Io rimasi con suora Giustina nella stanza stata insino allora di suora
Geltrude e mia, e guardando intorno, non vidi più il mio letto, nè il
mio cassettone, nè verun altro degli arnesi miei. Ma, mentre guardavo,
vidi entrare due serventi che portavano il letto e le altre masserizie
di suora Giustina, la quale mi disse con assai gravità:
Ginevrina, al duca è parso assai inconveniente che voi foste a dormire
voi sola qui meco, e dice d'averlo consentito a suora Geltrude,
buona memoria, per non turbarle gli estremi giorni della vecchiezza
contrariandola in questo suo capriccio. Però sono stata costretta a
porvi nel posto che vi spetta, dove sarete subito condotta.
E volta ai due serventi, accennò loro di condurmi al mio posto.
Io, abbassando gli occhi senza guardarla, mi messi a seguitare i
serventi, che conducendomi per tutto il grandissimo camerone, quando
furono presso all'uscio, si rivolsero e mi mostrarono l'ultimo letto,
e s'andarono con Dio. Io m'accostai al letto, e riconobbi la mia
biancheria e il mio cassettone, ma il letto era stato cambiato. Tirai
fuori le cassette del cassettone; e vidi che mi mancava i tre quarti
della mia robicciuola, acciocchè, come mi disse la mia vicina di letto
non punto richiestane da me, non si vedesse più lo scandalo di una sola
fra loro tanto meglio di tutte l'altre parata e addobbata.
Quel camerone era similissimo a quell'altro che gli è giusto di
sopra, all'altro piano, e che si chiama la sala grande; la quale,
se vi rammenta, io aveva abitata in compagnia delle balie quando fui
rimessa nella buca dalla donna di Santa Anastasia. Era larghissimo ed
era altissimo, e nondimeno la sua larghezza e la sua altezza erano un
nulla alla sua sterminata lunghezza. Tutta l'aria e tutta la luce gli
veniva da due smisuratissimi finestroni ch'erano alle due estremità
della sua lunghezza; dei quali l'uno dava nella via della Nunziata, e
l'altro, ch'era volto a tramontana, nella via dell'Egiziaca, parallela
alla via della Nunziata; e sapete quanto queste due vie sono distanti
fra loro. Erano tutti a piccoli vetri assai sudici; le invetriate quasi
mai non s'aprivano, e di luce non entrava quasi nulla. In vece di luce
entrava aria notte e dì, ed appena spirava un'aura, tutte le coltri dei
nostri lettini parevano vele di bastimenti, e restavamo tutte scoperte.
E se qualche diavolo zoppo avesse alcuna notte sollevato il palco di
quel camerone a qualche novello don Cleofas, i costui occhi avrebbero
vedute assai delle forme non dispregevoli. Il grand'uscio di sala era
prossimo al finestrone che rispondeva sulla via dell'Egiziaca, ed il
mio letto, ch'era presso all'uscio, godeva a un tempo del vento di
tramontana dalla parte del finestrone, e del vento di maestro dalla
parte dell'uscio.
Così fui trattata io ventiquattr'ore dopo che suora Geltrude m'era
spirata nel seno; e così fui consolata del più terribile dolore ch'io
avessi a' giorni miei. Senza suora Geltrude, senza la mia stanza,
senza la mia robicciuola, mia propria da più anni, e, quel che più di
qualunque altra cosa m'era intollerabile, senza i miei libri. Lacrime
non ebbi luogo di versarne, perchè la morte di suora Geltrude mi
destò nel cuore un odio implacabile contro lo scellerato ordinamento
delle cose di questo mondo, ch'io andava chiamando fortuna e fato e
destino; e l'amarezza, anzi il furore di questo sentimento uccisero
nel mio cuore ogni avanzo di quel non so che di tenero che solo vale
a risolvere in lacrime la durezza del dolore. Tutto dì ravvolta fra
quella plebe ancora invidiosa, se non più della mia fortuna, certo
del mio essere da più di loro, io lavorava di malissima voglia, e le
molte ore ch'ero avezza di passare nella beatitudine della lettura,
le passavo assisa sul mio letticciuolo, morta del freddo, guardando i
vetri del finestrone, e le mie mani, e i miei piedi; e non potendomi
per nulla ancora persuadere che nel mondo si potesse cangiare di tanto
in così poco.
Godevano, intanto, del mio atroce supplizio tutte le cento giovani
dell'alunnato, alle quali io non aveva fatto nessun male; anzi bene
a moltissime, che nelle loro occorrenze mi avevano richiesta della
mia intercessione appresso suora Geltrude. Godeva quel bietolone del
maestro di lingua francese, che il mio innocentissimo rifiuto aveva
offeso. Godeva il prete, che m'avea posto un odio immortale come a
rea d'aver conosciuta la sua madornale ignoranza. Ed anche il duca,
da molti riscontri che n'ebbi, s'abbassava a godere, per essere stato
costretto, sei anni innanzi, per paura che quel barbassoro di corte,
da lui vilissimamente adulato, non s'adontasse della sua pertinacia,
a farmi quel bene ch'egli non aveva volontà di farmi. E questo è il
mondo, e così gli uomini si consolano di quel male altrui che a loro
non fa nessun bene.