, io lavorava di malissima voglia, e le

molte ore ch'ero avezza di passare nella beatitudine della lettura,

le passavo assisa sul mio letticciuolo, morta del freddo, guardando i

vetri del finestrone, e le mie mani, e i miei piedi; e non potendomi

per nulla ancora persuadere che nel mondo si potesse cangiare di tanto

in così poco.

Godevano, intanto, del mio atroce supplizio tutte le cento giovani

dell'alunnato, alle quali io non aveva fatto nessun male; anzi bene

a moltissime, che nelle loro occorrenze mi avevano richiesta della

mia intercessione appresso suora Geltrude. Godeva quel bietolone del

maestro di lingua francese, che il mio innocentissimo rifiuto aveva

offeso. Godeva il prete, che m'avea posto un odio immortale come a

rea d'aver conosciuta la sua madornale ignoranza. Ed anche il duca,

da molti riscontri che n'ebbi, s'abbassava a godere, per essere stato

costretto, sei anni innanzi, per paura che quel barbassoro di corte,

da lui vilissimamente adulato, non s'adontasse della sua pertinacia,

a farmi quel bene ch'egli non aveva volontà di farmi. E questo è il

mondo, e così gli uomini si consolano di quel male altrui che a loro

non fa nessun bene.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 98 / 140 题